Massimo Recalcati - Polvere di gesso: cos’è un maestro? - Festival della Mente 2025
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Il discorso esplora l'essenza della figura del maestro, partendo dal simbolo della "polvere di gesso" che rappresenta la trasmissione quasi invisibile di una passione, più che di un semplice sapere. Attraverso scene esemplari, come il racconto del giovane professore, l'episodio di Socrate nel *Simposio* di Platone e l'esperienza con il filosofo Franco Fortini, si delinea un ritratto del maestro come colui che testimonia il desiderio della verità, non la sua proprietà. Il maestro opera all'interno della scuola ma è intrinsecamente antiscolastico: rompe la logica dell'allievo come recipiente passivo da riempire e, illuminando i concetti, trasforma gli studenti in soggetti attivi e "amanti" del sapere. La scuola stessa è vista nella sua duplice natura: da un lato il "dispositivo" burocratico e opprimente, dall'altro lo spazio possibile di un incontro che allarga gli orizzonti. Infine, con la scena del bambino che impara a nuotare, si sottolinea che l'apprendimento autentico non è una semplice progressione lineare o imitazione, ma richiede uno "scatto", un incontro con l'ignoto (simbolizzato dall'onda), dove il maestro ha il ruolo cruciale di spingere l'allievo verso quell'esperienza trasformativa.
[Aplausi] [Aplausi] [Aplausi] [Aplausi] [Aplausi] [Aplausi] Bene, troppo gentili e i grazie soprattutto per la fiducia. [Aplausi] Questa sera parliamo del maestro che cos'è un maestro e vorrei dire due parole su questo titolo un po' enigmatico, polvere di gesto, polvere di gesto e qualcosa di quasi invisibile. È un racconto che fece al termine di un dibattito sulla scuola, un giovane professore di fisica di un diceo che raccontò questa storia. La domanda era da dove viene la vocazione ad insegnare, da dove viene la passione per l'insegnamento. E questo giovane professore raccontava di aver avuto un professore di fisica anfiano che nel corso delle lezioni si affacendava alla lavagna scrivendo alla lavagna col gesso e al termine di ogni lezione suscitava l'ilarità della classe perché usciva come un prestinario tutto di bianco. La polvere di gesto riempiva enteramente la sua giacca e gli allievi lo prendevano in giro. Ma quella passione fu contaggiosa per questo giovane professore, al punto tale che, appunto, questo raccontava, oggi al termine delle lezioni ancora, lui chiede di poter usare la vecchia lavagna con il gesso e si accorge di uscire con la polvere di gesto sulla giacca e di suscitare l'ilarità dei suoi allievi. Questo è un esempio formidabile secondo me di che cosa è una eredità? Che cosa si eredita niente? La vera eredità è fatta di quasi niente e fatta di polvere di gesto. Ma in questa polvere di gesto che quello che si trasmette da una generazione all'altra non è tanto, non è solo il contenuto di un sapere, in questo caso la fisica, ma è una passione e un desiderio. La polvere di gesto è il simbolo quasi invisibile del desiderio che si è trasmesso da una generazione ad un'altra. Come se avete per memente patrimonio di Fili Pro, non è la polvere di gesto, ma è la merda del padre, la vera eredità del protagonista di questo romanzo. È il padre malato di un tumore al cervello a cui il figlio si dedica negli ultimi mesi della sua vita, lo tiene con sé, se ne occupa, lo cura, amo revolmente un padre difficile, Fili Pro tenda un ritrato formidable in patrimonio e ad un certo punto, nella casa di campagna dello scrittore, dove il padre stava, operato e sausto della malattia, chiede di fare una doccia e crolla. Nel bagno, lo scrittore lo soccorre e, diciamo così, tutto il bagno è sporco di merda. Allora si preoccupa di pulire tutto, di riascettare tutto, gli escrimenti sono sparpagliati ovunque, fino anche sullo spazzolino dei denti per la varie denti, e a un certo punto lo scrittore dice il possibile pulire tutto. Ecco la mia eredità, il mio patrimonio, quello che mio padre mi ha lasciato, la sua presenza humanissima, la sua fragilità, la sua vulnerabilità, la sua merda. Questa è la prima scena, può avere di gesto dunque chiaro, ma che cos'è un maestro? Seconda scena parlerò di scene exemplari, la seconda scena è inevitabile dobbiamo evocarla, lo fatto tante volte, ma è necessario perché la scena che è inocidente, nella cultura dell'ocidente, istituisce la figura del maestro. È una scena che riguarda sopra te, e riguarda la apertura del simposio di Platone. Sapete che nel simposio, a Gatone, un giovane rico intellettuale, organizza un debattito, attorno alla propria mensa, e invita questo debattito intellettuali, artisti, comediografi, filoso, a discutere della vera natura di eros. Ma socrates che è l'invitato di punta, la star della serata, come tutte le star, è irritato. Allora, Gatone è inquieto, e dice "Dove il maestro, abbiamo organizzato tutto per incontrarlo". Un servo dice da Gatone il maestro è stato rapito, come spesso accadeva, socrates, dalla verità. Questo aumenta la tesa. Quando verrà, sarà pieno della verità che ha incontrato, e dunque arriva, tu abbiamo immaginarci, lo trafellato socrates, è un gierto punto, scompigliato da questo incontro ravvicinato con la verità, e Gatone dice "Vabbè, adesso il maestro si siete vicino a me a tavola". Lo voglio vicino. L'allievo vuole vicino il maestro, perché l'allievo vuole vicino il maestro, perché sto citando propri passi per offrire la propiamente come coppa vuota nei confronti del ricco sapere del maestro. Perché l'apprendimento immagina l'allievo, tutti noi abbiamo immaginato nei nostri percorsi scolastici, l'apprendimento sarebbe un riempimento, cioè un travaso di liquidi, il liquido del sapere del maestro si travasa nella coppa vuota, della mente, si diceva anche "vucca", della coppa vuota, della vucca vuota, dell'allievo. Questo sarebbe apprendere, sarebbe appunto accogliere il sapere del maestro, un travaso. Ma di fronte a questa richiesta di agatone, dimmi che cosa la verità ti avrebbe detto, socrates si rifiuta e col gesto del maestro. Socrates si rifiuta di alimentare l'illusione scolastica, ogni maestro, attenzione, ho son punto centrale, ogni maestro che insegna in una scuola, in qualunque scuola, dall'elementaria, all'università agli istituti di ricerca, il maestro, un maestro che insegna in una scuola, qualunque essa sia, è sempre antiscolastico. La sua attività si svolge dentro un'istituzione scolastica, ma il maestro non è mai scolastico. Assomiglia, come diceva, l'eserdissartre il suo maestro a una corrente d'aria fresca, una corrente d'aria che spalanca le finestre, mentre l'istituzione scolastica, diciamo, tende a chiudere le finestre, a rendere l'aria pesante, inrespirabile a volte, le teste degli agli evicadosi subine sui banchi che non si accorgono e vanno a vatti, magari a fare lezione. Il maestro, degno di questo nome, è "aria fresca", una corrente d'aria. E dunque socrates che pure è un maestro risponde all'illusione scolastica di agatone, frustrandola. No? Io non ho, dice socrates, ad agatone, non ho la verità, non ho la propietà della verità. Io è quel passaggio, no? Che non è semplicemente, io so di non sapere appunto quello che tutti noi sappiamo, socrates, ha detto, no? E ha sostenuto. No, lì in questo passaggio socrates dice qualcosa di più forte. Io non ho la propietà della verità, io desidero la verità. Quindi il maestro è con lui che testimonia non la propietà della verità, ma il desiderio della verità. Io, dice socrates, ancora, sono una mante, qui bisognerai bepesare davvero la parola, sono una mante della verità. E questo sconcerta agatone è lo trasforma in che cosa? Tra forma agatone a sua volta in una mante della verità. Cioè, rompe l'illusione scolastica, agatone non è più una coppavuota che attende di essere riempita, ma è un desiderio attivo, che ricerca che ama la verità. E questo è un esito, un effetto della parola del maestro. E quello che accade nelle aule della nostra scuola, da le elementari fino all'università, quando c'è maestro, quando c'è effetto maestro, l'effetto maestro produce l'effetto soggetto. Quando c'è maestro, gli aglievi non sono coppe vuote, ma diventano soggetti, cioè diventano amanti. Quando c'è maestro, la coppavuota si trasforma in una mante. E il libro di cui il maestro parla, questo lo ho detto in un vecchio libro, l'ora de lezione, e il libro di cui il maestro parla si trasforma il libro in un corpo erotico, che l'aglievo vuole toccare, vuole bacciare, lettera e testamento, si dicevano a volto, vuole bacciare, vuole toccare, vuole stringere, vuole amare il libro acquista lo spessore di un corpo. Quando c'è maestro, questo succede. E ancora oggi che io amo adoro fare lezione, quando mi trovo a fare lezione per la società, sono i miei ultimi anni di insegnamento, che cosa succede per me? Io preparo la lezione, preparo i miei appunti, preparo lecitazioni, o in mente dove andare, adoro avere i libri, lecitazioni, adoro preparare una lezione ancora, preparo la lezione, prendo la parole, mi muovo tra le mie citazioni, ci deve essere sempre una quota che non riesco a immaginare prima qualsiasi, potremo dire delle usi di rebbe di inspirazione, potremo dire di improvisazione, ma di inspirazione, cioè mentre dico quello che ho preparato e che so, un bravo insegnante, spiega quello che sa, è il minimo, ma non è cosa scontato, cioè, sapere quello che si dice è già tanto, no? C'è già una differenza grosso lana, uno parla di quello che sa, fondamentalmente, ma mentre parlo, mi trovo a parlare di quello che so, imparo, quello che non so ancora, qui viene l'improvvisazione, qui viene l'ispirazione, vedo qualcosa, mentre racconto quello che so, che ancora non so. E senza questi momenti, una lezione, non può costituirsi. Quindi io devo lavorare per programmare e preparare la lezione, ma il tempo stesso devo fare spazio alignato, non solo la trasmissione del noto, ma una apertura, mia interna verso lignato. La forfe di ogni maestro è questo costodire la apertura verso lignato, torneremo su questo, non solo trasmettere il noto, perché se io dovessi mettere il noto, quello che mi è noto, quello che so già, l'effetto noia, cadrebbe prima su di me, e poi come una ragnatela su tutti quelli che mi ascoltano. Fatale, inevitabile, altro che arri a fresca, arri a pesante. E dunque il maestro deve avere confidenza con lignato. E' un semplice spiegare quello che non si sa. Non è semplice spiegare lignato, non è semplice custodire ilignato. E per spiegarvelo, provare a dire qualcosa di questo, entraiamo in una terfa scena, polvere regesso, socrate, la terfa scena, e quella del mio amatissimo, professore maestro dell'università, schiamava Franco Ferniaño, un grande filoso fu. Italiano, amico di Jean-Paul Sartre, studioso dell'esistenza- l'esimo sotto la cui guida. Mi sono formato. Allora, per introdurvi questa scena, ricordiamoci sempre che la scuola, ogni scuola, porta con sé sempre una doppia anima. La prima anima, lo dico per soprattutto i filoso, finice'amo, la prima ha interessati la filosofia, la prima anima della scuola è un'anima fu coltiana, e la scuola come dispositivo. Cosa vuol dire, la scuola come dispositivo, gli horari, calendari, i graduarie, valutazioni, programmi, resoconti, eccetera eccetera, è un tritacarne, eh? Il dispositivo consuma anche i migliori, dopo 30 anni di dispositivo, uno esce con le ossa rotte, se la scuola si limitasse ad essere in un dispositivo. Senza dispositivo non c'è scuola, quindi bisogna accettare il dispositivo sovra individuale, che vale per tutti, della scuola. Ma se la scuola si riduce se al dispositivo, sarebbe una prigione, sarebbe una fabbrica, a ragione fu coltiana, allora di dire che la matrice della scuola è la prigione, è la fabbrica, è quello che i Pink Floyd in Vewall descrivono come il tritacarne che macina la carne viva degli studenti nel tapirulan, che li porta verso punto l'imbuto destinato a tritare i loro corpi. La scuola di dispositivo, è l'anima grigia della scuola, i dossier, appunto i programmi, le verifiche, le gerarchie, ma sempre, c'è una seconda anima della scuola. E questa seconda anima della scuola non ha a che fare con i dossier, non ha a che fare con i dispositivi, non è grigia, ma dirai per darvi un'immagine ha a che fare con l'esperienza della luce. E potremmo dire che il maestro, un maestro, è sempre una figura della luce. Quando ho sentito la sua voce, le sue parole, prima di Fernia, ho avuto la fortuna di avere altri maestri, qualcosa illumina. Il maestro non ha potere, non si definisce a partire dal potere, dalla. il dispositivo si definisce a partire dal potere, ma il maestro non si definisce a partire dal potere, il maestro si definisce a partire dalla sua capacità non di comandare, ma di illuminare, e illuminare vuol dire allargare l'orizzonte del nostro mondo, allargare l'orizzonte della nostra vita. Questo accade con i bambini nelle scuole del mentari e a cade più alti, negli istituti di ricerca. Sempre, l'incontro con un maestro è l'incontro con una parola che illumina. Ecco perché noi possiamo dire che la chiare fa, chiare fa, è una virtù fondamentale del maestro. L'essere chiaro a sciugare i concetti non significa bana di vari concetti, ma significa fare della luce lo strumento di trasmissione del sapere. E questo accadeva nell'Aula in cui c'era fermiani, un'Aula non dico grande come questa, ma quasi assiepata di gli studenti, e lui arriva ava con il suo state inverno impermeabile di cuoio, stretto alla vita, sembrava un fungo atomico, il movimento, era un personaggio molto sofferente. Il padre, e nea fermiani, ha scritto uno dei libri più belli, pubblicati da bollati boringheri sulla sua esperienza a Matausen, nel campo di concentramento di Matausen, e il figlio che allora Franco era frequentava un luceo milanese e incarcerato a sanvitore sotto posto a fucillazioni simulate per avere informazioni sul padre, che era uno dei rappresentanti della resistenza a Milano. Questo per dire perché, per esempio, Franco Ferniani camminava rasante i muri. Tutta questa confusione, questo apparire come un aufrago per certi versi della vita, una volta che saliva in cattedra, lasciava il posto ad un faro, ad un laser, ad una luce, e sotto la sua voce i testi di Heidegger, di Nice, di Sartre, i passaggi più complessi, più difficili, più un garbugliati, si scioglievano, e tutto si chiariva. La chiarificazione è una delle attività fondamentali del maestro, ma solo fino a un certo punto, perché la dimensione cartesiana della spiegazione del maestro non si capisce, qui non si può dire, qui la luce non arriva, altra funzione fondamentale del maestro, che non è contradittoria con l'illuminare, si tratta di illuminare, di chiarificare, ma anche di preservare l'ombra, non si può dire tutto, non si può sapere tutto, c'è qualcosa che sfugge, allora la sua forza era di tenere insieme la chiarificazione e la custodia di quello che non si può dire, di quello che sfugge al maestro. Mi ricordo che lo riparto in questo ultimo libro, il primo colloquio che ebbico lui, con il quale poi lavorai per tre anni in università, come ricercatore, quando andai a chiedere di lattesia di Laura, lui mi guardo e mi disse, con chi lei, con chi studia filosofia, una domanda strana, io di sliguarda da solo, ottimo, filosofia studia da soli. Non capivo bene questo, non capivo bene al momento, questo tipo di dialogo di incontro, ma è vero che c'è una solitudine del maestro. La folla, nel caso di Ferniani, di agli evi lo circondava, ma ogni volta su quella cattedra, si consumava qualcosa che era nell'ordine del Sahara, di un deserto, in cui il solo abitante era la parola del maestro. E questo la rendeva ancora più potente. Altra scena, e una scena con il solo molto legato, vorrei soffermarmi su questa scena, lo già citata nel loro edilezione, ma solo in questo libro mi soffermo a lungo, perché una scena che ci dice qualcosa veramente di essenziale su un maestro. Questa scena siamo in estate, dunque una scena che si svolge in costa azzurra, possiamo supporre in la località di mare, francese, e Gildellersch, che la descrive in uno dei libri più belli del 900 filosofico titolato "Differenza e Repetizione". Proviamo che questi due termi "Differenza e Repetizione", l'attività di un maestro a questa. Ogni maestro ripete, deve ripetere. Pensato, è un insegnante, un insegnante, è un programma che ripete da 30 anni. Lo deve fare, è il suo mestiere. Ripete un programma, ma nella ripetizione deve introdurre la differenza, la discontinuita, l'ispirazione, l'improvvisazione. Allora, de noi fa questa, mette in scena questa situazione. Un bambino vuole imparare a notare. Da vanti a sé il maestro. Vi dobbiamo immaginare sulla spiaggia, con i costumi da bagno che c'erano in quegli anni. Bambino è maestro. E il maestro per aiutare il bambino ad apprendere l'arte, la tecnica del nuoto, comincia a mettere in scena il bestiario del nuoto. La rana, il delfino, la farfalla, e il bambino è invitato a ripetere i movimenti del maestro. Ogni tanto il maestro gli correggge il movimento del braccio, ogni tanto interviene per facilitare il movimento del respiro, ma in ogni caso, in questa fase dell'apprendimento, i due sono uno di fronte all'altro, come allo specchio. Questa è un'altra illusione scolastica. Come avviene l'apprendimento per imitazione, per riproduzione, secondo una logica speculare, io sono tenuto a ripetere i gesti i movimenti del mio maestro. E la nostra scuola ha approcchiuto una parentese fino all'università, tende a premiare chi ripete bene. In università, quando uno prende 30, quando ha ripetuto bene, quando ciò è riferito con precisione, con la maggior precisione possibile potremmo dire il sapere del maestro. È un tema enorme, la valutazione premia il plagio. Pio uno plagia bene, più prende dei beivoti. Questo è il drama che quando la scuola finisce, uno poi deve invece mettere in campo qualcosa di proprio. Il plagio non è più sufficiente, anzi. Però noi ragioniamo così, impostiamo la valutazione sul modello del plagio. Quello che sto descrivendo è un plagio. Il bambino deve apprendere una tecnica, potremmo fare il esempio del tennis, che conosce il tennis, che ci sono dei movimenti, che non si possono improvisare, ma che corrispondo ad una tecnica. Potremmo anche chiedersi, ma allora è tutto qui. Allora, l'apprendimento, la formazione della vita si sarebbe o avrebbe come simbolo quello della scala. Cominciamo dai gradini più bassi, pensiamo la matematica. Si parte dalle operazioni elementari, so trazione, addizione, divisione, e un gradino dopo l'altro si raggiungono le composizioni più matematicamente sofisticate l'analisi matematica. Funzione davvero così nella nostra testa un po' sì. Tutti noi abbiamo questo in mente questo modello progressivo della formazione del sapere e della vita dei nostri figli. Si parte dal gradino più basso si arriva il gradino più alto. Come chiamiamo questo, ma la mia mia maturazione e l'ultimo gradino dovrebbe essere maturo. C'è l'esame di maturità, c'è l'attese di laurea. Sono maturazioni di un progresso, rettilineo, lineare, cumulativo di cui hegel, per esempio, fa le loggio nella fenomenologia del spirito, cioè l'idea che ogni gradino è necessario e che il gradino successivo è il superamento, Hauffe, Bung, di cegel, del gradino precedente. È convincente, uno potrebbe dire, ma le cose non sono così. Non funziona così. Si potrebbe dire che non funziona quasi mai così, aggiungiamo un benomale, perché se noi formeremo delle macchine, il modello dell'apprendimento non può esaurirsi in quello della scala. Certo che c'è una scala, c'è nel tenis, c'è nel nuoto, c'è nella matematica, ma non può esaurirsi nella scala. Chiediamoci, per esempio, su questo, ci sono degli studi anche molto interessanti degli psicologi delle tavolutiva, quando ciascuno di noi ha cominciato a parlare, o quando ha cominciato a leggere, quando si accorto, so leggere. Pensate che davvero si ha venuto così, gradino dopo gradino, ed un certo punto c'è un gradino che dice, "so leggere". No, è avvenuto qualcosa, è scattato qualcosa, un istante di luce. Certemente ci sono state prove, errori, sforzi, ripetitioni, c'è la scala, poi c'è un istante di luce, parlo. Chiediamoci, per esempio, perché se uno vuole imparare una lingua straniera, il modo migliore è inamorarsi di una donna straniera. Questo, per esempio, un elemento di esperienza, molto banale, ma che sconvolge il tema della scala. L'amore mette le ali al sapere. Per imparare una lingua, bisogna trovare un uomo una donna di una tonalità, più che imparare le strutture grammaticali della lingua. Nella scena del bambino impara il nuoto, sta apprendendo il nuoto, sta facendo come fa il maestro, attenzione, fa come fa il maestro, ma ad un certo punto, dice sugerisce dell'ose, ci deve essere uno scatto. In che cosa consiste in questa scena lo scatto? Consiste nel fatto che il maestro è colui che spinge il bambino verso l'onda. Allora, sulla spiaggia, tutto è fermo, tutto è statico, tutto è semplice. Io sto apprendendo la tecnica del nuoto, ma per verificare se davvero è stata presa, se davvero il bambino la fatta propria, se davvero sanno otare, ci vuole l'impatto con l'onda. Allora, il maestro è colui che spinge il bambino verso l'onda, e potremmo dire anche che il maestro è l'onda, che costringe il bambino a fare proprio quello che fino a quel momento ha preso, solo formalmente, è l'urto con l'onda. L'urto con l'onda, l'incontro con l'onda, quello che determina la formazione effettiva della nostra vita, non è la scala. L'incontro con l'onda è nell'ordine dell'imprevedibile, sono entrato in quella aula. N'ho sapevo, mi anche bene che cosa parlasse, ho sentito la sua voce, ho sentito come parlava, e questo ha cambiato l'orientamento della mia vita. Pensavo che l'orientamento fosse una scala, e invece le nostre vite non assumigliano per nulla la scala, assumigliano a quella del bambino che incontra l'onda, e l'onda lo costringe a cosa, a inventare un proprio stile. Noi siamo a punto soggetti che salgono una scala, noi siamo esposti continuamente all'impatto con l'onda, e dell'impatto con l'onda che determina il nostro stile, e determina la nostra formazione, la forma della nostra vita. Ho usato una parola che, a cui tengo molto, che la parola costruizione, il bambino è costretto a incontrare l'onda. Da che cosa si riconosce un maestro? Questa è la quinta o se è stata scena che vi voglio descrivere, dopo quella dell'onda. Da che cosa si riconosce un maestro, una volta mi trovavo in un convegno; convegno di filosofia che non sono più i convegni che ho frequento, frequento più quelli di c encounter, però convengno su Giordano Bruno e avevo, di fianco, me, un mio amico specialista è il Giordano Bruno e ascoltavamo un dotto erudito intervento su Bruno. Il mio collega fa un commento perfido rispetto al professore che stava parlando con molta erudizione e competenza. Dice "Vedi lui può parlare di qualunque cosa?" Così. Qualunque tema, qualunque tema dalla coltivazione del tabacco nel messico fino all'alchimia in Bruno è una macchina? Li non c'è maestro. C'è efficienza, competenza. Potremmo dire in tegligenza aggiungere artificiale, ma non c'è maestro. Perché da che cosa si distingue il maestro? Non che può parlare liberamente con competenza di ogni cosa. Quello che un berto eco chiamava "limbecillità erudita". Parlare con quelli su qualunque tema possono parlare con grande competenza. Qualunque tema. Ma maestro ha una caratteristica che lo distingue da tutti gli altri il suo pensiero. "Gli preme". Lo preme. Può parlare solo "diccio che lo preme". Diccio che gli preme è pressato dal pensiero. Non è semplicemente uno che si mette a pensare, ma è costretto a pensare e ingaggiato nel suo pensiero. Questo adimensione della costruzione definisce un maestro. Perché quando lui parla? Io so che dice la verità. E perché so che dice la verità? Perché parla di ciò che gli preme. Mi capite la differenza. Un conto è parlare di ciò che io so. Posso parlare con competenza di quello che so. Ma un conto è parlare di ciò che mi preme. Allora un maestro è questa ad ad definizione fondamentale che do a questo libro. Poi molto di più, ma il suo mae l'esenciale, se dove si dire, è proprio questo maestro con lui che può parlare solo di ciò che gli preme. Questo trasmette un senso di autenticità in chi ascoltà. Non è semplicemente un erudito che può parlare di qualunque cose. È costretto a parlare di poche cose. In realtà in il suo me di Scene, fatemi dire meno due, un po' di più, due rapidamente. Questo è una scena che questo ripreso a me è molto cara. Ci cosa fa un maestro? Un maestro favorisce la disinhibizione. Cioè, favorisce la ruotura dell'illusione scolastica a Gatone, coppavuota, favorisce il movimento dell'allievo. Ma se l'allievo è come a Gatone, l'allievo non è il movimento. L'allievo aspetta di essere riempito, di essere fecondato dal saperero del maestro. Allora raccontano questa leggenda sui migliovedo, alcuni di voi, l'avranno già sentito, di migliovedo va grande pittore veneziano che insegnava pittura ai suoi agli evi e che aveva un metodo per romperenibizione dei suoi agli evi. Quando ciò ai suoi agli evi si trovavano di fronte alla tela bloccati, inibiti. Potremmo dire quando l'attore, il giovaneatore si trova sul palco e la voce non è se bloccato o il musicista inibito di fronte all'assoluto silencio della sala o lo scrittore di fronte al vuoto della pagina Bianca. Abbiamo tutti esempi di blocchi o il giovane studente di fronte alla sua tese di laurea, clinicamente conosciamo molti casi di persone che si fermano alla fine quando dovrebbero cominciare. Abbiamo un blocco. Veto, cosa faceva per sbloccare questi agli evi? Non so se avete in mente la figura, un uomo molto alto, capello lungo, bianco, barba, figura profetica, arrivava con un secchio pieno di colore, mettevano spazzolone nel secchio e dava un colpo di spazzolone sulla tela. E questo metteva in movimento dagli evo. Interroghiamo rapidamente questo gesto che cosa fa qui vedova? Non dice, va beh, scarabocchia in modo tale che l'aggievo peggio di così non può fare, ma escono di fare vedere che, diciamo, sei libero di fare quello che vuoi anche di sporcare la tela, non devi avere su di tanfa, non devi avere paura. Certo, uno può leggere questo e non è del tutto sbagliato leggere così, non devi avere paura. Questo è un altro grande principio che sostiene la postura del maestro, dovreci dare Gesù insegnava con autorità, dicono i suoi di lui, ma anche cosa consistiva la autorità di Gesù che trasmetteva a partire dal suo corpo, dalla sua vita, dalla sua esistenza, il fatto che non bisogna avere paura, che non devi avere paura, che si può camminare sulle acque. Se non hai paura dell'onda, poi attraversare l'onda, poi camminare sulle acque, non devi avere paura. Testimonare questo. Ora, vedova dice ai suoi aglievi, non abbiate paura. Fatevi sotto, campo di battaglia. Poi c'è una seconda lettura più profonda di questo gesto, che è quella che mi interessa a mostrarvi. La tela bianca, la pagina bianca, il silencio a teatro o prima di un concerto, non sono dei vuoti, sono dei pieni. Questo gioco è un gioco che si trova a fronte alla pagina bianca, questa pagina non sarebbe bianca, ma ci sarebbe dentro maccarti, prust, caffca, Dante. E come potrebbe questo gioco nel scrittore pretendere di scrivere qualcosa dopo prust, dopo caffca, dopo maccarti, dopo fili proti? La pagina è piena, strappiena. Lo stesso si dovrebbe dire della tela, come si può dipingere dopo Tarner, dopo Pollock, dopo Monet, dopo Van Gogh. La tela non è vuota, la tela è piena, strappiena. Allora il problema del gesto di Vedova è pulire la tela, svuotare la tela, dimenticare tutto ciò che già stato fatto, tutto ciò che già stato visto, tutto ciò che già conosciamo, ci vuole un momento di obblio. Altrimenti siamo perduti, altrimenti non potremo mai generare qualcosa di nuovo, perché, come direbbe, nice, c'è un eccesso di memoria che ci impedisce la creazione, perché ci sia creazione, invenzione è necessario svuotare la tela di tutto ciò che abbiamo già visto. È necessario un tempo di obblio, un tempo di dimenticanza. E questo accade sempre in ogni atto creativo, bisogna non temere l'onda, non avere paura dell'onda. C'è un racconto, due racconti zen rapidissimo, c'è ne1 che spiega molto bene questo, un professore di Oxford. Questo lo trovate nei 101 racconti zen. Il professore di Oxford vuole imparare l'arte dell'odven, vada un maestro, siamo primi del 900, il maestro lo riceve e gli offre una taffa di te. Professore Oxford si sente a casa e il maestro comincia a versare il te nella taffa, ma non si ferma quando il te straborda dalla taffa, continua a versare te. Professore di Oxford rimane sconcertato, dice maestro ma la taffa è piena, troppo piena, bisogna aggiungere ne ancora perché si svuoti. Il problema che la taffa è troppo piena a gattone si è riempito troppo di nozioni, di informazioni e non ha più rapporti con ciò che gli preme. Seconda storia dven, che ci interessa ancora di più, anche questo riguarda l'apprendimento, rapporto da un aglievo maestro, c'è un aglievo che vuole imparare kendo che è l'arte della spada. Allora, scegli il maestro migliore in giappone in quest'arte e si rivolge a lui chiedendo gli voglio imparare tutti i segreti di questa arte, dell'arte della spada. Allora il maestro lo riceve e gli dice va bene, spacca la legna, questo prende lascia e comincia a spaccare la legna. Dopo una settimana che spacca la legna, gli dice "meno sono venuto per spaccare la legna, sono venuto per apprendere la tecnica della spada". Maestro lo ascolta e gli dice "bene". Allora, fai questo esercizio cammina sul bordo dei tapeti sul bordo in modo tale che non tocchi, diciamo, così il centro del tapeto. Sei obbligato a camminare il solo sui bordi. La lievo non capisce bene, ma esegue, fa questo esercizio di camminare sui bordi. Passa un'altra settimana, due settimane torna dal maestro, ma io voglio l'arte della spada. Il maestro gli dice va bene, adesso te la insegnerò, ma ti voglio spiegare quello che ho fatto fino a questo momento, per usare con efficacia l'arte della spada, deve avere forza. Il primo esercizio è servito per coltivare la tua forza. Ci vuole poi equilibrio. Il secondo esercizio ha potenziato il tuo equilibrio. Adesso c'è il terfo, non dicevo, così. In vita d'alghievo, seguirlo, in cima d'una montagna, e in cima questa montagna c'è un piccolo ponte di legno che unisce due montagne tra loro e quindi che si apre sulla bisso, piccolo fragile ponte di legno che si apre sulla bisso. Il maestro dice questo è l'ultimo esercizio attraversa il ponte di legno e poi ti insegnerò la tecnica della spada. Qui abbiamo di nuovo quello che abbiamo incontrato negli agli hevi di vedo, va cioè si blocca, paura, vede il ponte fragilissimo, vede la bisso, crema, si arresta, si blocca, non procede. E a un certo punto, mentre in questa situazione, in cui il maestro attende che lui si muova e va ad averso l'attraversamento del ponte, arriva un seco con il suo bastone che con tutta tranquillità prende il ponte lo attraversa e arriva dall'altra parte, con mento del maestro, quando avrai raggiunto la postura del seco, che non si preoccupa di quello che potrà accadere, ma fede, fiducia nei suoi atti, potrà usare l'arte della spada. Qual è il senso di tutto questo? Che la tecnica, ogni tecnica, non è mai sufficiente a trasmettere il sapere. La trasmissione del sapere non riguarda semplicemente la acquisizione di una tecnica. Qui che cosa è che sfuggia la tecnica? Il fatto che questo ragazzo deve liberarsi dall'attacamento al suo io, al proprio io, potremmo dire radicalmente la propria vita? Perché finché c'è questo attacamento, non ci può essere coraggio nel combattimento, non ci può essere la possibilità di usare con efficacia la spada. Potremmo dire che in questo caso il ponte ha sommiglia a l'onda. Si potrebbe anche dire che noi siamo sempre esposti a l'onda e a ponti fragili e che la vera formazione è nell'impatto con l'onda, nell'impatto con il ponte fragile, dove noi, come mi diceva, il mio professore, con chi studi filosofia? Solo. Otima risposta, c'è nessuno sul ponte con me, non c'è nessuno con me, non c'è più il mio maestro mentre mi tu fono l'onda. Gli effetti di formazione implicano sempre una solitudine radicale. Io non posso fare senza il maestro, ho bisogno del maestro, faccio come il maestro, faccio con il maestro perché possa fare da solo, perché possa arrivare ad attraversare il ponte e a incontrare l'onda da solo. Permettetemi gli ultimi due passaggi. Uno spero un po' divertente, prendiamo la sfurridere. Qui è proprio materia psicoanalitica brutta. Qual è il primo prodotto che il soggetto genera da se, abbiamo parlato in solitudine, no? Il nostro primo prodotto è stata nostra cacca, froidlo sottolinea. Il primo atto creativo di un soggetto di un essere umano, il suo primo prodotto, torniamo indietro, quindi immaginiamoci piccolissimi, ci sarà stato un momento in cui non solo abbiamo svuotato il nostro intestino, ma abbiamo anche portato alla nostra mamma o al nostro altro, il prodotto del nostro intestino. Guarda che stronzo che ho fatto. La mamma cosa dice, ma non è un stronzo, è una pepita meraviglia che cosa hai fatto stupendo? Il bambino dice, ho fatto una pepita, non una cagata, ci divertiamo un po', però al punto è molto serio, ho fatto una pepita. Pensavo di aver fatto, se bel titolo di un film, pensavo di aver fatto una cagata, ho fatto una pepita, doro, fro il suo questo, il sistema lungo, le quivalente, denaro, feci, ma non ci interessa. Prima scena, devo entrare un po' più del dettaglio, voi sapete che la punzione anale si struttura su due tempi fondamentali, ritenzione e evacuazione. È il movimento dello sfintere, trattengo, rilascio. Immaginiamo il bambino, trattiene, vasino, rilascia, porta il vasino dalla mamma, pepita, doro. Felice. Ma dopo, rimaniamo sul punto. E cominci a instaurarsi un dubbio nel bambino. In tutti i bambini noi stessi, tutti noi, perché la prima era una pepita, ma chi mi da la certezza che la seconda otterrà lo stesso plauso della prima? Cominci a instaurarsi il dubbio. E se fosse solo una cagata, come dire la mamma guarda, come la mamma medico di un mio paziente che ha avuto un blocco nei suoi studi notevole, che esaminava le feci del suo bambino per capire sei la alimentazione raccorreta a quelli studi. Questo ogni volta che fa un esame, immagina la madre che esplora le sue feci. La seconda fosse una cagata, nasce il dubbio, quindi di nuovo trattengo orilascio. I fenomeni di inibizione, tutti i fenomeni di inibizione intellettuale hanno a che fare con questo punto. Perché se io trattengo, se io mi trattengo, fino alla stitichetta, quindi non parlo non scrivo, non alto la mano, non mi espongo, mi trattengo, io non rischio nulla, non rischio che l'alto mi dice. Pensavi fosse una peppita e una cagata. Avete tutti presente la grande bellezza di Sorrentino e la storia di Nostritore? Vedo ricordo rapidamente, Gepi, interpretato, avete tutti presente da un nostro ordinario toni servillo, ma la storia di questo scrittore è che ha fatto un libro, una peppita. E poi non è più fatti, perché il dubbio era, ho fatto un libro ordinario, ma come potrò farne altri a questo stesso livello. Vedete il meccanismo della fissazione anale come si struttura, meglio rimanere al di qua della pagina bianca, meglio trattenere, meglio sviluppare una varizia fondamentale che la varizia della stitichezza, che fa in modo che io conservi le mie peppite dentro di me e che tra me è medico faccio delle peppite, ma finché non le fai vedere è merda. E questo spiega molto linea e bizzione. Quando ci tavo Gesù, adesso il passaggio sembra profano e scabroso, ma Gesù non avere paura del mare, cammena sulle acqua, è questo, non trattenere, non conservare, perché chi vorrà conservare la propria vita, la perderà e che invece per causa mia sarà disposto a perderla la troverà. Il maestro è con lui che spinge verso l'esposizione della propria merda. Concludo con l'ultima scena che è la virtù maggiore del maestro, e la voglio dire con le parole di Niche, in uno dei testi forse più radicali sulla figura del maestro che è così parlo a varatustra, dove Niche sostiene che la virtù più grande di un maestro è quella di sapere tramontare, non solo di sapere tramontare, ma di sapere tramontare nel tempo più distosto. Dovete ci troverà tustra ai suoi agli evi, dovete voi perdermi per potervi trovare. Il dono che il maestro fa è il dono del proprio tramonto. Il tramonto del maestro, e ciò che rende possibile all'aglihevo di trovare il proprio spazio, non nell'odio, perché molti rapporti maestro agli evo finiscono nell'odio, finiscono nel risentimento, nell'odio reciproco il maestro vuole uccidere l'aglihevo perché l'aglihevo lo oltre passa, l'aglihevo vuole uccidere il maestro perché il maestro lo ostruisce. Come si esce da questa dialettica servo padrone che blocca molto spesso, non solo i rapporti tra genitori figli, ma anche i rapporti tamestri agli evi, l'arte del tramonto, da disponibilità tramontare. Il tramonto come la forma più alta del dono. Grazie. [Applausi] [Aplausi]
Podcast Summary
Key Points:
Il maestro si definisce non per il potere, ma per la capacità di illuminare e trasmettere desiderio, non solo contenuti.
L'insegnamento autentico rompe l'illusione scolastica del travaso di sapere, trasformando l'allievo da "coppa vuota" in soggetto desiderante.
La scuola ha un'anima duplice
Il vero apprendimento avviene non per mera imitazione o progressione lineare, ma attraverso uno "scatto" o incontro con l'ignoto, simboleggiato dall'onda.
Summary:
Il discorso esplora l'essenza della figura del maestro, partendo dal simbolo della "polvere di gesso" che rappresenta la trasmissione quasi invisibile di una passione, più che di un semplice sapere. Attraverso scene esemplari, come il racconto del giovane professore, l'episodio di Socrate nel *Simposio* di Platone e l'esperienza con il filosofo Franco Fortini, si delinea un ritratto del maestro come colui che testimonia il desiderio della verità, non la sua proprietà. Il maestro opera all'interno della scuola ma è intrinsecamente antiscolastico: rompe la logica dell'allievo come recipiente passivo da riempire e, illuminando i concetti, trasforma gli studenti in soggetti attivi e "amanti" del sapere.
La scuola stessa è vista nella sua duplice natura: da un lato il "dispositivo" burocratico e opprimente, dall'altro lo spazio possibile di un incontro che allarga gli orizzonti. Infine, con la scena del bambino che impara a nuotare, si sottolinea che l'apprendimento autentico non è una semplice progressione lineare o imitazione, ma richiede uno "scatto", un incontro con l'ignoto (simbolizzato dall'onda), dove il maestro ha il ruolo cruciale di spingere l'allievo verso quell'esperienza trasformativa.
FAQs
La 'polvere di gesto' è un simbolo quasi invisibile della passione e del desiderio che un maestro trasmette agli allievi, come la polvere di gesso sulla giacca di un insegnante appassionato, rappresentando un'eredità fatta di entusiasmo più che di semplice contenuto.
Socrate rifiuta per rompere l'illusione scolastica che vede l'allievo come una 'coppa vuota' da riempire. Invece, testimonia il desiderio della verità, trasformando Agatone in un 'amante' attivo della conoscenza, non un mero ricettore.
Il maestro è 'aria fresca' che apre le finestre, illuminando e allargando gli orizzonti, mentre l'istituzione scolastica tende a essere un 'dispositivo' chiuso, con orari, programmi e gerarchie che possono rendere l'atmosfera pesante e poco ispirante.
Significa che oltre a trasmettere il noto, un maestro deve preservare uno spazio per l'imprevisto e l'ispirazione durante la lezione, evitando la noia e mantenendo viva la curiosità verso ciò che ancora non si conosce.
L'apprendimento inizia con l'imitazione dei gesti del maestro, ma richiede uno 'scatto' finale: il maestro spinge l'allievo verso l'onda, ossia verso l'impatto con la realtà, dove la tecnica appresa viene messa alla prova e fatta propria.
Il maestro deve chiarire e illuminare i concetti complessi, ma anche preservare l'ombra, ossia riconoscere che non tutto può essere detto o compreso, mantenendo un equilibrio tra spiegazione e rispetto per il mistero del sapere.
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