Il caso Alfredino Rampi: la tragedia che fermò l’Italia
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Il 10 giugno 1981, Alfredo Rampi, detto Alfredino, un bambino di sei anni, cade in un pozzo profondo a Vermicino, vicino Roma. Incastrato a 36 metri in un buco largo solo 28 centimetri, con le braccia bloccate sopra la testa, la sua sopravvivenza diventa un dramma nazionale. I soccorritori tentano di calargli una corda, ma il nodo si scioglie; poi una tavoletta di legno si incastra a 11 metri da lui. Un tunnel parallelo viene scavato per ore, ma le vibrazioni lo fanno scivolare fino a 60 metri. La sua voce, trasmessa in diretta televisiva continua, ferma l’Italia: 30 milioni di persone seguono ogni istante. Il Presidente Sandro Pertini arriva al pozzo per parlare con Alfredino, ma la tecnologia e il fango sono più forti. Dopo 60 ore di agonia, il 13 giugno 1981, Alfredino muore da solo nel buio. Il caso segna la storia italiana, rivelando l’impotenza collettiva e l’angoscia di un’intera nazione.
Voce 1
C'è un posto in provincia di Roma?
Dove il silenzio oggi sembra un Norm, silenzio.
E la campagna intorno a Vermicino?
Una località nel Comune di Frascati.
Via Sant'Ireneo.
Una stradina come tante che porta a qualche villa, a qualche campo.
Se ci passate davanti oggi, magari mentre andate a pranzo fuori la domenica con la vostra famiglia?
Non vedrete nulla di strano.
Solo un Prato?
Forse qualche albero?
Un ulivo piantato lì quasi per gentilezza sterpaglie.
Qualche rifiuto abbandonato?
Niente.
Niente che attiri l'attenzione.
C'è un piccolo tubo rosso laggiù?
Chiuso con un lucchetto, sembra niente.
E invece sotto quel tubo?
Per 45 anni.
C'è stato un buco.
Un buco che ha risucchiato dentro di sé.
L'angoscia di una nazione intera.
Ma se chiudete gli occhi e ascoltate quel silenzio?
C'è chi giurerebbe di sentire ancora qualcosa.
Un'eco.
Lontano.
Non un rumore.
Ma l'assenza di un suono?
Il vuoto lasciato da una voce che.
Si è spenta.
Che avrebbe dovuto continuare a parlare, a ridere?
A chiamare mamma e papà.
E invece.
Ha smesso di farlo 45 anni fa.
Per capire cosa sia successo.
Dobbiamo fare un piccolo passo indietro.
Un salto di 44 anni.
Al 10 giugno del 1981.
L'Italia è un paese diverso, si respira ancora quell'aria degli anni 80 appena iniziati.
Fatta di voglia, di leggerezza, di domeniche in famiglia, di gite fuori porta.
La famiglia rampi.
Il Padre Ferdinando e la madre Franca, il fratellino Riccardo di due anni e la nonna veia.
Sta trascorrendo un periodo di vacanza nella loro seconda casa in via di vermicino, zona a selvotta.
Il piccolo si chiama Alfredo, ma tutti lo chiamano alfredino.
Sei anni, una faccia da furbetto, due occhi neri sorridenti e una maglietta a righe orizzontali bianche e blu.
Che diventerà l'immagine fissa.
Di un incubo.
Collettivo.
Quella maglietta leggera, troppo leggera per la sera.
Perché lui era un bambino vivace e non voleva mai mettere la giacca.
Quel dettaglio oggi fa male.
Tutto il fritto.
Che ha dovuto soffrire.
Con quella maglietta leggera.
Sono le 19:20, Ferdinando è uscito con alfredino e due amici di famiglia.
Una passeggiata innocente nella campagna intorno a casa.
Forse il padre voleva mostrare in loro qualcosa?
Un nido, un albero diverso.
Non lo sappiamo.
Quello che sappiamo è che a un certo punto.
Alfredino alza lo sguardo e dice.
Papà.
Posso tornare a casa da solo?
È qui vicino, vedi?
Ferdinando esita un attimo.
Forse guarda la strada, forse lo vede sicuro.
Sono altri tempi.
I figli non venivano tallonati come oggi.
Gli dice di sì.
Lo guarda allontanarsi nel sentiero tra i campi.
Un attimo.
Fa un gesto, come per dire a dopo.
Con la manina?
Poi Ferdinando prosegue la sua passeggiata, chiacchiera con gli amici.
E arriva a casa.
Sono le 20, la tavola è quasi pronta.
Ferdinando si affaccia.
Niente alfredino.
Chiama.
Silenzio.
Torna a tavola.
Il cuore inizia a battere forte.
Forse si è fermato a giocare, pensa?
Ma i minuti passano.
Sono le 20:15.
Le 20:30.
L'ansia.
Continua a salire.
Inizia a cercarlo nei dintorni, ma niente.
La moglie Franca si unisce a lui, continuano a chiamare alfredino, rispondi.
Dopo due ore di ricerca disperate tra i vicini e i campi, ormai voi.
I genitori allertano le forze dell'ordine.
La telefonata di Ferdinando Rampi arriva in questura intorno alle 21:30.
È buio ormai da quasi un'ora.
La prima a muoversi e un'auto della polizia con unità cinofile.
Che arriva sul posto nei minuti successivi.
Poi, verso le 22 arrivano anche i vigili urbani di Frascati.
Si uniscono i vigili, gli abitanti del posto.
Attratti dal viavai.
Si cerca dappertutto, si guarda nei Fossati, tra i cespugli, nelle case coloniche.
Ma niente.
Passano le ore.
La notte avvolge tutto.
La disperazione dei genitori è un pugno nello stomaco.
Per tutti i presenti.
A questo punto arrivò un dettaglio, un.
Uomo che fa la differenza si chiama Giorgio Serranti.
È un brigadiere della polizia.
È uno di quegli investigatori che hanno lo sguardo allenato a vedere quello che gli altri non vedono.
Mentre tutti corrono, lui si ferma e pensa.
La nonna di Alfredino veja.
A un certo punto dice.
Controllate il pozzo.
C'è un pozzo nuovo?
Nel terreno vicino.
Dove stanno costruendo?
Un agente va.
Torna indietro e dice.
È tutto a posto.
È coperto da una lamiera.
Ma serranti non si accontenta.
Dov'è questo pozzo?
Chiese.
Lo portano sul posto.
C'è una lamiera arrugginita tenuta giù da alcuni sassi.
Qualcuno l'aveva messa lì intorno alle 21, forse il proprietario Amedeo pisegna, per ragioni di sicurezza, senza minimamente sapere.
Cosa c'era sotto?
Serrantisechina, fa spostare la lamiera.
Si infila carponi, mette la testa nell'imboccatura del pozzo.
Trattieni il respiro e ascolta.
Dal fondo, da una distanza che sembra quella di un'altro mondo.
Arriva un suono.
Flebile.
Strozzato.
Un lamento di un bambino?
Mamma, papà.
I vigili del fuoco di Frascati vengono chiamati subito dopo la scoperta in.
Arrivano intorno all'una di notte dell'undici giugno.
Ma quando vedono la situazione, quel buco di 28 cm?
Capiscono subito che non hanno i mezzi, devono chiamare i rinforzi.
Poco dopo l'una e 30 arrivano i colleghi da Roma con attrezzature molto speciali.
Sono le 02:30 dell'undici giugno, sono passate 7 ore dalla caduta.
Alfredino è vivo, è laggiù.
Incastrato come un tappo a 36 m di profondità.
In un buco largo 28 cm.
E in quel momento, per la prima volta.
L'Italia sente la sua voce.
Una voce che viene dal cuore della terra.
E che da quel momento.
Non la smetterà piu di tormentarci.
Altellino di qualcosa che ci sentiamo.
Sono le 02:30 dell'undici giugno del 1981.
La lamiera è stata rimossa da pochi minuti, il brigadiere Serranti ha appena sentito quel lamento e adesso?
Intorno a quel buco si sta radunando il primo nucleo di quelli che diventeranno per tre giorni.
Gli angeli custodi di alfredino.
Ma all'inizio sono solo uomini impreparati, contorce e corde che si affacciano su un abisso.
E non sanno cosa fare.
Il primo a parlare con alfredino in modo continuativo si chiama Nando broglio.
È un vigile del fuoco di Frascati, non è un eroe da copertina, è un uomo normale con i baffi e la divisa blu.
Broglio si sdraia a terra, poggiò la guancia sull'erba fredda e umida, e inizia a parlare in quel buco.
Non ha un microfono professionale, all'inizio USA quello che ha, parla e ascolta.
Parla.
E ascolta.
Immaginate la scena, lui e lì, prono sul terreno, con la testa a penzoloni dentro il nulla.
Sente l'odore della terra del fango.
E dal Fondo arriva una vocina sottile.
Rotta dal pianto che dice, ho paura.
Qui e buio.
Broglio ha figli anche lui.
E in quel momento per lui alfredino non è un numero.
Non e un disperso.
Diventa suo figlio.
Senti Alfredino, io sono Nando, tu come ti chiami, mi senti?
Devi stare fermo, tranquillo.
Adesso ti tiriamo su, non ti preoccupare.
Quando esci di lì ti porto sul camion dei pompieri.
Ti faccio accendere la sirena, eh?
Faremo un giro per tutto il paese.
E alfredino risponde.
Con una vocina che sembra incredula, quasi felice per un attimo.
Davvero mi porti sul camion?
Per un attimo l'orrore si trasforma in una promessa tra un uomo e un bambino.
Per un attimo broglio sorride.
Ma tiene la mano sulla corda del microfono per sentire le vibrazioni della voce di alfredino.
Come se potesse trasmettergli.
Forse attraverso quel filo.
Intanto la notizia inizia a diffondersi, arrivano i carabinieri.
Arrivano altri vigili del fuoco, da Roma arrivano i primi volontari.
E arriva anche qualcuno che cerca di organizzare il caos.
Si chiama Vincenzo Franco e un medico specializzato in anestesia e rianimazione.
È il primo a capire che alfredino non ha solo bisogno di essere tirato fuori.
Ha bisogno di non morire laggiù mentre aspettiamo.
Il dottor Franco si sdraia, anche lui parla con alfredino, gli chiede come sta e alfredino, con quella sincerità disarmante dei bambini, gli dice che ha fame chi ha sete.
Ma il dottore sa che non può dargli da bere.
Se beve.
E soffocare, incastrato com'è?
Deve dirgli di no.
Deve negargli l'acqua.
Immaginate cosa significhi per un medico dire a un bambino di sei anni.
No, non puoi bere.
E alfredino insiste, per favore, ho sete solo un sorso.
E il dottore stringe i denti e ripete, no, alfredino.
Devi resistere.
Poi per tenerlo sveglio, per tenerlo vigile, iniziano a fargli domande, gli chiedono cosa ha mangiato a cena e lui risponde, la pizza?
La pizza perché era domenica e la pizza era il suo cibo preferito.
Quel dettaglio, quella pizza mangiata poche ore prima di cadere in quel buco.
Diventa un'altro tassello di normalità spezzata, intanto.
Intanto sopra si tenta di tutto, calano una corda.
Gli dicono di legarsela in vita, lui ci prova.
Le sue manine piccole cercano di fare un nodo al buio nel fango.
Dall'alto sentono il suo respiro affannato.
Poi, a un tratto la sua voce cambia, diventa eccitata.
Papà, papà, ce l'ho fatta, ho legato la corda di rate.
Per un secondo.
Tutti trattengono il respiro.
Chi è intorno al pozzo inizia a sperare.
Forse ce l'abbiamo fatta, forse esce.
Iniziano a tirare.
La corda si tende.
Ma pochi centimetri.
Si blocca.
La corda non regge o forse il nodo era sbagliato?
O forse alfredino nei movimenti?
È scivolato più giù.
La corda risali su vuota e alfredino dal fondo, dice con voce spenta.
Non ce l'ho fatta, mi sono sbagliato.
In quel momento alfredino sprofonda un po di più, da 36 m passa a 38 m.
Poi arriva a 40.
S'incastra ancora peggio.
Le braccia che prima aveva libere ora sono bloccate sopra la testa.
È una posizione atroce.
Lui da quel momento non potrà più muoversi.
Sarà sempre con le braccia alzate, come se stesse chiedendo un abbraccio a qualcuno, aspettando le mani che possono aiutarlo.
Che possono salvarlo.
Che non sono ancora arrivate.
A questo punto arriva l'idea successiva.
Qualcuno propone di calare una tavoletta di legno a forma di triangolo.
Idee?
L'idea è di infilargliela sotto le ascelle e poi issarlo.
La chiamano la tavoletta salvagente.
Viene costruita in fretta con quello che c'è.
Viene calata lentamente con una corda.
Alfredino vede qualcosa scendere verso di lui.
Sente la speranza che torna?
Dall'alto gli dicono, Alfredino, arriva un legno, devi infilartelo sotto le braccia, capito?
Come un seggiolino.
Lui dice, sì, ho capito.
Ci prova, la tavoletta scende, si avvicina al bambino lentamente.
Ma a 27 m qualcosa si blocca.
Un masso sportivo.
Una sporgenza.
La tavoletta si incastra e non scende più.
E non sale più.
Elly a, 11 m da lui.
A 11 m da lui.
Visibile, forse, se lui alza gli occhi.
Ma dannatamente irraggiungibile.
I soccorritori tirano, spingono, bestemmiano.
Niente.
La tavoletta è inchiodata.
E mentre loro litigano su cosa fare, su come disincagliarla, su chi deve scendere.
Dal Fondo arriva di nuovo quella vocina ormai.
Ormai è stanca e rauca.
Ma fa una domanda che giàla il sangue a tutti quelli che la sentono.
Perche non venite a prendermi?
Nessuno sa cosa rispondere Nando.
Nando broglio.
Quello che gli aveva promesso il giro sul camion, quello che aveva scherzato con lui, stringe i pugni e guarda il buco.
Perche non venite a prendermi?
E una domanda che non ha risposta.
Perché non riescono, perché la tecnologia non basta, perché il fango è più forte, perché quel buco.
È stretto come una trappola.
Perche lui e laggiù.
E loro quassù.
E sembra che tra loro ci sia un oceano.
Non 38 m di terra.
Passa la notte.
Arriva l'alba dell'undici giugno.
Alfredino è lì da quasi 12 ore.
È sveglio, parla, a volte piange.
A volte tace.
I soccorritori sono sfiniti.
Ma intorno a quel buco qualcosa si sta muovendo, la voce di alfredino, quel lamento che viene dalla terra.
Ha cominciato a viaggiare.
Ha lasciato vermicino?
Sta arrivando a Roma, sta entrando nelle case.
Sta per diventare la voce di tutti.
Voce 2
Siamo in molti a lavorare qui.
Mi senti questa macchina, non ti preoccupare, rumore che senti.
Non urlare.
Voce 1
Mentre alfredino lotta laggiù a 38 m di profondità.
Qualcosa si muove nell'aria, la sua voce, quel lamento che sale dal pozzo sta per fermare l'Italia.
La mattina dell'undici giugno i giornali locali parlano di un incidente di un bambino caduto in un pozzo, roba da cronaca nera.
Poche righe, ma intorno a quel buco intanto arrivano le prime truppe televisive, sono i giornalisti locali, quelli dell'emittente private.
Poi arrivano quelli della Rai.
E quando i tecnici capiscono che da quel pozzo esce una voce, una voce vera, calano un microfono, un microfono professionale.
E da quel momento?
Tutto cambia.
Alle 13:30 dell'undici giugno il TG uno manda in onda il primo collegamento.
Poche immagini, qualche parola.
Ma la gente inizia a chiamare.
I centralini della Rai sono intasati.
La gente vuole sapere, vuole sentire, vuole vedere quel bambino.
I dirigenti della televisione pubblica si guardano intorno.
Analizzano quello che sta succedendo.
E capiscono che non possono più spegnere le telecamere.
Per la prima volta nella storia della televisione italiana si prende una decisione senza precedenti.
Si va in diretta continua.
Non un programma, non un film, non una partita.
La diretta di un buco in un campo con un bambino che continua a chiedere aiuto.
Ma sta morendo la sotto.
I palinsesti vengono stravolti.
Le soap saltano, i cartoni animati saltano, i varietà saltano.
È il 12 giugno, l'Italia si ferma 30 milioni di persone. 30 milioni di italiani.
Incollati allo schermo.
Nelle case, nei bar, nelle fabbriche, per strada, davanti alle vetrine dei negozi.
La gente non parla d'altro.
I bambini non giocano più per strada.
Le mamme non chiamano più i figli per cena.
Tutti sono lì.
Con gli occhi puntati su quel Prato, su quella tenda bianca montata intorno al pozzo.
Su quei soccorritori.
Che corrono senza meta.
E dal fondo, ogni tanto, arriva quella voce.
Ormai è stanca, è roca e quasi un soffio.
Ma ogni parola di alfredino.
È un pugno nello stomaco di chi ascolta.
Mamma ho paura.
Papà.
Venitemi a prendere ho sete.
E l'Italia intera ha sete con lui.
L'Italia intera, paura con lui?
L'Italia intera aspetta che qualcuno finalmente vada a prenderlo.
Alle 16:30 del 12 giugno, in mezzo a quel caos arrivò una macchina.
Ne scende un uomo, ha i capelli bianchi, il volto segnato dagli anni, ma lo sguardo dritto come una lama.
È il Presidente della Repubblica.
Sandro Pertini, il.
Nonno d'Italia, lo chiamavano.
Non manda un telegramma, non fa una telefonata, viene lì di persona perché capisce che in quel momento in quel buco non c'è solo un bambino.
C'è l'anima di un paese intero.
Pertini si fa largo tra la folla.
Qualcuno cerca di fermarlo, di proteggerlo, lui li scansa con un gesto della mano.
Arriva il bordo del pozzo, si inginocchia, prende il microfono e parla.
Alfredino qui e Pertini.
Il Presidente, devi farti coraggio, mi raccomando, abbi fede, ti tireremo fuori.
Devi resistere, tutta l'Italia è con te.
E alfredino dal Fondo risponde.
Dice qualcosa, non si capisce bene.
Ma si capisce che ha sentito, che sa chi è Pertini, forse l'ha visto in televisione quel vecchio signore severo che a volte sorride.
Forse sua nonna gliene parlava.
Fatto sta che risponde e Pertini, con le lacrime agli occhi, stringe i pugni e non si muove più da lì.
Pertini resta ore, parla con i genitori, stringe la mano a Franca la mamma che ormai non ha più lacrime.
Parla con i vigili del fuoco.
Con gli speleologi, con i volontari, incita, ordina, a volte litiga.
La sua presenza e un faro nella notte.
Ma è anche la prova di quanto la situazione sia disperata.
Se arriva il capo dello Stato vuol dire che non ce la stanno facendo.
Vuol dire che serve un miracolo?
E intorno, intanto, il caos continua a crescere.
Arrivano migliaia di persone 10.000 dicono i cronisti gente comune, ma anche ambulanti, venditori di bibite e panini.
Il campo di vermicino diventa un luna Park della disperazione.
C'è chi prega, chi filma con la Super 8, chi urla indicazioni ai soccorritori.
I giornalisti si accalcano, litigano per uno spazio, per una dichiarazione.
I politici arrivano a frotte, si fanno riprendere accanto al pozzo.
E poi se ne vanno.
Ma alfredino è ancora lì.
Da solo, al buio, nel fango, con le braccia alzate.
E ogni tanto la sua voce torna più flebile, più stanca.
Dice, perché non venite, perché non venite a prendermi?
E nessuno sa cosa rispondere.
Si tenta di tutto, si decide di scavare un tunnel parallelo.
Con una trivella enorme arriva da Milano, pesa tonnellate, inizia a perforare, ma le vibrazioni della trivella fanno tremare la terra.
E alfredino, laggiù sente quei tremori, forse spera che sia la fine.
Forse hai paura?
I soccorritori per spiegargli quei boati e allo stesso tempo per rincuorarlo.
Gli dicono che sta arrivando a salvarlo Jack robot d'acciaio.
Ma intanto, senza che nessuno lo sappia, quelle vibrazioni lo stanno facendo scivolare ancora più giù.
Passano ore 36 ore di perforazione.
Quando finalmente alle 07:00 pm dell'undici giugno.
Il tunnel parallelo raggiunge il pozzo soccorso.
I soccorritori si affacciano dal cunicolo.
E cercano alfredino.
Non lo trovano?
Lui è scivolato via.
È sceso a 60 m.
Dove Ilaria è un'altra.
Dove il buio è più spesso.
Dove nessuno può raggiungerlo.
La notte del 12 giugno.
Cala su vermicino, sono passati quasi 60 ore, alfredino in laggiù da due giorni e due notti.
I soccorritori sono sfiniti.
I volontari sì, avvicendano.
I giornalisti parlano, parlano, parlano.
Parlano.
Solo quel respiro sale dal fondo.
Quel respiro.
Di un bambino che aspetta.
Voce 2
Volevo cantare.
Voce 1
Ricordiamo.
Voce 2
Che il bambino soffre anche di.
Voce 1
Cuore.
Voce 2
La madre.
Voce 1
La notte del 12 giugno è ormai avanzata, sono le quattro del mattino del 13 giugno.
Alfredino è laggiù da quasi 60 03:00 notti, da solo, al buio, con le braccia sempre alzate, incastrato in quella posizione che non gli permette di muovere un muscolo.
Ha freddo, ha fame, ha sete, eppure ogni tanto la sua voce torna ancora su.
Sempre più flebile, sempre più stanca.
Ma torna.
In superficie, intorno al pozzo.
È un vivaio continuo, i soccorritori si avvicendano sfiniti.
I vigili del fuoco hanno gli occhi arrossati dalla stanchezza.
I volontari arrivano.
E vanno via.
I giornalisti parlano senza sosta, riempiendo letere di parole che ormai sembrano vuote.
E in mezzo a tutto questo caos c'è un uomo che aspetta il suo turno.
Si chiama Tullio bernapei, è uno speleologo, uno di quelli abituati a infilarsi nelle viscere della terra.
È magro, asciutto, con uno sguardo di chi ha visto posti.
Dove la luce non arriva, è sceso a testa in giù stringendosi in quel budello largo 28 cm.
Ha sentito l'odore del fango, l'umidità che ti entra nelle ossa.
E a un certo punto dopo una discesa che sembrava non finire mai.
Ha visto qualcosa?
Un movimento, una forma.
E poi due occhi che lo guardavano dal fondo.
Voce 2
Alfredino era lì.
Voce 1
Vivo.
Voce 2
Bernabei ha parlato.
Voce 1
Gli ha detto di stare fermo, che sarebbe arrivato qualcuno a prenderlo.
Ha cercato di afferrarlo, ma la posizione era impossibile.
Il bambino?
Voce 2
Era troppo?
Voce 1
Incastrato.
Bernabei è risalito con il cuore pesante, con una certezza.
Alfredino era raggiungibile.
Serviva qualcuno ancora più magro?
E ancora più determinato.
Voce 2
E quel qualcuno?
Voce 1
Forse sta per arrivare?
Prima di lui, però, altri ci avevano provato.
Maurizio Monteleone aveva tentato di rimuovere la tavoletta con un'asta metallica, ma quel legno sembrava incollato alla roccia.
Poi era sceso isodoro Mirabella.
Un cantierista magrissimo che chiamavano l'uomo ragno.
Con una sega per tagliare l'ostacolo, niente.
Ancora Claudio Aprile.
Che era arrivato fino a quasi toccare al fretino, ma senza riuscire a superare quel mdetto blocco.
Tutti, tutti avevano fallito, tutti erano risaliti con il peso di non essere riusciti.
A fare abbastanza?
Poi è arrivato Angelo licheri, 37 anni.
Sardo, autista di una tipografia di Roma, un uomo normale, una vita normale, una moglie, un lavoro, una casa.
Quella sera era a casa come tanti altri, sdraiato sul divano, forse con la televisione accesa.
E sentiva quella voce, quella vocina che usciva dalla TVE, gli entrava dentro.
Mamma, papà venitemi a prendere e più la sentiva.
È più qualcosa gli diceva che lui doveva andare.
Voce 2
Ha detto a sua moglie.
Voce 1
Vado a prendere le sigarette?
È uscito di casa, è salito in macchina e ha guidato fino a vermicino.
Senza pensarci troppo, senza chiedersi se fosse pazzo o eroe solo con quella idea fissa in testa, io sono magro abbastanza.
Lo posso fare?
Voce 2
Quando arriva?
Voce 1
Il campo è una bolgia, centinaia di persone, luci, telecamere, urla.
Si fa largo, cerca qualcuno a cui offrirsi.
E i vigili del fuoco lo guardano, lo misurano con gli occhi, spalle strette, fisico minuto.
Forse ce la può fare.
Voce 2
Lo imbracano.
Voce 1
Gli spiegano cosa deve fare.
Voce 2
Scendere a testa in Giu.
Voce 1
Tenersi con le gambe, allungare le braccia, cercare di infilare un'imbragatura sotto le ascelle di alfredino.
Poi risalire e issare su il bambino.
Voce 2
Lakery ascolta.
Voce 1
Annuisce, non dice una parola, poi si affaccia sul bordo del pozzo, guarda giù.
E fede solo nero?
Senti.
Voce 2
Solo quel.
Voce 1
Respiro che sale dal fondo.
Il respiro.
Voce 2
Di un bambino che.
Voce 1
Aspetta.
Sono le quattro del mattino.
La luna è alta, l'aria è fredda intorno al pozzo.
All'improvviso cala il silenzio.
Anche i giornalisti smettono di parlare, anche la folla tace. 30 milioni di italianidavantialla.tv.
Trattengono il fiato perché sanno che sta succedendo qualcosa.
Qualcosa di definitivo?
Voce 2
L'ichy si cala.
Voce 1
Lentamente.
I piedi nel vuoto, le mani che stringono la corda.
Il buio lo inghiotte in un secondo.
Voce 2
Piano piano, volete?
Volete vai tu, vai giù, va bene tu merla a fermate e non ammalate qui.
Voce 1
Silenzio, porca miseria ma.
Voce 2
Perché?
Ti vuole, Eh?
Mamma.
Lui scende, scende.
Voce 1
Scende.
Le pareti di terra si sfrecciano davanti agli occhi.
Voce 2
Sente l'umidità che aumenta.
Voce 1
L'aria che diventa più pesante?
Tuttigliitalianidavantialla.tv cercano di calcolare quanti metri è sceso, forse 10, forse 20, forse è quasi arrivato.
A un certo punto.
La sua testa tocca qualcosa.
La tavoletta di legno.
Quella incastrata.
Quella maledetta tavoletta che blocca tutto.
Like, ricerca di spostarla, si contorce, sente dolore, lo ignora, passa oltre.
Continua a scendere. 30 M. 40, 45.
A ogni.
Voce 2
Metro il cuore gli.
Voce 1
Batte più forte e poi a un tratto sente una voce vicinissima.
Alfredino.
Chi dice sei?
Voce 2
Venuto sei.
Voce 1
Venuto a prendermi?
L'icari allunga una mano nel buio.
Tasta il fango, le pareti e poi sente qualcosa di morbido, una mano.
Piccola fredda.
La stringe.
E alfredino, laggiù, sente quel calore, per la prima volta dopo tre giorni, qualcuno lo tocca.
Voce 2
Qualcuno è lì con lui.
Voce 1
Licheri gli parla, gli dice, Ciao alfredino, sono Angelo.
Sono qui, adesso ti prendo, stai fermo.
Lui cerca di.
Voce 2
Infilargli.
Voce 1
L'imbracatura sotto le ascelle.
Ma la posizione è impossibile, alfredino è incastrato con le braccia alzate.
Il corpo piegato, ogni movimento è una lotta.
L'icheri suda si contorce, prova in tutti i modi.
Il fango lo ricopre, gli entra negli occhi, nella bocca.
Lui stringe i denti e continua, passano minuti che sembrano ore.
Dall'alto qualcuno grida, come va?
L'ikery non risponde, non può, deve concentrarsi.
Prova ancora, ancora e ancora e a un tratto.
Sente che qualcosa cede?
L'imbracatura.
È infilata.
Forse, forse ce l'ha fatta.
Voce 2
Grida verso l'alto.
Voce 1
Tirate, tirate.
In superficie un'esplosione di speranza, i soccorritori iniziano a tirare la corda.
La folla sente le urla, capisce e per un attimo trattiene il respiro, forse.
Forse.
Ce l'hanno fatta.
Voce 2
No, no, ma io lo sento, lo sento, lo sento.
Voce 1
Eh.
Penso che sei respira, lo senti?
Sento di studio, luglio li faccia imbracare le spalle.
Eventualmente basta questo che gli imbrachi le spalle con quella porta o bianco o rossa o nera, dice.
Voce 2
Che le hai?
Voce 1
Imbragate, ma che vi sono scivolate via.
Voce 2
E Alfredino, per l'ennesima.
Voce 1
Volta.
Sprofonda.
Più giù, sempre più giù.
Mentre licheri urla, lo chiama, cerca di afferrarlo con le mani nel buio, ma non trova niente.
Solo fango, solo terra, solo il silenzio che cala come?
Come una pietra.
Voce 2
Dall'alto lo.
Voce 1
Risalgono.
Di che?
Voce 2
Riesce da quel buco con.
Voce 1
Le mani sporche di fango e l'anima a pezzi.
Agli.
Voce 2
Occhi persi, il respiro.
Voce 1
Rotto.
Qualcuno gli chiede, come è andata?
Voce 2
Lui non risponde.
Se siete per terra con la.
Voce 1
Testa tra le mani.
E.
Voce 2
Ripete piano.
Voce 1
Tra sé.
Voce 2
L'avevo preso.
L'avevo tra le mani.
Voce 1
L'ho sentito, l'ho perso.
Voce 2
Quelle parole?
Voce 1
Angelo Licheri.
Se le porterà dentro per sempre?
Ma intorno al pozzo qualcuno non si arrende.
Donato Caruso, un'altro volontario, magro e determinato, si offre discendere.
Lo embracano, lo calano, lui scende veloce oltre la tavoletta, oltre i 40 m, fino a un punto.
Dove l'iceri ha toccato alfredino?
Arriva giù, tasta nel buio, trova il corpo, lo tocca.
Non sente movimento, non sente respiro.
Non sente niente?
Voce 2
Ta sta ancora?
Cerca il polso.
Voce 1
Cerca un battito.
Niente.
Lui capisce?
Voce 2
Alfredino.
Voce 1
Non c'è più.
Voce 2
Sono le 05:02.
Voce 1
Del 13 giugno.
Del 1981.
Voce 2
Donato Caruso risale in.
Voce 1
Silenzio.
Quando esce dal pozzo?
Non dice una parola.
Ma il suo sguardo parla per lui.
I giornalisti capiscono.
Le.
Voce 2
Telecamere.
Voce 1
Riprendono.
E in un attimo la notizia.
Fai il Giro d'Italia?
30 milioni di personedavantialla.tv sentono la voce del giornalista che dice.
Voce 2
Purtroppo non ce l'abbiamo fatta.
Voce 1
Alfredino.
Voce 2
Non ce l'ha fatta.
E in una casa di Frascati?
Voce 1
Franca, la mamma.
Voce 2
Crolla in ginocchio.
Voce 1
Ferdinando, il papà, stringe i pugni e guarda il vuoto.
In una caserma di Roma.
Nando.
Voce 2
Broglio, quel.
Voce 1
Vigile del fuoco che aveva promesso.
Alfredino, il giro sul camion con la sirena.
Si siede.
E non parla per ore.
Voce 2
Intorno a quel pozzo la folla.
Voce 1
Inizia a disperdersi.
Qualcuno piange, qualcuno prega.
Qualcuno se ne va in silenzio.
Le.
Voce 2
Telecamere restano.
Voce 1
Accese ancora per un po.
Poi si.
Voce 2
Spengono una e una.
Voce 1
Il campo torna buio.
Voce 2
Torna il silenzio.
Torna quello che era prima.
Ma quel silenzio da.
Voce 1
Quella notte?
Voce 2
Non Sara pi lo stesso.
Il 13 giugno del.
Voce 1
Millenovecento-ottantuno alle 9 del mattino.
Calano. 1.
Voce 2
Stetoscopio, nel.
Voce 1
Pozzo.
Lo calano piano, cercano di captare un battito, un respiro.
Qualunque segno che alfredino sia ancora lì.
Non sentono nulla.
Silenzio.
Voce 2
Alle 16 calano una piccola.
Voce 1
Telecamera.
Scende per 50 m 60 e a un certo punto l'immagine si ferma su qualcosa.
Voce 2
Alfredino è lì.
Voce 1
Immobile.
Imposizione fetale.
Non respira.
Voce 2
Il magistrato firma.
Voce 1
La dichiarazione di morte presunta?
Ma alfredino è ancora laggiù, a 60 m di profondità.
In quel modello di terra largo 28 cm.
E l'Italia?
Che.
Voce 2
Per tre giorni non aveva.
Voce 1
Staccato gli occhi da quel buco.
Adesso.
Voce 2
Si allontana?
Le telecamere se ne vanno.
Voce 1
La folla si disperde.
I giornalisti tornano a Roma, i venditori ambulanti smontano i banchetti.
Il.
Voce 2
Campo torna quello che.
Voce 1
Era prima?
Un Prato.
Una sterpaglia.
Un silenzio rotto solo dal vento.
Voce 2
Ma alfredino è ancora lì.
Per preservare il corpo.
Voce 1
In attesa dell'autopsia, il magistrato ordina di immettere nel pozzo dell'azoto liquido. 200 ° sottozero.
Un freddo che cristallizza tutto, che blocca il tempo, che trasforma quel bambino in una statua di ghiaccio.
A 60.
Voce 2
Metri.
Voce 1
Sotto terra.
Voce 2
Passano i giorni, una.
Voce 1
Settimana, due settimane, tre settimane.
L'Italia.
Si è già dimenticata.
Ci sono altre notizie, altre storie.
Altre tragedie.
Va giù in quel campo.
Qualcuno deve pure andare a prendere alfredino.
Arrivano da.
Voce 2
Lontano dalla.
Voce 1
Toscana, dalle colline metallifere, da un paese che si chiama.
Gavorrano, sono minatori.
Uomini abituati a stare sotto terra, a scavare gallerie, a respirare polvere e buio.
Lavorano per una società che estrae.
Pirite.
E in quei giorni hanno appena ricevuto una notizia.
La miniera chiuderà.
Hanno la lettera di licenziamento in tasca?
Ma quando li.
Voce 2
Chiamano per andare a.
Voce 1
Vermicino.
Non ci pensano due volte, partono lo stesso.
Voce 2
Sono in.
Voce 1
21 tecnici, operai, minatori, uomini con le mani grandi e il viso segnato dalla fatica loro.
Voce 2
Tra loro c'è torello.
Voce 1
Martinozzi caposervizio che quella sera torna a casa e dice a sua moglie, domani vado a vermicino.
A recuperare al fedino.
E sua moglie scoppia a piangere.
Voce 2
Arrivano il 4 luglio.
Voce 1
Il campo è deserto, solo qualche curioso.
Qualche irriducibile?
Voce 2
I genitori di alfredino, che.
Voce 1
Ogni tanto tornavano su quel posto.
Voce 2
I minatori si guardano intorno.
Voce 1
Guardano quel buco e sanno che dovranno fare un lavoro che nessuno è riuscito a fare.
Scavano un pozzo parallelo larga 80 cm, abbastanza per far passare un uomo.
Voce 2
Ci lavorano giorno e notte.
Voce 1
In tre.
Voce 2
Turni di 8.
Voce 1
Ore scendono giù nella terra con i Martelli pneumatici, i picconi, le pale.
La pressione è incredibile, sanno che tutto il paese un mese prima ha fallito.
Voce 2
E loro non possono fallire.
Voce 1
La.
Voce 2
Notte del 10.
Voce 1
Luglio, la squadra di turno trova qualcosa di strano.
Una bolla di terreno ghiacciato, il.
Dura come il cemento.
È l'azoto liquido, si stavano avvicinando.
I minatori che dovrebbero.
Smontare restano giù, insieme a quelli del turno dopo.
Nessuno vuole andarsene.
Vogliono arrivare in fondo?
Voce 2
L'undici luglio alle 7 del.
Voce 1
Mattino, qualcosa cade nel pozzo.
Dove si trova alfredino si intravede una gamba.
I minatori.
Voce 2
Capiscono che ormai.
Voce 1
Sono lì.
Il recupero è imminente.
Voce 2
Tocca.
Voce 1
A Spartaco stacchini, 37 anni, padre di famiglia, si cala nel pozzo con una scala di corda.
Stringendo il braccio.
Un martello demolitore da 50 chili.
Arriva giù, nel punto dove la terra è diventata ghiaccio.
E lì, davanti a lui.
C'è alfredino.
Hai coperto di ghiaccio indurito, dall'azoto?
Voce 2
Ha il capo Reclinato.
Voce 1
Una mano poggiata sulla guancia, come se dormisse.
Voce 2
Spartaco lo guarda per un.
Voce 1
Attimo e pensa ai suoi bambini.
Poi inizio a lavorare.
Scalfisce il ghiaccio a piccoli colpi, delicatamente.
Come si è temesse di fargli del male?
Libera la testa, le spalle e il corpo.
Poi prende le braccia e lo tira su dolcemente.
Voce 2
Sono le 03:00 pm.
Voce 1
Dell'undici luglio del 1981.
Alfredino rampi torna alla luce quando il corpo arriva alla superficie, ancora un blocco di ghiaccio.
I minatori lo guardano in silenzio.
Qualcuno piange, qualcuno si volta, qualcuno pensa ai figli che ha a casa.
Voce 2
Poi lo caricano e.
Voce 1
Lo portano via?
Voce 2
I minatori di.
Voce 1
Cavorrano non rilasciano interviste.
Non cercano i giornalisti?
Finito il lavoro tornano a casa in silenzio.
Con la loro lettera di licenziamento in tasca e il peso di quello che hanno visto.
Voce 2
Un mese dopo, il 2 agosto.
Voce 1
Del 1981.
La miniera di Gavorrano chiude per sempre.
Quei 21 uomini che hanno riportato alfredino alla luce restano senza lavoro.
Ma quando?
Voce 2
Anni dopo.
Voce 1
Qualcuno chiede a Torello Martinozzi.
Cosa ricordasse di quei giorni?
Lui risponde, la mia unica preoccupazione era far presto e far bene.
Per alfredino.
Voce 2
I funerali si svolgono.
Voce 1
Il 17 luglio della Basilica di San Lorenzo fuori le mura a Roma.
Voce 2
A portare la bara.
Voce 1
Sono gli stessi che avevano tentato di salvarlo, Angelo Licheri, Donato Caruso, i volontari, i vigili del fuoco.
Voce 2
Quelli che avevano lottato.
Voce 1
Per tre giorni e tre notti.
Quelli che avevano sentito la sua voce, quelli che non avevano potuto fare nulla.
Voce 2
Alfredino viene.
Voce 1
Sepolto al cimitero del Verano.
Accanto a lui, anni dopo, riposerà anche suo fratello Riccardo.
Morto a 36 anni per un infarto.
A oggi di quel giorno.
Resta il silenzio.
Resta il campo.
Con quel piccolo tubo rosso e una croce.
Voce 2
Resta il Morales alla.
Voce 1
Carpatella, con alfredino e mazinga Z.
Resta la.
Voce 2
Protezione.
Voce 1
Civile nata proprio da quella tragedia, perché qualcuno capì che non si poteva più essere impreparati.
Voce 2
Restano le domande.
Voce 1
E restano quelle parole.
Quelle che Nando broglio.
Voce 2
Aveva detto nei primi.
Voce 1
Minuti.
Quando ancora?
Voce 2
Sperava.
Quando esci da li?
Voce 1
Ti porto su il camion dei pompieri?
Voce 2
Ti faccio accendere la sirena.
Il camion non.
Voce 1
È mai partito?
Ma la sirena?
Voce 2
Si è fermata.
Quando alfredino muore?
Voce 1
Frank Rappi non crolla.
Non davanti alle telecamere, almeno quella donna che per tre giorni era stata ripresa mentre parlava nel pozzo, che aveva trattenuto le lacrime per dare forza a suo figlio.
Adesso si allontana dal buco e va dritto da Sandro Pertini.
Gli dice quello che ha visto, la confusione, i ritardi, i soccorritori che litigavano tra loro, la mancanza di coordinamento.
E Pertini, che ha gli occhi Rossi e il volto stanco, la ascolta.
Voce 2
Poi le risponde, signora?
Voce 1
Io sono sconcertato, possibile che ci sia stata tutta questa confusione?
Possibile che niente abbia funzionato?
Voce 2
Frank non si ferma li.
Voce 1
A pochi giorni dalla morte di Alfredino, il 20 giugno del 1981, fonda il Centro Alfredo Rampi lo fa con un'idea precisa.
Nessun altro genitore deve vivere quello che ha vissuto lei.
Il centro inizia a fare informazione, a incontrare bambini e ragazzi, a parlare di prevenzione.
Perché Franca ha capito che il problema non era solo quel pozzo scoperto.
Era tutto quello che non aveva funzionato intorno.
Qualche mese dopo Pertini la chiama.
Signora, per lei ho creato un ministero che non esisteva.
È il ministero per il Coordinamento della protezione civile.
Istituito nel 1982.
Voce 2
Ma la legge che darà vita al.
Voce 1
Sistema nazionale della protezione civile.
Arriverà solo nel 1992.
Per 11 anni Franca rampi e il suo centro continuano a battersi e a spingere a ricordare oggi il Centro, Alfredo Rampi ha incontrato più di 240.000 bambini e ragazzi.
Ha formato generazioni di volontari.
E durante il lockdown nel 2020, i suoi psicologi hanno risposto a 50.000 telefonate di persone in difficoltà.
Perché quella madre che avrebbe potuto chiudersi nel dolore?
Ha scelto invece di trasformarlo in qualcosa che potesse aiutare gli altri.
Voce 2
L'avvocato della.
Voce 1
Famiglia Daniele Romeo ha detto.
Uno dei.
Voce 2
Grandi dolori della.
Voce 1
Mamma è stato vedere che c'era una disorganizzazione.
Voce 2
Totale della.
Voce 1
Macchina dei soccorsi.
Franca rampi, nell'immediatezza, ha fondato il Centro Alfredo Rampi.
Che si occupa proprio di formazione per la protezione civile.
Voce 2
E Daniele biondo?
Voce 1
Psicoanalista che lavora con il centro da anni, aggiunge.
Voce 2
Non è che c'è un modo?
Voce 1
Giusto di richiedere.
E.
Voce 2
Daniele biondo.
Voce 1
Psicoanalista.
Che lavora con il centro da anni, aggiunge.
Non è.
Voce 2
Che c'è un modo giusto?
Voce 1
Di reagire al dolore.
Quella mamma reagì attivandosi, fu il suo modo di sopravvivere.
A quella terribile esperienza.
Il Centro Alfredo Rampi fu per lei il luogo in cui si è dedicata a suo figlio.
Il luogo?
Voce 2
In cui lei.
Ha continuato a poter vivere.
Podcast Summary
Key Points:
Il 10 giugno 1981, Alfredo Rampi, di 6 anni, cade in un pozzo profondo a Vermicino (Roma).
Rimane incastrato a 36 metri in un buco largo 28 cm, con le braccia bloccate sopra la testa.
I soccorritori tentano corde, una tavoletta e un tunnel parallelo, ma ogni tentativo fallisce.
La sua voce, trasmessa in diretta TV, paralizza l’Italia
Il Presidente Pertini arriva al pozzo per confortare Alfredino e incitare i soccorsi.
Dopo 60 ore, Alfredino sprofonda a 60 metri e muore il 13 giugno 1981.
Summary:
Il 10 giugno 1981, Alfredo Rampi, detto Alfredino, un bambino di sei anni, cade in un pozzo profondo a Vermicino, vicino Roma. Incastrato a 36 metri in un buco largo solo 28 centimetri, con le braccia bloccate sopra la testa, la sua sopravvivenza diventa un dramma nazionale. I soccorritori tentano di calargli una corda, ma il nodo si scioglie; poi una tavoletta di legno si incastra a 11 metri da lui.
Un tunnel parallelo viene scavato per ore, ma le vibrazioni lo fanno scivolare fino a 60 metri. La sua voce, trasmessa in diretta televisiva continua, ferma l’Italia: 30 milioni di persone seguono ogni istante. Il Presidente Sandro Pertini arriva al pozzo per parlare con Alfredino, ma la tecnologia e il fango sono più forti.
Dopo 60 ore di agonia, il 13 giugno 1981, Alfredino muore da solo nel buio. Il caso segna la storia italiana, rivelando l’impotenza collettiva e l’angoscia di un’intera nazione.
FAQs
Il medico temeva che, se avesse bevuto, Alfredino avrebbe potuto soffocare a causa della sua posizione incastrata e bloccata nel pozzo.
Inizialmente usavano un microfono amatoriale calato nel pozzo; poi i tecnici Rai installarono un microfono professionale per amplificare la voce del bambino.
Le vibrazioni della trivella fecero scivolare Alfredino più in profondità, da 36 a 60 metri, rendendolo irraggiungibile dal cunicolo.
Era un autista sardo di 37 anni, commosso dalla vicenda in TV; decise di recarsi sul posto per offrire il suo aiuto, approfittando della sua corporatura magra.
Era un tentativo del vigile Nando Broglio di rassicurare il bambino e dargli speranza, trasformando l'orrore in una promessa di normalità e gioco.
Per spiegargli i boati della trivella che perforava il tunnel parallelo, e per rincuorarlo facendogli credere che un aiuto meccanico lo stava raggiungendo.
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