Il testo, narrato in prima persona, racconta di un'esperienza universitaria che diventa il punto di partenza per un'indagine profonda sul significato di "tecnologia". Di fronte alla domanda del professore, l'autrice si rende conto della mancanza di una definizione semplice e univoca. La riflessione si sviluppa attraverso un'analisi storica, mostrando come il termine sia evoluto dall'antico concetto greco di "discorso sul saper fare" all'attuale associazione prevalente con l'elettronica e il digitale. Interviste a un'IA e a due persone (una pratica e uno scienziato) confermano la molteplicità di prospettive: per alcuni è uno strumento per semplificare la vita, per altri un "danno collaterale" della ricerca scientifica pura. Il cuore del discorso sfata tre nodi critici: la tecnologia non è neutra, poiché incorpora scelte e valori; non è un concetto universale, ma è modellato culturalmente (come illustra il concetto di "cosmotecnica" del filosofo Yuk Hui e l'esempio etimologico della parola "elettricità"); e la sua relazione con la scienza è complessa e bidirezionale, non di mera applicazione. Il testo conclude che ridurre la tecnologia alla sola elettronica significa cancellarne la ricca storia e il suo essere uno "specchio" della visione del mondo di una società, invitando a un approccio più consapevole e critico.
[Musica] Prendo il mio zainetto, mi siedo affannata al banco, apro, tiro fuori il computer e mi prepara a prendere appunti. Era il mio primo giorno di università, ero emozionatissima, perchè a 38 anni ho deciso di tornare sui banchi di scuola per riazzendere una curiosità che a dirla tutta era già fin troppo accesa. Entra il prof, io è un forco gli occhiali che colleta o la vista un po' zoppata. Silencio, un po' d'imbarazzotratuti, perchè anche per me il compagno di corso era il primo giorno. Io invece ero ma abbastanza tranquilla. Anzi ero proprio sarena, perchè stava per iniziare un corso che mi sarei mangiatta colazione. Storia, discenza e tecnologia, se! Questo il mio lavoro, eh, figurati se mi faccio fregare la stama teria? Il prof alzalo sguardo, salutà, ci dal bevvenuto e poi esgancia la bomba. Chi ti vuoi sa che cos'è la tecnologia? Puoto totale? Non solo negli sguardi dei miei compagni che per la cronaca sono giovaniissimi a tutti i cerca di c'erna o ve anni. Ma vuoto totale, anche per me, che in teoria sarei del mestiere. In una frazione di secondo mi sono venuti in mente decine di definizioni diverse. Ogni una faceva botte con l'altra. E' da successo perchè non esiste una definizione univo ca buona per tutto. Esistono definizioni da dizionari, o certo? Ma un' una DS regala sfumature diverse. Technologia è una di quelle parole che usiamo in modo abitudinario, che nel nostro immaginario descrive tutto ciò che è mediamente elettronico. Ma dietro a questa parola dal sapore antico, c'è una storia poco raccontata e soprattutto, poco messa in discussione. Ci sono stare di tecnologia che hanno plasma to la nostra società e che continuano a farlo, spesso senza che c'era andiamo conto. Io sono Finacecalle e questo è StoryTech. I scrivermi all'università al corso di storia contemporanea per la precisione si è rivelato un percorso pieno di stimoli, che mi sta davvero aiutando a mettere in discussione le fondamentate di tutto ciò che mi circonda, partendo dalle parole che uso tutti i giorni e che do bellamente per scontate. Esempio, che cos'è la storia? Che cos'è il tempo? Che cos'è la cultura? E dentro questi piccoli terremoti semantici che non sono per nulla piacevole all'inizio, a un certo punto è arrivata anche la tecnologia. Che cos'è si intende per tecnologia? Ma soprattutto il concetto di tecnologia, lo stiamo usando allo stesso modo in tutto il mondo, oppure stiamo solo abbiccandola la stessetichetta su quasi diverse. Per intenderci un iPhone e lo stesso identico oggetto in California, in Italia e in China. Ma funzionare uguale non vuol dire essere percepito allo stesso modo, qui arriva la domanda che mi interessa davvero. Perché siamo portati a pensare che la tecnologia sia legata a qualcosa di elettronico, oppure ci sfuggi qualche sfumatura importante. La parola tecnologia suonantichissima, perché viene dal greco ed è composta di due pezzi, tecne e logos. Tecne è il saperfare, diciamo, l'arte dell'artigianato, il mestiere isoma. Logos è la parola, ma anche il discorso, la spiegazione, il ragionamento, quindi all'inizio, tecnologia, è tutto forché un oggetto, e più un discorso sul saperfare. Ma non so che facciamo oggi del termine tecnologia, come una grassetti che tona, quella che ci fa mettere tutto nello stesso sacco, cipo, infrastrutture e smartphone, è molto più recente. All'inizio, tecnologia, indicava soprattutto un discorso ordinato, una trattazione sistematica. Nell'antichità, soprattutto nel greco romano e bizzantino, poteva riferirse a una riflessione organizzata su come funzionava la lingua, per esempio la grammatica e la retolica. Questa stratificazione testuale resta visibile anche più tardi, quando tecnologia entra nell'inglese moderno all'inizio del 600 e significa in sostanza discorso o trattato su un arte o sulle arti, cioè capite la descrizione metodica di tecniche e mestieri. Siamo ancora allontani dall'idea delle macchine. Nel 700, con Yohan Beckman, tecnologia diventa scienza dei mestieri, un tentativo di classificare razionalmente i processi produttivi. Beckman era un professore tedesco dell'illuminismo, attivo all'università di Göttingen, e fu tre i primi a portare questi temi dentro l'università, come disciplina, per portare il sapere pratico dietro le lavorazioni, organizzato in modo insegnabile e replicabile. Dal tronde, ricordiamociero siamo in piena rivoluzione industriale. Prima di andare avanti però ho voluto fare una cosa molto semplice, ho chiesto a tre persone che cosa sia per loro la tecnologia. Ovviamente ho chiesto di non barare cercando su Google, anche se una delle tre ha barato senza ritegno. Giamini, che cos'è la tecnologia? La tecnologia è in pratica tutto ciò che l'essere umano inventa e utilizza per migliorare la sua vita, risolvere problemi o creare cose nuove. Include dagli strumenti più semplici, fino alle tecnologie più complesse, come computer, internet o l'intelligenza artificiale. Ti interessa qualche ambito in particolare? Ok, come sempre le intelligenze artificiali rimangono spesso sul vago. Cosa ne pensano però gli umani? Ho chiesto a erica a gerardi con cui ho lavorato per più di 12 anni. Insieme abbiamo fatto un sacco di scorribande di vulgative sulla tecnologia. Erica è una persona molto pratica, lo messa in difficoltà e vero, ma mi ha risposto così. Ciò non ho detto che fare un po' perché se della mia testa è chiara, mettere la imparole non è stato altrettanto facile. Quindi oggi ti direi che la tecnologia è tutto ciò che l'uomo ha ideato, inventato, progettato per semplificarsi la vita. E questa probabilmente è la definizione che molti di noi hanno in testa. Mi è piaciuto che abbia sottolineato quel oggi perché mostra con chiarezza quanto alcune persone siano pronte a modellare significato delle parole con il trascorrere del tempo e dell'esperienza comolate. L'ultimo umano a cui ho chiesto è un oscienziato. In mi amico Luca Perri, astrofisico, divulgatore e Wikipedia vivente delle cose inutili. Luca per favore non sei minuti come il tuo solito, non farmi un vocale che è praticamente un podcast. La tecnologia secondo me è un danno collaterale della vera scienza, della ricerca di base, quella che si fonda sulla pura curiosità e sullo spingere avanti i confini della nostra conoscenza. Per farlo spesso bisogna produrre della strumentazione che non abbiamo, quindi bisogna inventare un qualcosa di nuovo. E poi questo si traduce in tecnologia che magari usa il resto dell'associità. Però ecco un osstrumento che abbiamo come effetto collaterale dell'ascenza. Capisco che è una visione molto parziale perché io sono di parte da persona che segue il mondo scientifico però ecco. Se mi parli di tecnologia è la prima cosa che mi viene in mente. Quella di Luca è una risposta perfetta, proprio perché è di parte e lo ammette, dimostra che la definizione cambia a seconda del punto di vista dell'osservatore. Tornando a quella prima fatiglia lezione in università, quando si è parlato di definire la tecnologia, gli altri termini affiorati sono quelli di scienza e tecnica. Emo che è questa tecnica? Forse vale la pena fare un po' di ordine. La tecnica possiamo dire che il sa per fare è l'abilità, la competenza, ed è antichissima. Dalla pietra scheggiata fino al telaio, della navigazione all'irrigazione. L'essere umano ha sempre cercato di dominare la natura che lo circonda usando la tecnica per quanto rudimentale fosse. E qui mi è venuto in mente un dettaglio milanese che sembra una banalità, ha una spia culturale molto centrata. Per decenni il museo Leonardo da Vinci si è chiamato museo nazionale dell'ascenza e della tecnica. Poi a fine in 90 quando l'ente cambia setto il nome tecnica lascia spazio a tecnologia. Quella scelta dice molto, tecnica ti fa pensare al gesto, al famoso mestiere, escludendo dall'immaginario l'elettronica. Tecnologia invece ti fa pensare a qualcosa di più ampio, più attuale e che ruoti in qualche modo attorno al digitale. Insomma proietta lo sguardo terzo il futuro. Parliamo invece di scienza? È un modo sistemico di conoscere, costruire espicazioni e verificarle. E qui si ha presubito un punto importante. Scienza non è sempre stata la stessa cosa. Nel tempo ha avuto confini mobili e per secoli ha convistuto comprati che oggi metteremo sicuramente in altri cassetti. Pensate alla praga di inizio 600. All'acorte dell'imperatore Rodolfo II si muovevano al chimisti e astrologi, figure che potremmo definire senza troppere more dei charlatani. Eppure dentro quel miscuglio di credenze, superstizioni e sperimenti, ma soprattutto truffe, si stavano formando gli strumenti e le conoscenze che avrebbero contribuito a far nascere la chimica e la astronomia moderne. E se vogliamo un esempio ancora più famoso, prendiamo le onardo da Vinci. Oggi lo chiamiamo scienziato quasi per comodità, perché ne suoi tacquini c'è anatomia, c'è idraulica, ottica, macchine, osservazione della natura. Mettiamoci anche la disezione di calzanzi.
davriva, solo che nel suo tempo non esisteva ancora la figura dell'oscensiato, come lo immaginiamo noi. Quella parola arriverà molto più tardi nell'800. Nel 400 e 500 infatti si parlava più spesso di filosofia naturale, di arti e di ingegneria, confini molto più mescolati. Quindi quando oggi lo etichetiamo come scienziato, stiamo facendo una traduzione comoda, ma soprattutto retrativa e infine la tecnologia, qui non esiste un confine da manuale che non venga contestato da qualcuno nel tempo e nello spazio. Spesso la si intende come tecnica potenziata da scienza, cioè quando il sapefare incorpora conoscenze scientifici e replicabilità. Ma attenzione, perché si tratta solo di una semplificazione utile per orientarsi, perché per mille nila tecnica ha preceduto la scienza formalizzata e oggi la scienza spesso dipende da tecnologia sempre più complesse per poter esistere. Ma torniamo al punto di partenza, questo è uno dei tanti nodi da sciogliere, perché oggi quindi ci sembra ovvio che tecnologia voglia di reletronica, perché nel 21 esimo secolo la parola è stata catturata dall'immaginario dell'AiTech, quello che come cellula di partenza ha la sili con balli, sto parlando di chip, applicazioni, computer, smartphone e oggi anche in intelligenza artificiale. Ma è solo l'ultima fase del processo. Quindi quando diciamo tecnologia uguale reletronica, stiamo facendo un taglio con la cetta molto netto, un modo semplice, perché il nostro cervello di gerisca, al cervello infatti piacciono le definizioni circoscrite, sono più facile da capire, ma così facendo cancelliamo il suo significato di modo di fare e teniamo solo il prodotto finale. Il secondo modo, la tecnologia è una scienza applicata oppure tra di loro hanno una relazione molto più complessa. La risposta che mi ha dato Luca Perri è preziosa. Danno con la terale della vera scienza, cioè della ricerca di base. È una prospettiva d'ascensiato e lui stesso lo dice che è parziale, però il lumina una cosa vera, spesso per fare scienza, devi inventarti strumenti che non esistono e poi quegli strumenti escono dal laboratorio e diventano società. Pensate all'World Wide Web, nasce alla fine degli anni 80 del novecento al sern di Ginevra, il più grande laboratorio di fisica del mondo. Al sern, all'epoca, avevano un problema molto pratico, scambiare e collegare informazioni trascenziati e istituti diversi. Tim Burnersley scrive una proposta nel 1989 e quel sistema, nato esclusivamente per la ricerca, diventa l'infrastruttura comunicativa del pianeta e, pur è, la tecnologia non cresce solo così, cresce per accumolo e standardizzazione, grazie all'economia di scala e all'alogistica. Ebbene sì, stiamo parlando di catene di approvigionamento, è spinta dalla competizione trastati, dalle infrastrutture e purtroppo anche dalla guerra. La formula scienza applicata racconta anche in questo caso solo un pezzo di storia. Erriviamo così al terzo nodo, la tecnologia quindi è neutra? Quando si dice neutra, si intende più o meno una cosa di questo genere, che è solo nostro mento e tutto dipende da come lo usi, quante volte abbiamo sentito a questa cosa. È davvero fino a un certo punto, perché a una tecnologia non nasce nel vuoto, nasce da delle fondamenta che possono essere etiche e morali, nasce per risorvere un problema e nel farlo incorpora una priorità e un'idea di cosa conti davvero. E quella scelta resta dentro l'oggetto anche quando arriva nelle nostre mani. Per questo, se la tecnologia è un mezzo per raggiungere uno scopo, allora non è neutra. Lo scopo non è mai neutro. Scegliano un obiettivo significa inevitabilmente scegliere anche cosa sacrificare lungo la strada. Basta pensare a una vigatore, se l'unica cosa che ottimizza è il tempo ti fa passare dentro strada residenziali e cambia totalmente la vita di un quartiere. Non è il cattivo di per sé, ma non è neutro, ha incorporato una gerarchia di valori. In questo caso farci perdere meno tempo possibile. E qui c'è una cosa che va detta dal tavoce, perché al motivo per cui questa puntata esiste, spesso conviviamo con due sentimenti opposti nello stesso momento, da una parte entusiasmo e gratitudine perché sì, molte tecnologie è indubio, ci semplificano la vita. Dall'altra però c'è la paura e fastidio. Quella sensazione è che qualcosa ci stia sfuggendo di mano perché più passa il tempo, più le tecnologie sono sofisticate e più assomigliano alla magia, qualcosa che non ti sei spiegare. Una di queste è l'intelligenza artificiale. Il problema è che mentre noi viviamo questo conflitto interiore, più che giustificato, la fuori domina un racconto molto preciso. Ci diicono che la tecnologia è "a politica e inevitabile", come se fosse una forza della natura, come se portasse automaticamente progresso, rendendole nostre vite più facili, più piene o semplicemente migliori. E non abbiamo nessuna possibilità di irritarlo. Quarto nodo, questa è una puntata molto annodata. La tecnologia è un'iversale o effiglia della cultura in cui nasce. Come dicevamo prima, lo jetto fisico può essere identico, ovunque, certo? Ma l'idea di che cos'è quella tecnologia e cosa serve? Beh, quella può cambiare moltissimo da cultura cultura. E proprio qui, che entra in gioco un concetto affascinante. La cosmotecnica. È un termine resofamoso da "Yuk-Hui". Un filoso fogli on cong cresciuta tra ingegneri e informatica e pensiero continentale. Oggi considerato una delle voce più originali nel campo della filosofia della tecnologia. Aprone a parentesi, e il solibro è il luminante e velocon siglio, ma vi abberto e se non masticate la filosofia a colazione potrebbe rivelarsi un vero percorso ostacoli, ma ne vale la pena. Provo spiegarvi il suo pensiero nel modo più semplice possibile. Filosofi all'ascolto abbiate piatta di me. Dunque, hui parte da una critica semplice. L'idea occidentale che esista la tecnologia al singolare, come concetto universale, neutro e inevitabile. Cosa dice quindi hui? Ci dice che forse non esiste una sola tecnologia. Forse esistono tanti modi di intenderla, perché ogni cultura ha un rapporto diverso tra come è fatto il mondo e come io agisco l'identro. Questa unione tra ordine morale e ordine cosmico e ciò che hui definisce cosmotecnica e propone questa definizione che tradotta in lingua umana suonerebbe più o meno così. Gli strumenti che inventi non sono mai separati dalla tua visione del mondo, sono lo specchio del tipo di vita buona che desideri. Ma fermiamoci un secondo, perché prima ancora della filosofia c'è una questione di linguistica che dobbiamo risolvere e che personalmente trovo molto affascinante. Opro bisogno della vostra attenzione perché sarà un po' complesso. Dovete sapere che quando traducciamo dal cinese o dal giapponese verso le nostre lingue, non stiamo facendo una traduzione letterale, stiamo usando una scorciatoia. I loro caratteri non corrispondono esattamente alle nostre parole. Siamo noi che li forziamo a coincidere per comodità ma soprattutto per convenzione. Prova farvi un esempio concreto con la lingua giapponese che ho studiato per tanti anni. Prendiamo una parola che alla base di tutta la nostra tecnologia moderna e l'etricità. Se guardiamo alla nostra etimologia, la parola aderiva dal greco electron, che significa "ambra". Perché? Perché i greci avvano scoperto che strofinando un pezzo d'ambra, questa attirava delle piume. Quindi per noi l'etricità è normalmente legata a un materiale, a una pietra inerte, a un fossile. Ma in giappone l'etricità si dice "denchi", in cinese tra l'altro si scrive con gli stessi caratteri. Non so come si pronunci perché non lo mai studiato. De la parola "denchi", "den" significa "fumine" o "tuono". Chi è un concetto traducibile con una sola parola? È l'energia vitale, il "sofio", lo spirito che anima all'universo, lo stesso che usiamo nella parola "reiki" o delle arti marziali. Mettiamo gli ore insieme. "denchi" non è un fenomeno statico come "l'ambra" e letteralmente il "sofio" del fumine o l'energia vitale del tuono. Capite la differenza? Noi abbiamo itichettato il fenomeno partendo da un oggetto "l'ambra". Loro lo hanno descritto inserendolo in una cosmologia, collegando la tecnologia che accende la nostra lampatina alla stessa energia che muove il cielo e gli essere viventi. E proprio la visione del mondo che cambia. E questo vale anche per tecnologia. Quando pensiamo di aver tradotto una parola, spesso abbiamo solo scelto una convenzione comoda. Il concetto originale resta parzialmente traducibile e, de proprio lì, che iniziano gli slettamenti di significato e l'illusione che certi concetti siano universali. Adesso portiamo questo stesso ragionamento in China. Se volete dire "Tecnologia" in cinese, oggi vi scontrate con due parole principali che è doscuse in anticipo i oco-itoni del cinese non ci so proprio fare. Quindi la prima versione di tecnologia è "Jesu". Questa indica tecnica, l'abilità manuale, il famoso no-how, è il sapere. La seconda è "cuggi". Questo è un termine più moderno, diciamo, istituzionale. È una parola composta che fonde scienza e tecnica. Quando sentite parlare i politici o i telegornali, usano proprio questa "cuggi", perché lì la tecnologia arriva già impacchettata insieme alla scienza, in un'unico
blocco. Non è che queste traduzioni siano sbagliate, ma ci ricordano una cosa. Quando traduciamo tecnologia spesso importiamo anche un accento culturale. In alcune lingue la tecnologia arriva già impachettata con la scienza. L'inaltre si sente più la componente del saper fare. E allora hui fa un'operazione diversa. Invece di inseguire le cui valente perfetto di tecnologia, va a scavare nel passato, cercando le categorie classiche che per secoli hanno organizzato il pensiero cinese della tecnica. È da qui che recupera una coppia di concetti a mio avviso meravigliosa. Il primo è il Dao, la via. Il principio che ordina il mondo, l'orientamento morale da seguire, l'armonia. Il secondo è il C, lo strumento, l'utenzione concreto, il mezzo. Per secoli il pensiero cinese ha cercato di far convivere queste due cose e la domanda fondamentale che hui ci rilancia oggi proprio questa. Come fai ad usare il C gli strumenti senza perdere il Dao, la via e soprattutto come fai a non permettere allo strumento di diventare il tuo padrone? Per dare concretezza questi concetti a stratti, lasciate che vera conti due storie antiche che hui utilizzano il suo libro cosmotecnica. La prima è quella di Dao Ping, un maccellayo della tradizione taoista. Si diceva che il suo coltello fosse quasi magico, non si usurava mai. Anni anni di lavoro ed era sempre affilato, come il primo giorno. Ma il punto non è la magia, è la comprensione. Dao Ping non forza, non spacca le ossa o i tendini. Non va contro la natura del buve, lui osserva, capisce la strutturana scosta delle cose e segui vuoti. Faccivolare la lama, lì dove c'è spazio, lì dove il mondo gli permette di passare. E la tecnica intesa come armonia. La seconda storia è anche più potente per noi oggi. C'è un vecchio contadino che deve tirare sull'acqua del pozzo. Passa un discepro di confuce gli dice "O guarda che esiste una macchina per farlo, un meccanismo di legno, faresti molta meno fatica e saresti più veloce, il vecchio lo guarda e rifiuta". Attenzione, non rifiuta perché stupido? Sabe nissimo che la macchina è più efficiente. rifiuta perché teme che l'efficente pensa gli cambi la testa. Il rifiuto non è tecnico, ma morale, l'uso della macchina induce una forma di ragionamento meccanico che fa perdere la purezza e il dao. Quello che temiamo noi oggi attraverso l'utilizzo degli LLM, come C-G-G-P-T e Gemini, l'esternalizzazione, la perdita di anima, per esempio, nella scrittura dei testi. Ecco il cuore divulgativo di cosmotecnica è l'offrire una lente diversa che mette a fuoco in modo inusuale, per noi ovviamente, il rapporto trastrumenti, valori e mondo. In questa prospettiva diverse invece la domanda non riguarda la velocità. E più simile a un timone, non ti chiede quanto vai veloce, ti chiede dove stai andando e soprattutto cosa sta indiventando mentre ci bai. Ma perché abbiamo gli stessi occhiali con delle lenti così diverse? Perché noi vediamo un acceleratore e il loro intimone, la risposta è nei nostri miti fondativi. Noi occidentali siamo figli della cultura greca antica, figli del mito di prometteo. Per noi la tecnica nasce da un atto di ribellione, il furto del fuoco agli dei. La nostra tradizione dalla filosofia greca fino al cristianesimo ha spesso dipinto la natura come qualcosa da sfidare, da dominare, a volte persino con violenza. In China invece non c'è nessun prometteo, nessun furto. I loro miti ci inventori non sono ribelli puniti dagli dei massaggi imperatori che creano strumenti per armonizzarsi con il cielo e la terra. Ecco la radice di tutto, da una parte la tecnica come conquista dall'altra come adattamento in cerca di armonia. E allora torno collamente a quel primo giorno di università, a quel silenzio dopo la domanda del prof. E mi accorgò che quel vuoto alla fine non era ignoranza. Lo avevo interpretato male. Era la crepa del piedi stallo che regge una parola scolpita nel marmo, ma che in realtà è più liquida di quel che crediamo. Perché oggi, so che quando diciamo tecnologia, non stiamo parlando solo di silicio, di chip, di smartphone o di server farm. Tutto vero certo, ma nelle realtà dei fatti stiamo parlando soprattutto di noi, come esseri umani. Stiamo parlando della nostra ansia di promette o che vuole rubare il fuoco e della nostra disparata necessità di trovare l'armonia del macellayo Pauding. La tecnologia non è l'oggetto che avete in tasca mentre ascoltate questo podcast. Quello è solo il guscio. La tecnologia è lo specchio delle nostre intenzioni. C'è una domanda che troppo spesso dimintichiamo di farci mentre corriamo verso il futuro pensando di sapere che forma avrà. Questo strumento è un acceleratore che ci spingia alla cica o è un timone che abbiamo scelto di impugnare consapevolmente? Perché a decidere la rotta alla fine siamo sempre noi, anche se il vento è contrario. A settimana prossima. Storytech è un podcast condotte scritto da me, fioro cacalli, con la collaborazione di Marco Paretti, producer Alessandra Bruno, montaggio, Paolo Invernizi, supervisione tecnica gabri e le rosi responsabile della produzione del mistucchi, una produzione o un podcast.
Podcast Summary
Key Points:
La narrazione inizia con il primo giorno di università dell'autrice, dove una domanda apparentemente semplice del professore ("Cos'è la tecnologia?") rivela la complessità e la mancanza di una definizione univoca del termine.
Viene esplorata l'evoluzione semantica della parola "tecnologia", dalla sua origine greca (discorso sul saper fare) al significato moderno spesso ristretto all'elettronica, passando per le tappe storiche di Johann Beckman.
Attraverso interviste (inclusa un'IA e due umani), si mostra come la definizione di tecnologia cambi a seconda della prospettiva (strumento per semplificare la vita, danno collaterale della scienza di base), sfatando l'idea di neutralità e universalità del concetto.
Si introduce il concetto filosofico di "cosmotecnica" di Yuk Hui, che critica l'idea di una tecnologia universale e neutra, sostenendo invece che sia profondamente plasmata dalla visione del mondo e dalla cultura in cui nasce, come dimostrato dall'esempio della parola "elettricità" in greco e in giapponese/cinese.
La conclusione sottolinea che la tecnologia non è un semplice mezzo neutro, ma incorpora scelte, valori e gerarchie, influenzando la società in modi non sempre evidenti e invitando a una riflessione critica sul suo ruolo.
Summary:
Il testo, narrato in prima persona, racconta di un'esperienza universitaria che diventa il punto di partenza per un'indagine profonda sul significato di "tecnologia". Di fronte alla domanda del professore, l'autrice si rende conto della mancanza di una definizione semplice e univoca. La riflessione si sviluppa attraverso un'analisi storica, mostrando come il termine sia evoluto dall'antico concetto greco di "discorso sul saper fare" all'attuale associazione prevalente con l'elettronica e il digitale.
Interviste a un'IA e a due persone (una pratica e uno scienziato) confermano la molteplicità di prospettive: per alcuni è uno strumento per semplificare la vita, per altri un "danno collaterale" della ricerca scientifica pura. Il cuore del discorso sfata tre nodi critici: la tecnologia non è neutra, poiché incorpora scelte e valori; non è un concetto universale, ma è modellato culturalmente (come illustra il concetto di "cosmotecnica" del filosofo Yuk Hui e l'esempio etimologico della parola "elettricità"); e la sua relazione con la scienza è complessa e bidirezionale, non di mera applicazione. Il testo conclude che ridurre la tecnologia alla sola elettronica significa cancellarne la ricca storia e il suo essere uno "specchio" della visione del mondo di una società, invitando a un approccio più consapevole e critico.
FAQs
La parola tecnologia deriva dal greco 'tecne' (saper fare, arte) e 'logos' (discorso, ragionamento). Originariamente indicava un discorso ordinato sul saper fare, non un oggetto.
Nel XXI secolo, la parola è stata catturata dall'immaginario tech (chip, computer, smartphone, IA). Questo è solo l'ultima fase di un processo storico più ampio, che semplifica il concetto originale.
No, la tecnologia non è neutrale. Nasce per risolvere problemi specifici e incorpora priorità e valori. Lo scopo che persegue non è mai neutro e influenza le scelte e i sacrifici lungo il percorso.
La tecnica è il saper fare, l'abilità pratica antichissima. La tecnologia storicamente era un discorso sulla tecnica; oggi spesso indica la tecnica potenziata dalla scienza, ma i confini sono mobili e contestati.
Il concetto non è universale. Ad esempio, in cinese esistono termini distinti: 'Jesu' (tecnica/saper fare) e 'cuggi' (scienza e tecnica insieme). Ogni cultura ha un rapporto diverso con gli strumenti e la loro visione del mondo.
La cosmotecnica è l'idea che gli strumenti non siano separati dalla visione del mondo di una cultura. Propone che non esista una tecnologia universale, ma tanti modi di intenderla legati al rapporto tra ordine cosmico e morale.
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