Il podcast del MAXXI racconta la genesi del duo Forma Fantasma, composto da Andrea Trimarchi (siciliano) e Simone Farresin (veneto), che si incontrano nel 2004 all'ISIA di Firenze. Nonostante provenienze differenti – lui con un interesse per architettura e arti, lei cresciuta nella tradizione del design italiano – trovano una comune visione di design responsabile, che interroga l'intero ciclo produttivo, dall'origine dei materiali allo smaltimento. Questo incontro dà vita a Forma Fantasma, un nome scelto per evocare un'impronta leggera sul pianeta. Dopo gli studi, si trasferiscono in Olanda, diplomandosi alla Design Academy di Eindhoven con un portfolio condiviso che segnala la volontà di lavorare in coppia. I loro primi progetti, come "Moulding Tradition", esplorano temi complessi quali identità nazionale e migrazioni, consolidando un metodo incentrato sulla ricerca processuale e sui materiali. Aprendo lo studio a Eindhoven nel 2009, iniziano una collaborazione con l'industria, caratterizzata da un approccio di "debriefing" che smonta le certezze dei clienti per stabilire dialoghi profondi, come nel caso di Piero Gandini. Parallelamente, si dedicano all'insegnamento, guidati dalla responsabilità di affrontare le sfide ecologiche del nostro tempo, ritenendo che alcune domande sul design richiedano una conversazione transgenerazionale. La loro pratica unisce quindi sperimentazione materiale, impegno etico e una costante interrogazione sui sistemi produttivi.
Maximus è un'azionale delle arti del ventunesimo secolo presenta. È l'agosto del 2004, nelle aule dell'istituto superiore per l'industria artistica di Firenze sono ancora deserte. L'isia è un istituto di alta formazione nella progettazione, uno di quei luoghi dove si forma il futuro e dove si da forma al futuro. È da qui che hanno scelto di studiare a metastrada dai loro luoghi d'origine due giovani studenti che in quel momento non hanno molto altro in comune. Una, 19 anni, è siciliano, partito con l'idea di diventare architetto. L'altro, 24 anni, è veneto ed è cresciuto col poster di Sozzas nella stanza. Eppure quell'estate, il destino li fa incontrare prima ancora dell'inizio dei corsi. Cominciano parlare, da conoscersi, a capire che anche se arrivano da strade diverse, vogliono andare nella stessa direzione. Quella di un design responsabile, che non si limita a creare nuovi prodotti, ma ripensa i sistemi produttivi. Un design etico che si interroga sull'intero processo, dalla provenienza dei materiali e alla destinazione dei discardi, prima ancora che all'utilizzo. Dove la forma è conseguenza? Non premessa. Una forma che deve posarsi lieve in palpabile sul pianeta senza lasciare impronte. Come un fantasma. Quell'incontro è l'inizio di un cammino che porterà andre a trimarchi, e simone far risin, a scegliere un'identità unica, attraverso la quale portare avanti corrigore e coherenza. L'ambiziosa è consapevole revoluzione, firmata forma fantasma. In contri è un podcast del maxi, il museo nazionale delle arti del ventonesimo secolo, che racconta celebri coppie creative del design, dell'architectura e delle arti, che hanno plasmato le stedica del nostro tempo. L'episodio speciale in contri del futuro è dedicato ad andre a trimarchi e simone far risin. Accora di domitirla d'ardi, storica del design e signo accurector per il design del museo, scritto con Francesca di Michele. La storia di forma fantasma comincia qualche anno prima che il siciliano andere trimarchi e il beneto simone far risin appranno il loro primo studio in Holanda. Come in c'è in Italia, da una scelta controcorrente. La prima di tante altre, fatte nella convinzione che il design non può più prescindere dalla sostenibilità. Andrei a trimarchi e simone far risin. Come vi siete conosciuti? Dove avvenute vostro incontro? Ci siamo conosciuti a Firenze, mentre studiavamo li, io ero verso la fine di miei studi del Bachelor e andremo all'inizio dei suoi studi. È stato un incontro più privato e non un incontro professionale che ci ha portato poi a vivere insieme e da lì abbiamo capito che in realtà tutte le cose di cui parlavamo in granosavita privata erano legati al design. Io come background ho studiato prima di andare appunto alla lisia Firenze a Inusio d'Ortistico dove diciamo che c'era un impronta più legato al design. Il mio studio era un po' più classico, legato più alla scultura, la pittura, a quell'arti un po' più at large che non erano così focalizzate appunto a una arte applicata come questa architettura al design. Quindi il mio amore per il design è stato forse abbastanza fortuito, quando mi sono scritto a Firenze prima a fatta architettura un anno, poi ho cambiato per andare a design. Già, forse, avendo fatta architettura, avevo capito che la scala non era quella che mi interessava, quella della architettura. Simone, invece tu vieni dal beneto, quindi già un luogo più tradizionale nella cultura del design italiano. Nel mio caso è stato abbastanza precoce, l'incontro con il design, abitando in beneto, facendo un istituto d'arte, nella piccolacitettura in Escavanove, dedicata a la ceramica, hauto l'oportunità di incontrare molto presto anche alcuni degli autori italiani, suoi tre più importanti, e in amore a mida disciplina, c'amo che era veramente molto interessato al design, avevo una mia camera, non seri tagli di domus, consozza, semarie, via dicendo. Poi nel tempo ho imparato a toglierli e in sua focalizzarmi su altro, però è vero anche che, effettivamente, l'idea di andare a Firenze, derivava da un interesse al design radicale, più che all'esemnustriale degli anni, i fine anni novanti, inizi a 2.000, che poi quando sono bisogno trasferito a Firenze per gli studi, quindi è stato decisamente diverso rispetto a quello di Andrea, ha conciato molto presto a sentere stata la disciplina. A Firenze cosa avete trovato? Perché, in effetti, anche lì c'era un mondo molto specifico, anche per la cultura del progetto in generale, non era milano, non era torino, Firenze cosa voleva dire? Firenze, in quegli anni, voleva dire in ogni caso, intrarvi incontato con alcuni degli autori, per esempio, che hanno parlato di archidzumo, come dei canelli, corretti, però voleva anche dire vedere il progetto eruolo del design e da servizio dell'industria, quindi il tentativo di educare una professionalità molto a servizio della progettazione industriale, dove non c'è ovviamente niente rimale, ma mette in discussione, non so, con la mia descrizione, l'idea di essere la servizio di essere un instrumento per, quindi quella la parte che, in qualche modo, personalmente ho trovato più frustrante di quegli anni, avevo la necessità di trovare un modo di comprendere la mia posizione all'interno della disciplina e credo che, in quei anni in parte, anche per colpa mia, per la mia giovinezza, non ero capace, le state in realtà all'incontro con Andrea, che mi ha toccato l'opportunità di progettare in modo non consano, non professionale, non all'interno di un'educazione, ma in modo verbale, da le discussione con Andrea e di rinnamorarmi di questa professione. Diciamo anche quella radicalità che stiamo cercando in Toscana, Firenze, non c'era nelline in altri luoghi in Italia. Fatti, mi ricordo sempre quando andavamo al sonno del mobile, in quegli anni andavamo spesso a vedere cosa succede va fuori dall'Italia, andavamo a vedere la Francia, l'inghilterra, l'olanda, e vedere i giovani e laureati di quelle HDMI insomma ci faceva capire che quello che stamo cercando non era la Firenze sicuramente. C'è servito per guardare all'essere insomma come un luogo di sperimentazione, per poi tornare insomma, siamo in modo di nuovo qua. Il nome che ha un nome programmatico c'è quando è che diventate forma fantasma. In realtà diventiamo forma fantasma prima di esserlo, cioè diventiamo o scegliamo questo nome di ritorno in autobus quando eravamo un corso d'intia Firenze da un X-Centerplata Contemporanea di X, perché non esiste più carai palazzo delle papie si assiena, e in qualche modo ci viene in mente di chiamare quello che faremo, quello che speravamo, che avremmo fatto forma fantasma che è semplicemente una, è stato un buon intuito, ma anche in parte anche programmatico il nome. E a quel punto decidete di scegliere appunto l'olanda, quindi la design accademia in Doven, dovevi presentate per la prima volta nella storia dell'accademia con un porfolio condiviso. Il realtà non era nemmeno condiviso, era un porfolio due porfoli, esattamente identici, con un packaging che li univa molto anche elaborato, tutto cuscito, che univa questi due porfoli come se fosse una specie di cover condivisa, che dove tagliarla per poter c'accedere al contenuto, diciamo che poi prodò i progetti che c'è nell'interno non erano nemmeno progetti così interessanti, diciamo che non sta di confezionati per essere interessanti, però erano un porfolio di due ex studenti, quello che era chiaro era il desidero di lavorare insieme, il desidero di lavorare come due, e penso che Highspacker era il direttore delle massare che abbiamo fatto l'IM Master, diciamo che se enamorava un po' anche di questi ideati di porfolio condiviso o uguale, di questi collettivi che lavorano insieme, quindi per lui era abbastanza normale prendere insomma un due, sicuramente non parla ad esanacademia, che era per una prima volta per loro. Cos'era e cos'è forza ancora la disanalcade medie in dove era nel panorama della formazione internazionale. Sicuramente studiare lì è stato il luogo che ci ha permesso di focalizzarci e di capire la nostra posizione di ciplina e di capire in modo molto chiaro su cosa, siamo interessati su cosa no, è un luogo da me ricevuto le domande di cui aveva un bisogno, per noi devo dire stata un'esperienza fantastica. Proprio una dei vostri primi progetti, poi se non sbaglio coincide con quella che diventerà la vostra tesi di laurea, molti in tradition dove effettivamente viene sviscerato questo tema caldo, non è tanto il prodotto finale a muovere le vostre ricerche e le vostre domande quanto proprio la strada del processo. Molti in tradition il nostro progetto di traduation, per noi è stato molto importante a su interno delle caratteristiche anche naive datte dal fatto che l'abbien fatto ancora come studenti e credo che nella contemporaneità che vediamo in questo momento probabilmente sarebbe anche un lavoro che in questo momento non riferiamo che comunque è un progetto che ha affrontato tematiche complessi e legate all'identità nazionale, al nazionalismo, all'idea di artigianato come instrumento in mania da nazionalismo, problematiche alla tipei flussi migratori, dissendo due persone comunque caucasi che in altarne il progetto che abbiamo affrontato temi complessi legati anche alla propriazione e Blackface, cosa che in questo momento probabilmente saremo un po' più cauti nella frontalla essendo appunto caucasici. Detto questo è stato un progetto importantissimo perché siamo diventati noi sotto proprio la sensazione di entrare a pieno in chi siamo, in come pensiamo e in come vediamo le cose. C'ha permesso appunto di metterla fuoco e di continuare anche a insegure un'intuizione ma di essere più rigorosi nella ricerca e nella comprensione dell'oggetto non solo a livello di funzionalità, diciamo pratica ma anche di funzionalità simbolica, espressiva, politica, quindi per noi è stato un lavoro fondamentale. È un lavoro che si concentra sull'acceramica artistica di caltagirone, uno degli elementi quando gli perrestre di caltagirone che salta gli occhi appunto a questa grandissima faccia di una persona di colore, un morface, un moro, dove di solito appunto in maniera un po' anche stemparane vengono messi o dei fiori, delle erance, sono avvenutilizzato come un contenitore, però noi un'oggetto anche molto enigmatico, quindi se mandate a vedere indietro nella storia di quando appunto i mori avevano conquistato tutte il sud e l'Italia e tra i tante cose che avevano importato ero c'erano le erance, c'erano i mori ma c'erano le mai oliche, quindi diciamo che se una parte era un simbolo di questa conquista l'altra parte chiaramente portava con sé anche l'idea di un barbolo conquistatore, quindi in qualche modo siamo andati a guardare appunto a questa storia e a cosa andato storto poi nel racconto e l'abbiamo chiaramente collegato i grandissimi flussi migratori che poi sono successi nella fine degli anni '90 e fino a Gianlampedusa, sono una serie di vasi con dei Ribbon, con dei nostri, che tengono insieme delle cornici con un volto di una persona esistente, che è soffena degli emi, che era un immigrato del nord-Africa, che abbiamo avuto in qualche modo contraporre a quell'imagine strudipata è molto brullessa del moro. Arrivati a questo punto siete diplomati alla design academy e aprite ufficialmente il vostro studio. Lo studio viene aperto, ufficialmente nel 2009 di Endoven, in un vecchio istituto psichiatrico, frutto anche di una politica incredibile della città di Endoven, che riusza a tutti quegli spazi non utilizzati, cominciati a Endoven, poi dopo qualche anno si spossa damperà, però per noi era molto importante il momento appunto della apertura del Endoven, perché in ultimamente è crescioso tantissimo, grazie a appunto a queste politiche fatte della città. Endoven è stata molto famosa negli anni '30 a '50 per via della Philips, e poi la Philips è andata via e ha lasciato dietro un patrimonio in realtà incredibile architettonico, e la città invece ha deciso appunto di aprire una academia, di versi che i gli studenti rimanessero lì e caprisse proprio su. Quindi ci sono delle politi anche di integrazione, di aiuto molto concreto, che ci hanno portato a farci stare almeno tre quattro anni, prima di spostarci del Amsterdam. Quindi potremmo dire che una città in Endoven che sui ruderi di un archeologi industriale poi ha dato invece una risposta a quanti internazionalmente stavano cercando una via diversa, infatti i vostri primi progetti sono molto segnati, oltre che dalla processualità di cui abbiamo apparlato anche dalle materie, dai materiali. Sto pensando appunto al grano di autarchisto, pensando alla plastica organica di botanica, alla lava di denatura fossidium, quanto questa trada del materiale è stata qualche modo la base della vostra prima ricerca. Quando si lavora credo che all'inizio di una carriere indipendente sia veramente importante anche utilizzare l'intuito, quindi dopo l'esperienza del graduation, già boccavamo capito meglio che eravamo, ma in ogni caso eravamo ancora preoccupati dalla definizione di se in qualche modo. E credo che i primi nostri lavori si hanno stati veramente quelli che ci hanno aiutato a comprendere in modo più preciso che siamo e l'abbiamo fatto con l'intuito, vi hanno sempre avuto l'interesse per l'utilizio della sperimentazione di materiali diversi, che nel tempo abbia capito non era dato da un'interesse necessariamente alla ricerca materiale che troviamo ancora molto interessante, ma è quasi un tentativo di riappropriarsi di un sistema produttivo che altrimenti data, nel sommarla contemporaneamente in cui viviamo ed è localizzato quasi impossibile da interagire lo potuto viviamo in una realtà complessa dove nessuno di i nostri genitori ha mai lavorato all'interno di un'interno industriale, per esempio, una nostra esperienza personale e qualche modo post-industriale. Quindi la statitudine è post-industriale anche a l'utilizio di materiali. Nel tempo abbia capito che in altero un tentativo di comprendere il perché è il come delle cose, quindi erano domanda più profonda a quella che cerca di risavere l'uele materiale che vè a che fare con l'idea di estrazione, di consumo, in qualche modo di comprendere l'ecologia complessa della produzione. Per molti anni, conoscendo il vostro lavoro, la critica banale superficiale che poteva essere mossa era si muovono su un piano post-industriale, voi dite, ma io direi che in alcuni casi è stato definito anche pre-industriale, perché in fondo non hanno l'occasione del dialogo con l'industria o forse la stanno evitando, poi la vostra storia ha dimostrato che questo incontro con l'industria e avvenuto con probabilmente tempi giussi per voi, ma anche l'incontro giusto ritorniamo su questo tema dell'incontro, e forse l'incontro chiave per questa confidenza finalmente maturata con il mondo industriale è stato quello con Piero Gandini. L'incontro con le aziende e poi in particolare con Piero Gandini, che è stato forse quello per noi anche più importante, più di successo a diverlo di studio, nasce comunque già dall'inizio di studio, cioè noi da quando abbiamo aperto forma fantasma, abbiamo avuto degli incontri con delle aziende, però le aziende quando venivano da noi venivano sempre con le domande espagliate, ma forse anche chiaramente non ci conoscevamo, non conoscevamo, il nostro lavoro non lo conoscevamo e non riuscevamo a trovare un'interesse reale a lavorare per queste aziende, prima di uscire a collaborare in maniera veramente solida con delle aziende abbiamo muoduto aspettare l'arrivo di flosse e poi di Piero Gandini, insomma che ci chiede di fare qualcosa per loro, ma ci ci ci dice da ancora parecchio, in quest'ultimi anni di avere delle aziende che vengono senza avere migliameterli la di cosa facciamo, e di solito i brief che ci danno sono sempre molto superficiali, tipo ci sarvan a sedia, ci manca un tavolo che probabilmente non è il modo migliore per cominciare alla conversazione, cioè noi la prima cosa che diciamo veniamo a conoscervi, vediamo l'azienda, cerchiamo di intrare nella famiglia, cerchiamo di conoscerci meglio, cosa possiamo veramente fare, come possiamo usare meglio la nostra intelligenza all'interno di un'azienda, e devo dire che quel tipo di rapporto sta diventando sempre più difficili, infatti io simono intanto diciamo che disegnare per l'azienda sta diventando quasi un atto nostalgico. Invece voi avete proprio un approccio che entra come dire in corporeviri, cioè voi volete conoscere il contesto per avere un dialogo che poi si ha fatto a punto immagino di domande, di risposte, recipro che già in molti vostri progetti del passato penso a graftica, uno forse dei primi casi, ma anche ovviamente più direcente con orestrime, con cambio, voi avete un attitudine proprio di smontaggio delle certezze, del vostro interlocutore, cioè conoscete bene contesto, avete questo momento di approfondimento, e poi c'è un debriefing totale. Quando lavoriamo con l'azienda facciamo percorso di debriefing, detto questo con l'azienda con cui possiamo fare, anche noi abbiamo avuto in produzione anche degli oggetti in modo abbastanza superficiale, perché devo anche riconoscere che il tentativo è anche quello di bilanciare a livello economico, la parte di ricerca, con la parte anche più commerciale dello studio che comunque in realtà chiara dalla sapratica aveva una parte di ricerca più profondica che possibilmente va ad influenzare la parte di ricerca, ma questa cosa non succede, non avviene in tutti i casi, dove avviene però può produrre dei risultati eccellenti, siamo in conversazione con arte, che in questo momento, per esempio, alla luce della progettualità e del procorso di ricerca di cambio, l'amosa che mi ha fatto all'azienda di Londra, che poi non è una mostra un progetto di ricerca, che ha portato a questo dialogo con arte. In qualche modo, con i musei e con le situazioni voi fate quella che Bruno Monari chiamava proprio la ricerca preprogettuale, e poi chiudete il cerchio, nel momento in cui potete portare questo bagaglio conoscitivo, in alcuni casi già pronto, in altri da perfezionare, affinare direttamente nella relazione con un brand, un'azienda. Cosa vuol dire esattamente fare dei briefing? Vuol dire semplicemente ascoltare la richiesta ha fatto da un'azienda, da un partner, può essere potrebbe essere anche un museo, avere un incontro, approfondito, forse ha volte anche più di uno, e poi interrogarsi se quello che ci sono chiedendo è realmente quello di cui loro hanno bisogno che noi si è incapacili fare, e rilaborare una proposta di collaborazione che sia possibilmente più relevante, anche per il partner che ci lo chiede. Detta così suona quasi come una seduta di psicanalisi, una psico-terapia di gruppo. E' esattamente quello che facciamo, facciamo grandi psico-analisi con i nostri clienti. Parallellamente ha tutto questo da in dove passate ad Amsterdam, trasferite lì il vostro studio, passate dall'altra parte della Cattedra, e dopo il diploma diventate docenti. L'educazione è una parte importante nel nostro progetto. Abbiamo insegnato, siamo adesso direttore di un master adendoma che si chiama George Zign, in una riflessione che mi ha fatto recentemente, crediamo che questo deriva in non necessamente per un amore verso l'insegnamento, quanto piuttosto per una sensazione di responsabilità, da una parte, e dall'altra perché vediamo i limiti alla nostra pratica, nei nostri progetti ricerca. Il cuore è una passione verso la comprensione delle dinamiche ecologiche della produzione, e dell'impatto che ha la produzione nell'ambiente. Queste problematiche, che riguardano veramente la sfida di questo secolo, che non siamo nemmeno sicuri, che la supereremo, sono delle tematiche delle problematiche transgenerazionali. Cue progettisti non possiamo trattenere o risolvere alcune delle domande che abbiamo all'interno del nostro studio, perché non ne abbiamo la capacità. E' quindi queste domande investiranno tutto al secolo e probabilmente oltre, quindi sta urare una conversazione transgenerazionale e un modo per lasciare a vivere l'idee oltre noi. Cosa vuol dire, allora, GeoDesign? Cosa significa andare in una dimensione del progetto che non riguarda più soltanto le cose e gli uomini, ma anche soprattutto i territori d'ambiente e quello in cui siamo immersi. GeoDesign, devo dire, è un termine che è stato introdotto prima la stessa Fono Boeri, che poi è stato in qualche modo appropriato il Joseph Grima, il direttolo della design academy di In Dove, di copropriati modo bonari, perché insomma, ovviamente, sono ammici e capiscono il sinfingato profondo di questi termini. GeoDesign è un po' che è modo donato e c'è chiuso di seguire questo master di GeoDesign. La sciano c'è anche la libertà di interpretare questo termine. Nella contemporaneità è impossibile non vedere il progetto e le conseguenze del progetto a livello globale e planetario. Si ho prendo un iPhone e guardo lo dove i materiali sono sati estrati, riassemblati e come si crea una nuova panguea, dove parti di pianeta erano riassemblate in un logo nuovo, totalmente reale, quindi noi come se quotidianamente riassemblase un pianeta in forme nuove. Quello con cui siamo preoccupati a GeoDesign è di analizzare questa realtà e di capire la implicazione profonde, quindi brie ai tutti ogni partito che si preoccupa di comprendere la cosa prima di designarle. GeoDesign è appunto un zooming out, cioè due andiamo a guardare al design non all'ultimo step del design che quello della produzione, andiamo a guardare prima ancora come si formano le materie, da dove provengono chi è che il qualche modo è trasforma, fino ad arrivare anche alla fase successiva dal dopo vita dell'oggetto. Quindi con GeoDesign vogliamo in qualche modo guardare in maniera più elistica alla disciplina e lo facciamo non necessariamente arrivando a un prodotto, soprattutto in questo momento abbiamo un po' in reinventare il termine design, capire come si può fare design in maniera diversa. Non siamo nemmeno arrivati ancora con gli studenti alla fase della progettazione a volendo una fase di continuo per il progetto, probabilmente molti vedranno risultati del master con un fallimento perché non si producono soluzioni, ma nuovamente non credo che soluzioni ha problemati e questo tipo può essere fatenlo anche in una generazione tanto meno da quei di due anni. Quindi vediamo anche il master come in una continua evoluzione che darai sui frutti in un lago di tempo molto più lungo. Questo che dice mi ricorda molto modo di lavorare di anzomari, nel senso che io sono convinta che Mari abbia progettato in una maniera molto sagace, molto intelligente anche suoi fallimenti proprio per dimostrare attraverso i suoi fallimenti in qualche modo le falle che ci sono i sistema. Forse abbiamo bisogno paradossalmente di meno successi ma di più fallimenti che scardinino il processo. Ma lo vediamo assolutamente anche con i nostri studenti quanto il successo di un progetto non è misurabile, loro hanno quest'anzia costante del fatto che comunque e loro non possono cambiare il mondo. Diciamo che anche là sono grandi sessioni sicconnalitiche con i nostri studenti per per capire che l'unico modo è agire in maniera intergenazionale, cioè ne io, nell'oro, nel tuo mondo, mi tigla cambieremo il mondo, ma se tutti insieme cominciamo introdurre delle narrative diverse nel tempo, magari le cose cambiano. L'ultimo capitolo del vostro percorso prevede un rientro in Italia, una nuova sede per i vassos studio a Milano e a Zard un parallelo nobile nobilissimo, cioè mi ricordato un po' ovviamente riportate ai giorni nostri, la parábola che hanno fatto, Charcer Reims, che partono dal loro casa dove c'hanno la casam machine e si fanno i mobili in plywood praticamente in salotto, per poi diventare una vera e propria genzia, possiamo dire che oggi studio forma phantasma prende la connotazione molto meno dello studio di progetto, dello studio di design milanese con tutto il rispetto per l'issudio di design milanese molto più di agenzie internazionale che cerca di entrare in dinamiche proprio per quanto possibile del modo di produrre. Oso studio a Milano sicuramente è evoluto e sa evvolvendo con la necessità di lavorare con una genzia che offre anche dei servizi, la nostra probabilmente realtà è peccoliare, ce ne l'abbiamo conto, quando dobbiamo capire come costruire il team all'interno di uno studio, no studio grande in questo momento siamo in dieci con la persona dam, perché abbiamo delle expertise interne molto diverse ed è difficile creare un team che si occupa di ricerca, di exhibition design, di industrial design, di interior, di consultancy, quindi la nostra realtà è decisamente complessa, ma è l'unica che noi potremmo gestire perché l'unica che ci rappresenta è l'unica che assomiglia, a chi siamo e anche alle cose che sappiamo fare. Quindi vedremo come si evolverà in futuro anche una bottiglia di abbia difficoltà ad immaginarlo, ma lo faremo con la costanza con quello che siamo facendo adesso. Abbiamo avuto diverse occasioni di incontro anche all'interno del museo per il maxi, abbiamo condotto diverse esperienze insieme e ultimamente ci siamo interrogando su una modalità diversa di progettare nell'ambiente, quello che sta venendo fuori è che forse non è più il tempo di lasciare dentro l'ambiente delle grandi operi insallative che poi invece di respirare con quella ambiente, fondersi con quella ambiente diventano un problema di gestione. Allora l'interrogativo che ci siamo ponendo insieme proprio come il progettista può far parlare un ambiente naturale, come è un isola, un parco, un giardino, il protagonista qui dare una voce. Con il maxi stiamo portando avanti questo progetto che in qualche modo rivede il modo in cui si può intervenire nello spazio urbano, o in quello che viene definito lo spazio verde che è un termino che odiamo con un intervento in qualche modo anche in questo caso contestuale, cercando di essere il più possibile non invasivi anche il livello concettuale di non essere invasivi, non solo il livello materico. Un campo nel quale ultimamente siete molto spesso impegnati quello dell'exhibition design è un mondo che si relaziona con il concatto di un tempo e fimero come riuscita a concidiare queste due cose. La parte del exhibition design delle delle fimero è forse quella, a cui siamo cercando di concentrare di più nell'ultimo periodo, mi ho fatto delle mostre anche importanti nella Biennale, il Fondazione Cartier o altre, e stiamo cercando di capire come metto un pensere ecologico in contesti del genere. Certo, quando deve disegnare una mostra permanente non c'è nessun problema, rimane, ed è così. Per la per esempio con Biennale non siamo riusciti a fare grandi rivoluzioni però abbiamo fatto mettere grazie anche al lavoro del team tecnico della Biennale un nuovo parametro nelle gare da parto, che è quella appunto sulla sostenibilità, quindi per esempio quest'anno nel 95% di tutti i cartongessi non verrà disposo, non verrà butta, non verrà riciclato, è una piccola cosa ma cambierà molto, insomma anche l'impatto che ha questa, cioè, una mostra così importante come la Biennale dove costruisci chilometri chilometri di cartongesso o faccio un altro esempio con Fondazione Cartier e mi ha aperto una mostra adesso nell'ambito della trennale di quest'anno e dove abbiamo utilizzato carta, quindi non più molti di cartongesso pesanti ma appunto materiale molto molto leggero e molte dei materiali che sono all'interno della mostra o sono stati prestati oppure rientranno nel circolo, per esempio tutti i carpet sono stati prestati da spazio meta che è uno spazio di milano che prende materiali da sfilate o da altre venti così e li rimette in circolo e quindi per esempio molti dei materiali che abbiamo utilizzati vengono a spazio meta, quindi ritornaranno a spazio meta, avranno all'utilizzati da altre persone. Non sono grandi di voluzione ma cerchiamo in qualche modo anche in questo ambito di avere un pompensero simile o insomma attinente a quello che abbiamo panne la parte di ricerca. Ricerca, dialogo, coherenza, la tutela dell'ambiente e delle risorse come priorità, attraverso forma fantasma andrei a trimarchi e simone farresin sono diventati il simbolo di un nuovo modo di concepire il design, dove la forma è conseguenza, non premessa. Una forma che deve posarsi lieve in palpabile sul pianeta senza lasciare in fronte. Ne io e nette cambieremo il mondo, ma se tutti insieme cominciamo a ridurre delle narative diverse magari nel tempo le cose cambiano. In contri è un podcast del maxi, un museo nazionale delle arti del vettunesimo secolo. Accura di domitila d'arti, Luigi Allonardelli e le natinacci, coordinato da Prisca Copellini. Una produzione d'opcast accura di Francesca de Michele, supervisione e produzione Francesca Mangiori, producer Alice Andrini, Sound Design, Gaetano Kappa, montaggio sonoro e post-produzione alle l'altro zennoli. Una produzione d'opcast.
Podcast Summary
Key Points:
Incontro e formazione
Fondazione e filosofia
Percorso internazionale
Impegno educativo
Summary:
Il podcast del MAXXI racconta la genesi del duo Forma Fantasma, composto da Andrea Trimarchi (siciliano) e Simone Farresin (veneto), che si incontrano nel 2004 all'ISIA di Firenze. Nonostante provenienze differenti – lui con un interesse per architettura e arti, lei cresciuta nella tradizione del design italiano – trovano una comune visione di design responsabile, che interroga l'intero ciclo produttivo, dall'origine dei materiali allo smaltimento. Questo incontro dà vita a Forma Fantasma, un nome scelto per evocare un'impronta leggera sul pianeta.
Dopo gli studi, si trasferiscono in Olanda, diplomandosi alla Design Academy di Eindhoven con un portfolio condiviso che segnala la volontà di lavorare in coppia. I loro primi progetti, come "Moulding Tradition", esplorano temi complessi quali identità nazionale e migrazioni, consolidando un metodo incentrato sulla ricerca processuale e sui materiali. Aprendo lo studio a Eindhoven nel 2009, iniziano una collaborazione con l'industria, caratterizzata da un approccio di "debriefing" che smonta le certezze dei clienti per stabilire dialoghi profondi, come nel caso di Piero Gandini.
Parallelamente, si dedicano all'insegnamento, guidati dalla responsabilità di affrontare le sfide ecologiche del nostro tempo, ritenendo che alcune domande sul design richiedano una conversazione transgenerazionale. La loro pratica unisce quindi sperimentazione materiale, impegno etico e una costante interrogazione sui sistemi produttivi.
FAQs
Si sono conosciuti a Firenze nell'agosto 2004, prima dell'inizio dei corsi all'ISIA, parlando e scoprendo di condividere una visione comune sul design responsabile.
È un design etico che ripensa i sistemi produttivi, interrogandosi sull'intero processo, dalla provenienza dei materiali alla destinazione dei rifiuti, prima ancora che sull'utilizzo, dove la forma è conseguenza e non premessa.
Hanno scelto il nome durante un viaggio in autobus da Firenze, come intuizione programmatica per descrivere il loro approccio al design, che mira a lasciare un'impronta leggera e impalpabile sul pianeta.
Studiare alla Design Academy di Eindhoven ha permesso loro di focalizzarsi, capire la loro posizione nella disciplina e chiarire i loro interessi, rappresentando un'esperienza formativa fondamentale.
Adottano un approccio di 'debriefing', volendo prima conoscere approfonditamente l'azienda e il contesto, per poi ridefinire insieme una proposta di collaborazione più rilevante, quasi come una psicoanalisi di gruppo.
La sperimentazione con materiali come la plastica organica o la lava è stata un modo per riappropriarsi dei sistemi produttivi e comprendere l'ecologia complessa della produzione, in un contesto post-industriale.
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