La prima volta che ti sei accorto di essere un maschio
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Il podcast “Tutti gli uomini” si apre con una riflessione sulla mascolinità e sul ruolo maschile nella lotta alla violenza di genere, dando voce a uomini che si mettono in discussione attraverso interviste. Gli intervistati rispondono alla domanda: “Quando è stata la prima volta che ti sei reso conto di essere maschio?”. I ricordi sono vari ma accomunati da esperienze di pressione sociale: a qualcuno è stato impedito di piangere dopo una caduta o una lite, altri sono stati spinti a essere più forti e aggressivi per non essere presi in giro o per “dimostrare” la propria virilità. Alcuni raccontano di essere stati esclusi dal gruppo maschile perché non condividevano certi atteggiamenti, come la prevaricazione sui più deboli. Altri ancora ricordano la scoperta del proprio corpo e delle differenze di genere in situazioni di imbarazzo o vergogna. Emerge un quadro in cui la mascolinità è vissuta come una gabbia di regole implicite: non mostrare vulnerabilità, competere, essere duri. Le voci si interrogano su come queste aspettative abbiano influenzato la loro vita e le relazioni, e su come sia possibile, oggi, ripensare un’identità maschile più libera e consapevole. Il podcast vuole offrire uno spazio di condivisione per chi cerca di fare la propria parte, partendo dalla consapevolezza che il cambiamento deve essere collettivo.
sono l'unico che in tutti i cinque anni di elementari non ha mai pianto. In tante occasioni, soprattutto in quegli anni, se non facevi quello che tutti si trovavano a fare non eri parte della categoria maschile. Mi sento un uomo, cosa vuol dire essere un uomo? Benvenuti! Non sono solita parlare solo al maschile, ma in questo contesto mi sembra appropriato. Anche se so che diverse persone alla scolta non sono uomini, questo podcast è anzi tutto agli uomini che parla. Quindi cominciamo con un, benvenuti! Ma poi anche benvenute sono consapevole che ci saranno molte altre persone fra chi ascolterà. E questo perché sono in molte a interessarsi o a doversene interessare alla questione maschile. E a scoltare questi racconti potrà aiutare a capirla un po' di più. Vi faccio sentire la mia voce appena appena, ma non è effezionato evi ci sarà per molto tempo. Perché questo è tutti gli uomini, voci maschili si raccontano per cambiare. Un podcast che parte dalla convinzione che il ruolo del maschile nelle eliminazione della violenza di genere sia centrale, ma ciò non significa che sia semplice. Ed ecco allora che a parlarne saranno proprio degli uomini, che durante lunghe, lunghissime interviste hanno risposto a domande su di sé sul rapporto con gli altri uomini e sul rapporto con le donne. E lo hanno fatto per mettersi in discussione, per condividere dubbio e domande e per farti apire a tutti quegli uomini che vorrebbero fare la loro parte, ma che non sanno da dove partire, che sono in buona compagnia. Perché se il problema è sistemico, la soluzione, deve essere collettiva. In questa puntata sentirete questi uomini rispondere alla prima domanda dell'intervista. Non l'interromperò e non farò con mentine mentre. Noi ci risentiamo a fine puntata per provare a vedere insieme se alcune risposte si sumigliano se ci sono dei pattern e cosa ci dicono questi pattern. La domanda fa più o meno così. Una volta alle elementari un mio compagno di classe mi ha chiamata Troia. Avrò avuto 7 o 8 anni. Per la verità non era solo un mio compagno di classe, erano anche il mio fidanzatino dell'epoca. Se mai farò un nuovo podcast dal titolo Irene non vede le red flag, questa ve la racconta proprio nel dettaglio. In realtà non mi ha chiamata Troia, mi ha chiamata trotta. Questo perché lo ha fatto davanti a tutta la classe, compresa la maestra e ovviamente temeva una punizione per aver detto una parolacia. Io in quel momento non ho saputo come reagire. Avevo 8 anni, non ero in grado di rendermi conto che il problema principale fosse che venisse percepito come un insulto la parola Troia. E cercavo quindi un insulto con cui poter ribattere e che potesse fargli al tre tanto male, ma non lo trovavo. Quello è stato il primo momento in cui mi sono resa conto di essere una femmina. Fino a quel momento io non pensavo a me come una femmina, io pensavo a me semplicemente come Irene. Li invece ho capito di fare parte di una categoria, una categoria alla quale erano riservati degli insulti ben specifici. Quando è stata la prima volta in cui tu ti sei reso conto di essere un maschio. Non solo di esserlo ma che dovevi esserlo e che per esserlo dovevi o non dovevi fare alcune cose. La prima volta diciamo scavare nel passato un po' difficile. Una delle prime volte sicuramente stava quando mi è stato negato di potertorne la casa dopo essere me a suffato con un altro mio compagno di classe e non aver le date abbastanza. Il messaggio è stato se tu torni a casa e lei prese, tenendo il doppio, se piangi, tenendo il quadroplo. E li è stato un momento in cui ho detto "Ok, devo dimostrare di essere, di meritarmi". Lo stato di maschio in quel momento li. Credo che questo è stato uno di prime esti in cui ho realizzato di essere maschio. Ho avuto forse 6 anni, probabilmente. Considerando sempre che sono cresciuto in un contesto particolarmente violento, più o meno, sia nelle scuole che nel quartio dovevo io. Quindi era un per formare, un col seno di poi, non sono il riso conto che era tutto quanto un cercare sempre di dimostrare di essere abbastanza virile, abbastanza forte, abbastanza quello che ti pare. Abbastanza maschio nel termine più ampio che io posso usare. Quindi, sì, quella volta lì è stata, forse la prima volta mi sono reso conto. E ha fatto, forse, più male, capendolo anni dopo perché proveniviamo direttamente da i miei agenitori questa risposta che ho ricevuto. Non era possibile vedere me stesso validato nelle motività che avevo. Cioè io lo dò una da casa, lo distrutto e volevo piangere perché i miei alcuni compagni di glassami vanno preso in giro, mi avevo ninsultato, mi vanno messo la mia nadosso, io avevo risposto. Vedendo che avevo una sorta di graffio quasi otto locchio, c'è stata questa risposta che mi ha un po' tipo, mi ha fatto dire "Oh, ok, devo fare di più, non sono abbastanza". Allora, devo la prossima volta, devo picchiare più forte, devo essere più forte, devo essere più agressivo, più cattivo. E lì sì, questa è stata probabilmente il mio primo ricordo e questo, dell'essere maschio. Non credo che ci sia un episodio specifico, credo che sia più una conseguenza di frasi dettene l'infanzia che sono piangere, non fare la femminucia. Il ricordo di un episodio di quando ero molto piccolo, ricordo gli anni, giocamamo in cortile con ecuginetti e noi maschi, e io poi avevo fatto male a mia cucina, e mi ricordo che la mia papà mi aveva scridato per questa cosa e mi aveva spiegato che da maschio bisognava comportarsi in una certa maniera, soprattutto verso il giro di noi femminine. Quello forza da andare indietro all'episodio più vecchio che a mia rimasto in memoria della prima volta che ho sentito la differenza tra i gingeni. Avrovuto 7-8 anni, ed era cresciuto fino a quel momento, soltanto con donne, il mio padre suonere andato quando io avevo pochi mesi, e la casa mia c'era mia madre, mia nonna, arrivavano alle mie 5-6, le vicine di casa. E un giorno mia madre si convince che io ho bisogno di un archedipo maschile quanto meno momentaneo, e quindi convince mi azio a farci la doccia con me. E funa un momento particolare, lo ricordo molto bene, mi ricordo tutto di lui, mi ricordo soprattutto su un barrazzo perché fu costretto la mia madre a venire a farci la doccia con me, e lì mi accorsi che ero maschio, ci avevo di avere un bene, avevo di avere un corpo diverso da quello di tutte le persone che erano in torno a me, di solito, e dai, mi compagno di classe. Però lì mi accorsi che c'era qualcosa di strano, cioè perché era necessario che io vedessi un corpo maschile in unuto di fianco a me. Perché mi amadere lo considero? Li ricordo perché mi azio era così tante in imbarazzo, il fono ci stavamo lavando, mi mi lavavo, mi amadere, mi lavavo mia nonna, ma bene mi lavavo come mi azio, lo problema c'era. E lì mi sono accorto, cioè c'era qualcosa che non tornava, cioè lì mi sono accorto che non tanto l'atto della doccia, ma la necessità della doccia, l'imbarazzo di mio zio e l'ulgenza di mio madre, mi hanno spinto a dire però che aspettamà, e allora sono maschio, e dai, poi sono cominciati, problemi. Forse uno spot degli anni 80 di giochiattoli in cui c'era questa netta di visione tra bambini e bambine, i bambini facvenorobi da maschiaci. Prada, ti racconta anche un anedotto perché penso sia solamente un'immagine in qualche modo che ricordo bene, però essendo sono l'immagine, penso che risarga tranquillamente a prima dei sei anni, quindi saranno saremo sui 4-5 anni, probabilmente. E mi ricordo che a 4-5 anni ho sperimentato per la prima volta il provare delle rezioni, ora io non so se fossero biologiche, non so come dire, non so se fossero casuali, fosse un motivo per me fosse stimolato, non ne ho idea, però ricordo di aver provato delle rezioni, e mi ricordo che quando mi è successo questo, mi sono affacciato alla finestra e ho guardato le donne che passavano per strada pensando, ok, è stata lei a farmi avere questa rezione, quindi che avevo interiorizzato il pensiero che le rezioni fossero dovute comunque a una presenza femminile che le causava, ora anche lì forse era un punto, non so se nel mio pensiero ci fosse già il costrutto quindi il suo suo culturale, insomma del fatto che in quanto maschio le rezioni mi dovessero essere causate assolutamente necessariamente dalle donne. Scono, posso fare due distinzioni, nel senso che la prima volta che mi sono accorto di essere maschio a livello sensuale, credo che se è stato molto, era molto piccolo, da che la memoria sin da credo i tre anni mi rendevo conto che aveva un senso che era diverso da quello femminile, e in realtà ho sempre avuto un rapporto con un senso molto parte.
colare nel senso che quando lo piccolo sapevo già. Anche se non sapevo nel dettaglio eccetera, però senti determinate pulsioni e sapevo già che mi piacevano le ragazze nel senso che, fatice sono alcuni anedoti che racconterei anche io di cui oggi pensandoci, me ne vergogno un pochino, però chiaramente ci avevo 4 anni probabilmente anche nell'ingenuita. Tipo mi ricordo che da una mia compagna di classe eravamo le materne e andata in bagno, solo che i bagni delle materne non c'erano le porte che si chiudevano e io sono andato e ho guardato no e mentre guardavo, mi rendevo conto che quello che guardavo, mi piaceva. Quindi ho sempre avuto questo tipo di, mi sono sempre sentito maschio da quel punto di vista, c'erano gli altri bambini che dicevano "le femmine, ha che schifo di qua di là, io dicevo che senso, in che senso, capito". Voi c'era la prima volta che mi sono riesco conto di essere maschio e che devo fare delle cose da maschio e da cosa un po' fanni. E anche sed, nello stesso tempo, praticamente, ero andato a fare un allenamento di basket, 8 anni. Torna chiaramente stare con le scale come papà davanti, mi viene un crampo, mi piega dal dolore, sono accasciato sulle scale, stavo piangendo dal dolore perché non avevo mai visto una cosa di questo tipo, se no è quasi che mi stesse per esplodere il muscolo praticamente. E mio padre mi guarda ridere fa se un maschio, se non devi piangere, presterave qua. E dicevo ma in che senso, aveva mai fa male, ma malissimo, pà, senso, sono maschio. E quindi un po' quella cosa l'ha ad opo, ma mi ha fatto entrare in quel mondo del maschio. Tu sei un maschio dei fare delle cose da maschio, ci sono delle cose che sono riservate alle femmine, quindi anche piangere per un dolore l'anchinante che magari non è provato mai prima, è una cosa da femmine. Visto, tu devi essere forte. Io non mi ricordo quando è stato che mi sono reso conto di essere un maschio intendendo conciò di essere un sottosistema di un insieme più grande, ma riconoscibile distinto nettamente da un altro sottosistema. Credo di avere assunto abbastanza naturalmente il fatto che essendo maschio, dovevo fare certe cose, per esempio non piangere unavere paura, una serie di cose, ma non lo mai considerato come un aspetto degno di riflessione, ma come una cosa che era in sita nella naturale dell'essere umano, se sei maschio, giocare ai cole macchinine, non cole bambole, se sei maschio, se ti metti a piangere, 20 e 9 e 9, quindi meglio di no, devi essere un po' più rosso negli atteggiamenti, di comportamenti, ma diciamo che se penso alla mia infanzia, le elementari, ricordo se è stato di essermi sempre pensato come un maschio, avevo la finanza tina, quindi tutto secondo quella camessa brava, la natura delle cose, la naturalezza delle cose, compresi appunto una serie di si deve fare, non si deve fare che io sempre considerato appartenente a mio genere per definizione. La prima volta che mi sono reso conto di essere maschio è probabilmente quando mi hanno più o meno gentilmente fatto capire che non dovevo giocare con le bambole, probabilmente la prima volta che ho sentito di dover essere maschio, quindi di veri dimostrare, di essere all'altezza in qualche modo, è stata quando cominciavo ad essere paragunato a mia fratello maggiore, fratello maggiore di circa 10 anni e più di me è estremamente sportivo, dinamico, sprezzante, sicuramente una persona che prendeva la vita con agressione, io ero molto più piccolo di lui e non ero come lui, quindi non mi sentivo tanto adatto, questa cosa mi ha provocado se non inmediatamente un disagio sicuramente delle domande. La prima volta che mi posso ricordare è anche in questo caso qualcosa di arrivato dall'ambito scolastico e lo capita come necessità di competizione di classifica. Il vedere costantemente non solo che appunto in un sistema un quello scolastico eravamo classificate se non altro perché ci sono dei voti che quindi immediatamente producono una classifica, ma che per me in quanto maschi ocenerano anche altre, avere fatto non avere fatto certe cose, avere non avere certi beni, sapere giocare, non sapere giocare certe cose, tutto questo mi qualificava in una classifica di maschilità perché poi si faceva solo tra maschi o comunque le femmini non partecipavano. Quindi evidentemente c'era una graduatoria in qual è dovevo inaziatutto cercare di non essere l'ultimo. E li ho capito che era qualcosa che li guardava solo quindi in mia genera perché l'altro genera non ho facido. Non mi è mai interessato troppo appunto essere al vertice sicuramente non essere l'ultimo e quindi mi dovevo trovare un settore nel quale appunto primaggiare o comunque avere particolari punti e fu facile per tutta la serie di circostanze della mia vita di all'orta che fosse quello dello studio. Quindi sicuramente non ero il migliore negli sport, sicuramente non ero il migliore in una serie di attività ludiche o che accadevanoci, non si fuori casa, fuori lambito scolastico, però scola, di fronte al gruppo class come andavo io. È difficile, non lo so, non riesco a trovare un momento specifico forse, cioè ci voleva pensare tanto tempo, però l'abbiamo di tempo, il gusto. Una cosa che mi viene in mente è legata alle scuole medie, un po' alla dinamica se vogliamo da spogliatoio. Non giocando come giocavano alcuni ragazzi, con pagni di classe, venivo magari tacciato di sergheino. Non fai questo, seghei, seghei, seghei, seghei. In tante occasioni, soprattutto in quegli anni, se non facevi quello che tutti si trovavano a fare, non eri parte della categoria maschile. Io spesso, in realtà, mi sono trovato in questa situazione, perché comunque non so perché, però non mi sono metto particolarmente a mioaggio, in certe situazioni. Tutti quei comportamenti un po' di soppruso, cioè di presengiria del più debole, del sfotto, ad ogni costo, non sono atteggiamenti che mi sono mai appartenuti e soprattutto, appunto, la presengiria del più debole, cioè mi ritrovavo ad essere fuori da quel gruppo lì, o comunque quello che veniva presengiria esattamente come gli altri. Perché non sottostavo, traviolette, ad alcune, non so, mi vien da dire dinamiche, obbligate. Esattamente come lo spogliatoio, no, che da sempre lo spogliatoio era il posto che meno volevo frequentare del moncio, ho sempre fatto sport, ma non lo mai detto, va che bello, lo spogliatoio. Lo me sono mai fatto un grosso crucio, però sicuramente li mi sono riso, conto, forse che per essere maschio, veniva richiesto un certo tipo di atteggiamento, un certo tipo di comportamento, accettare e sottostare traviolette, ad alcuni comportamenti. Ricordo che davam bio, quando ero alle elementari, se non sbaglio, potre essere, cioè sono quasi sicuro di questa cosa qua, sono l'unico che in tutti i cinque anni di elementari non ha mai pianto. O forse per una volta, in un'occasione unica, però nel quale non mi sono fatto vedere da nessuno, è perché sono risuto i miei genitori, anche quando li prendevo, di sevano non piangere, sono maschino, piangere. Propiuno mi lo ricordo, cioè, mi lo ricordo bene, se non si può, credo che, io trovo questo gesto, magari se non state una scosta, non saccuti cose che magari mi hanno impedito di vivere al meglio la mia vulnerabilità, però si, era proprio di biessere forte. Mi ricordo che è già stato un periodo a scuole, in cui ero veramente entrato in questo personaggio forte, e menavo i miei compagni ero cattivissimo, perché dovevo essere un maschio. Poi, in realtà è successo questo, ad un gioco punto, tornare i sette anni, sei, mi sono trasferito in questo quartiere qua, che, dalle mie parti, è un quartiere dove ha abito, non principalmente, stranieri. E mentre prima abitavo in un paese proprio totalmente di campagna in Vallecamonica, questo trasferimento in un quartiere disaggiato, mi ha portato ad uscire troppo presto della mia inocenza da bambino che gioca e sono intrati in un mondo in cui, veramente per un attimo, vi gieva la legge del più forte, quindi dovevo mostrarmi forte. Nonostante le cose che dicevano i miei genitori, cioè, ne ne ho piangere così, non era la mia indole, non era necessaria, la mente, la mia indole, prevaricare fisicamente sulle persone. Solo che non piangere, non vi ci che quando fai a botte, non sei abbastanza uomo, ha creato un mix che per un po' di anni, mi ha reso più agressivo di quanto avrei voluto. Pensa anche io era elementariva, n'ensitutto, io era elementariva, non conoscevo neanche la parola trota. Cioè sì, trota come pecne, sì, ma non quella altra n'ensitutto. Io da bambino ma molto piccolo, prima addirittura dell'asilo, giocava molto con una barbi, non chiedermi il perché. Cioè avevo lì. E quando questa cosa poi magari usciva l'asilo, i primi due, tre anni dell'alimentari, che mia mamma tranquillamente lo diceva all'altra mame, come si niente fosse. Veniva guardata lei, poi venivo guardato io un po' strano, come perdire il dio. Ma è pazzo, oppure sempre in quel periodo quando vedevo le altre bambini che anche solo per gioco, per scherzo si pichiavano. Vi avevo una amichetta che era mio più carmiquetto dell'epoca, che fondamentalmente mi menava. E io non reagivo. E un giorno è successo che al parco la mamma di questo bambino ha preso un legnetto, perché lui mi non mi ricordo cosa mi havesse combina a tommi. Proso che io sono in estumerata e io male, fai da su.
il taglio l'endietro. Io piano piano sono adato lì l'ottocato, non ricordo in che parte del corpo, lui si ho feso, non lui ho fatto chiaramente male. Io vedendo la sua faccia, so scopiato a piangere, perché tu di cosa ho combinato, ho fatto qualcosa che non avevo fare. E lì poi piano piano piano vedevo come si relazionano gli altri, eccetera, ho detto "Ah ok, io sono fisicamente come loro e se voglio entrare in questo branco, passami il termino che non ero brutta, ma a quelle talino la concepisci, devi comportarti così. Poi non ci sono mai riuscito, però ci ho provato. Quanto meno, ecco, ci ho provato. Iniziamo già con le domande facilissime. Allora intanto questa domanda, cosa vuol dire, essere maschio, sei un maschio, me la sono fatta non troppo tempo fa, in questo giorno, poi le danni in cui ho iniziato a fare un percurso di terapia, iniziato a poco un concluso per altre ragioni, in cui però la questione dell'identità, e dell'identità di genere, è venuta fuori in modo molto chiaro, perché è un certo punto la domanda mi si è posta. Mi sento un uomo, cosa vuol dire, essere un uomo? Non so se mi sono dato ancora una rispossesa ostiva, se però penso alla mia vita da bambino, probabilmente una delle prime volte in cui mi sono resoconto di questa cosa, è stato fin da piccolo, anche io probabilmente alle elementari, in circostanza forse regate allo sport, forse regate alla scola calcio. Io sono il primo figlio di miei ingeniatori, poi ho un altro fratello di un paio danno più piccolo, e porto il nome di mio nonno. Il mio padre da Giovane era un fortissimo e promettente calciatore, allo che carri era poi per un'infortuna molto forte, stata interrutta. Quindi, come tra il regolette naturale, all'arrivo del primo figlio, non si vedeva l'ora di vedere lo crescere, vedere lo crescere una palla tra i piedi per giocare a calcio. Io oggi il calcio è tutto uno sport che non mi piace e che non non mi è praticato, anche solo vedere una palla tra calcio, nonostante sia una russona adulta, bello, vorrebbe fare tanti ravori su di me, comunque non è proprio una cosa risolta, ma sì, probabilmente una di delle prime volte è legato a questo. Questo sentire che su di me era questa pressizione di legata allo sport del primo figlio maschio, che deve fare le cose, che deve essere bravo il calcio, deve essere bravo allo sportio, poi, ovviamente in qualche modo anche in reazione a questo, sono diventato un po' tutt'altro, che è sossato un ragazzo che finna piccolo per tutti i cliché o poi anche da grande, si è interessato a tanto ai videogiochi, alla scuola, ai libri, alla musica, ma non allo sport. E soltanto, nelle tatt'olte realtà questa cosa è un po' sia un po' sanata e mi sono risolunto il link appunto e che il problema di un sportio è la masculinità o un tipo di masculinità, che io già da piccolo anche in consapevolemente rifiutavo e invece mi interrogavo su quale potessere un tipo di masculinità mia che mi appartenisse. Allora, posso sicuramente raccontare una neddoto anche io di quando ero molto piccolo, perché è una cosa che mi è rimasta in pressa, perché avevo chiesto a mio papà con tutta l'inocenza di un bambino di 4 anni, 5 anni, ma papà perché il pisellino ogni tanto è morbido, ogni tanto è duro e diciamo che la risposta non è stata di quelle propose austive perché la risposta è stata è perché è ogni tanto è così, ogni tanto no, fine, quindi questo sicuramente vuol dire che da qualche parte c'era una consapevolezza di una differenza rispetto alla mamma, rispetto alle altre bambine anche da piccolo. Potre dire anche il giorno in cui è arrivato il mio figlio adottivo per esempio sotto un certo punto di vista, perché il fatto che nel momento in cui è arrivato a mia moglie, avesse 6 mesi di maternità e i avessi e caragrazia che gli avevo perché era appena cambiata la legge di 10 giorni, diciamo che questa cosa un minimo di distanza di differenza li aveva messi, mi aveva messo di fronte a questa cosa, potrei dire sicuramente che anche nel momento in cui si è iniziato magari a lavorare perché sicuramente c'è un genere di cameratismo e un genere di anche in ambienti competitivi magari in ambienti non solo collaborativi in cui c'è una certa attitudine all'essere più aggressivi che non è mai stata parte del mio carattere perché tendo a essere uno molto diplomatico, molto conciliante e quindi questa cosa nel momento in che mi trovava in un ambiente che invece era più competitivo, più aggressivo, più votata a risultatono, so come dire, sono tutte queste cose, sono stata uno sforzo una tevole soprattutto all'inizio da frontare, potrei dire con lo sport perché anche quello è un ambito in cui tutte le menate che ci si fa sulla competizione, la guerra simulata, tutte quelle robe del lavoro di squadra eccetera e eccetera, comunque anche un ambiente in cui tendenzialmente se sei italiano giochi a calcio, se giochi a calcio, a meno che tu abbia una bambina particolarmente brava e particolarmente voglioso di giocare a calcio, ma negli anni, fin e ottantini, iniziando avanti, c'enerano un poche adesso, ce ne sono un po' di più forse, vuol dire che è un ambiente esclusivamente maschile sia dal punto di vista delle persone, ma anche dal punto di vista del tipo di rapporti che si creano perché sono persone che vedi solo lì, che magari non vedi perché vengono da non frequentavano la tua scuola e non erano amici di altri posti, sono solo nel sport e c'è un tipo di cameraismo che è molto maschile che poi si sviluppa anche ma mano negli anni della adolescenza andando avanti eccetera eccetera, potrei dire. forse questo. Credo alle superiori, alle superiori c'è stata una dinamica di branco abbastanza forte in classe mia, branco da cui io ero tra altro escluso perché abitavo fuori, quindi ero considerato il campagnolo perché abitavo lungo la metropolitana e non in centro, mette alla scuola, si trovano in centro, e di oltre a rendermi conto che effettivamente avevo questo cartello al collo di contadino che va benissimo, lì ho visto tante dinamiche, ci sono state tante dinamiche, tabranco da maschio, e a cui io sicuramente imparte ho partecipato per inserirmi, sicuramente non ti soddire quale comportamento in particolare, ma lì mi sono accorto che c'era proprio una netta distinzione, maschie femmine che alcuni comportamenti bisogna fare, bisogna fare terminate cose e non fare ne altre. Io penso verso le elementari perché effettivamente anche di, soprattutto nell'intervallo c'era nei ruoli, no, dalla serie, maschi sono tutte giocare a calcio e le femmine sono tutte sedute, io non mi sono mai interessato di pallone, a tutt' oggi non mi interessa, non mi piace giocare a calcio, eccetera, eccetera, me ne stavo seduto a chiacchierare con le ragazze eccetera, questa cosa ti faceva in automatico un po' escludere dal gruppo dei maschi, quindi di base lì un po' iniziato a sentire come mai tutti gli altri maschi fanno quello, nel senso io no, sto sbagliando io nel senso e quindi c'è il maschio deve fare quello, ma me non piace, quindi lì forse l'iniziato a capire che canonicamente c'era il ruolo del maschio, il maschio fa determinate cose e la femmina fa determinate cose e ti guardano strano, sei un po' di senso t, se non lo fai sei un po' da meno e quindi un po' mi sentivo così capitando anche andando più avanti con le tà ho cercato anche di adattarmi e dire fare le cose che fanno tutti gli altri, anche se non mi piacevano per dire faccio parte del mochio, perché poi al certo punto ho detto, ma me se non mi piace non la faccio, perche devo farla, c'è a chi devo fare piacere? Non so, indicare un momento percizono un'edotto una situazione, anche se ho una serie di situazioni che però a posteriori sapere e notificare come estrania a tutti, c'amo la situazione più importante in cui ho percepito che c'era una differenza e raccredo alle medie, nel senso che c'era quel passaggio tra bambini elementari adolescenti molto molto strano, in cui anche le differenze fisiche contavano chi c'erriva prima, che ci è arrivato a messo che lo vettivo sia arrivato a qualche parte, l'insioso, mi sorriso a conto, c'è una sorta di sessuazione di ruo, cioè i maschi si comportarono in certo modo per cui avevano un certo aspetto, un certo atteggimento e invece le femme si comportarono in un altro modo e non fittavo in questo binarismo, nel senso che non mi piaceva giocare a calcio, facevo altri sport, una nuova passione per le moto, per conto mi piacevano i libri, invece vado a giocare a carte, sì, anche a tag, con gli amici, però non era
capito il fulto, la tornora di cui era rotova tutto, soprattutto avevo sia amici maschi che amici femmile, ma sì più spesso amici femmile che amici maschi, e lì è stato il primo momento in cui è atto che hai non fitto perfettamente in quello che è la norma che vedo a tornamento. Per me la ovviamente è un po' diverso. Forse io ho abisciuto la tua stessa esperienza, cioè quando ho capito di essere una femmina, quando ho capito di essere una femmina, non lo so, forse quando ho avuto la sensazione, l'interesse che provavo per una bambina era sbagliato. Quindi c'era qualcosa che non andava, oltre ad rispetto a quello che c'è il fatto che io provassi attrazione, non andava bene perché io ero una bambina. E quindi questa cosa mi ha fatto realizzare, che io quella cosa di non la potevo provare, rispetto a invece quando capito di essere un maschio, diciamo che capire di essere un ragazzo trans e è stato ovviamente un percorso che ha richiesto riguardando il guadano in dietro tanto a toccoraggio, nel metterlo perché mi è successo, cioè io ho cominciato questo percorso quando avevo quasi 26 anni, quindi ero già travi il volete grande, avevo già una vita, ero già via della casa e quindi il distacco che avevo con la mia famiglia di origine ha facilitato il mio percorso di consapevole pezza di essere un ragazzo trans. E ho capito di essere un maschio, diciamo più che altro ho capito che volevo fare percorso e quindi ero convinto di prendere quella strada, non avevo paura di subire le conseguenze che quella decisione poteva portarmi perché ho arrivato comunque alla cosa pevolezza che ero disposto a perdere tutto, puro di compensare la transizione e quindi raggiungere quella che per me era la mia verità, la mia autenticità e un momento specifico, se lo posso collegare al Canada, che è stato un viaggio che io ho fatto poco prima di cominciare la tradizione medica, come ci era per prendere il testosterone e mi ricordo che era in Canada, che era bancuro, e c'era una festa indiana, c'era questa forte suddivisione tra i maschi e le femmine e mi pare che consistesse questa festa con dei carri e c'era una parte l'umini e da una parte le donne che reggevano una corda, in quel momento lì io come se avessi dovuto fare una scelta di dire dove mi mi sento e sono andato nella parte maschile e quella, mi ricordo quello stringere la corda per me ha significato che io è quello che voglio, sono pronto e quindi sono ragazzo. Che dire dopo queste parole? Beh, qualcosa possiamo dirla. Il mio compito è chiudere ogni puntata aiutandovi a portare a casa qualche punto fermo, qualche concetto che rimanga in memoria. Ovviamente nessuna lettura della realtà è oggettiva e universale. Io ho ascoltato queste risposte a partire dal mio punto di vista e a me pare di vedere delle esperienze che si ripetono e si richiamano. Sicuramente un'altra persona classificerebbe queste testimonianze in maniera diversa, dunque quello che vi propongo è un modo di ricapitolare questa mezzora di contenuti, di certo non l'unico. Bisogna anche tenere a mente che tutti questi uomini sono uomini che hanno accettato di rispondere a certe domande quindi il campione è sicuramente viziato. Nonostante questo hanno background diversi, quindi che le loro esperienze invece si sumiglino continuo a essere un dato interessante da portare alla vostra attenzione. Le prime due parole che mi ronzano in testa sono "paragonne" e "competizione". Molti hanno parlato del gruppo dei pari più di una volta chiamandolo "branco" come di un contesto dove dover primeggiare o comunque dove non poter essere l'ultimo. Pena, l'essere considerato meno uomo. È interessante perché è qualcosa che ad esempio io non rilevo nella mia esperienza in contesti femminili. Chiariamoci non è che tra donne non ci sia competizione, ma non è quella a definirti come donna. Se perdi poi sentirti in difetto, ma non sei meno donna. Continuando a guardare i richiamini nei contenuti, sembra uno stereotipo superato, ma in realtà sono tanti a raccontare di essersi sentiti dire "non piangere, non fare la femminucia quando erano piccoli". Di prometto che ci torneremo su cosa voglia dire crescere senza poter esprimere alcune emozioni. Anzi, dedicheremo un intera puntata al tema, per ora vi segnalo solo la cosa. Incredibile comunque che quanto più ti accorgi di deviare, dallo stereotipo previsto per te, tanto più ti rendi conto di quanto quello stereotipo sia presente e pressante. E tanto più invece loro i calchi, quanto più ti riesce di difficile metterlo a fuoco. C'è anche tutto il rapporto con il corpo da poteri indagare e di come la masculinità culturalmente si allegata a doppio filo alla vera un pene. Certezza che crolla ogni volta che si ascolta l'esperienza di un uomo trance e che svela tutta la transphobia che perme alla nostra società. Un'altra convinzione è che la masculinità si esprima attraverso l'interesse per le femmine, ma non per il femminile e mi raccomando, e che viene smentita da tutti gli uomini homosessuali, bisessuali o pansessuali. Insomma, anche solo nelle risposte a questa prima domanda troviamo spunti che potrebbero riempire le pagine di diversi libri. Alcuni le anno già riempite e questo spazio serve anche per conoscere questi testi, che scopriremo man mano. Si come questo è un podcast che si pone l'obiettivo di discutere collettivamente del maschile, sono molto curiosa di sapere come voi che avete ascoltato la puntata a avere stere sposto a questa domanda. Per questo ho creato un luogo dove poterlo fare. Se andate su www.irènefakeris.it/tuttigliuomini troverete un form anonimo da poter compilare scrivendo la vostra risposta. Alcune delle testimonianze che lascerete le leggerò all'inizio della prossima puntata, così da poter continuare la discussione. Noi ci risentiamo o meglio voi risentirete questi uomini tra 15 giorni, dove parleremo di modelli maschili e di cosa voglia dire abbracciarli o al contrario prendere nelle distanze. Fino a quel momento ricordate, queste questioni riguardano tutti gli uomini, perché tutti gli uomini hanno lo straordinario privilegio di poter si farascoltare da altri uomini. Ad esempio, quelli che questo podcast non lo ascolteranno mai. Parlate con loro, parlate fra voi, cambiate le cose.
Podcast Summary
Key Points:
Il podcast “Tutti gli uomini” dà voce a uomini che si raccontano per riflettere sul proprio ruolo nel contrasto alla violenza di genere.
Molti intervistati ricordano la prima volta in cui hanno preso coscienza di essere maschi, spesso attraverso divieti (non piangere, non giocare con le bambole) o pressioni a essere forti e aggressivi.
Emerge il peso delle aspettative sociali
Alcuni racconti evidenziano episodi di violenza subita o agita, legati alla necessità di affermare la propria virilità in contesti competitivi o violenti.
La consapevolezza di genere è spesso precoce (tra i 4 e gli 8 anni) e legata a esperienze di esclusione, vergogna o confronto con altri maschi.
Summary:
Il podcast “Tutti gli uomini” si apre con una riflessione sulla mascolinità e sul ruolo maschile nella lotta alla violenza di genere, dando voce a uomini che si mettono in discussione attraverso interviste. ”. I ricordi sono vari ma accomunati da esperienze di pressione sociale: a qualcuno è stato impedito di piangere dopo una caduta o una lite, altri sono stati spinti a essere più forti e aggressivi per non essere presi in giro o per “dimostrare” la propria virilità.
Alcuni raccontano di essere stati esclusi dal gruppo maschile perché non condividevano certi atteggiamenti, come la prevaricazione sui più deboli. Altri ancora ricordano la scoperta del proprio corpo e delle differenze di genere in situazioni di imbarazzo o vergogna. Emerge un quadro in cui la mascolinità è vissuta come una gabbia di regole implicite: non mostrare vulnerabilità, competere, essere duri.
Le voci si interrogano su come queste aspettative abbiano influenzato la loro vita e le relazioni, e su come sia possibile, oggi, ripensare un’identità maschile più libera e consapevole. Il podcast vuole offrire uno spazio di condivisione per chi cerca di fare la propria parte, partendo dalla consapevolezza che il cambiamento deve essere collettivo.
FAQs
Molti uomini ricordano episodi dell'infanzia, come essere stati rimproverati per aver pianto o aver giocato con bambole, o aver subito pressioni per essere più forti e aggressivi.
Essere un uomo è spesso associato a dover dimostrare forza, non mostrare vulnerabilità e conformarsi a certi comportamenti, ma molti iniziano a mettere in discussione questa identità.
Fin da bambini, messaggi come 'non piangere' o 'fai il maschio' li spingono a competere e a nascondere le emozioni per essere accettati nel gruppo maschile.
Genitori che dicono 'non piangere, sei maschio' o che confrontano i figli con fratelli più 'virili' possono creare insicurezza e pressione a conformarsi.
A scuola, la competizione, le classifiche e la pressione a non essere l'ultimo spingono i maschi a cercare di primeggiare in certi ambiti, come lo sport o lo studio, per sentirsi accettati.
Se non si conformano a comportamenti come la prevaricazione o lo scherzo pesante, vengono etichettati come 'diversi' e possono essere presi di mira, come negli spogliatoi.
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