Ep125 - In Cisgiordania, nella fattoria assediata dai coloni
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Daudna Sar è un agricoltore palestinese che vive a Bethlehem e gestisce una fattoria ereditata dai nonni nel 1916, situata a 15 chilometri di distanza. Ogni giorno si sposta in auto, spesso con tempi di percorrenza prolungati a causa di blocchi, fermate militari e strade chiuse, per svolgere i lavori agricoli in pieno scenario di occupazione e violenza. La sua resistenza non violenta, basata sul mantenimento della proprietà e della vita quotidiana, è sostenuta da volontari e donazioni internazionali. I coloni israeliani hanno distrutto campi, tagliato l’acqua, interrotto la corrente e sovrastato le case. Dallo scopo della guerra in Gaza nel 2023 si è intensificata la pressione: nel 2025 sono stati registrati oltre 9.600 attacchi in Cisgiordania, con 255 vittime israeliane, molte tra bambini e donne. Il figlio Bimshara, ingegnere, desidera riprendere e modernizzare la fattoria con tecnologie più efficienti, ma vive sotto limitazioni economiche e di mobilità. La comunità Bedouine dei villaggi come Alhatura subisce un'ancor maggiore oppressione: le strade sono state create dopo il 2023 per isolarli, i residenti sono fermati, i bambini puniti e le donne minacciate. Fatima, madre di quattro figlie, ha risposto alla violenza con una vita di lavoro e di autodeterminazione, diventando la prima donna Bedouina a guidare. Anche se la situazione è estremamente difficile, la persistenza del quotidiano, l'organizzazione dei volontari e la volontà di vivere liberi e in pace rappresentano la speranza di un futuro di autonomia e giustizia. Il racconto di Daud e dei suoi figli è un esempio di resistenza pacifica in un contesto di profonda oppressione, testimoniando che la libertà può essere mantenuta attraverso il lavoro quotidiano, la fiducia e il rifiuto della violenza.
Daudna Sar sale sul trattore, quasi sempre al pomeriggio, di mattina dopo la sveglia cerca di chiamare l'avvocato, studiare le carte di processi e fare la lista della spesa.
I figlio ormai vanno a scuola o all'università da soli, allora di pranzo sale in macchina e spera di non trovare traffico e checkpoint.
Guida verso la sua fattoria, che si trova in cima a una collina a circa 900 metri sull'ivello del mare,
dalla vetta gli occhi si riempiono del verde degli ulivi che colora le sette alture di intorno,
aguzando la vista, quando il cielo è limpido, si nota in lontananza una città sul mare, Ashkelon.
A la sua sinistra anticipata negli ultimi anni da rumbo degli arei e da lo scopio delle bombe, Gaza.
Daud vive vicino a Bethlemme, nell'area C della palestina che è controllata da israeli e predata dai coloni.
All'ultime curve per arrivare alla fattoria si augura che la strada non lo tradisca.
Nella scorza primavera la aveva trovata sbarrata da blocchi di pietra che chiudevano l'entrata alla sua proprietà,
a mettere le a terra, come sempre, erano stati coloni.
Dopo un pranzo a base di lenticchi, riso e humus, sale sul trattore per sfruttare tutte le ore di sole a disposizione.
Sposta ruvi, arei campi, trascina boccioni d'acqua verso le piante sparse per tutta la fattoria.
Quello che fa un agricoltore italiano, ma con i mezzi dello scorso secolo.
Con l'acqua limitata a quanta ne entra nelle cisterne e con la sola energia elettrica che possono raccogliere due pannelli solari,
di solito basta per metà giornata.
Tutto il resto manca perché lo hanno tagliato i coloni all'oro arrivo.
Nella palestina occupata da israeli, le storie come quella di Nazar sono moltissime, chi decide di non lasciare casa propria,
deve resistere a violenzze e restrizioni.
Ma resistere, tenendo una postura non violenta dal 7 ottobre 2023,
quando le maglie dell'occupazione israeliana in West Bank si sono fatte più strette,
è diventato ogni giorno più difficile.
Abbiamo trascorso due settimane in Cisgiordania, dove abbiamo raccolto testimonianze dei palestinesi che continuano a scegliere la non violenza.
Io sono Andrea Ceredani, giornalista di avvenire.
E questo è un nuovo episodio di dentro l'avvenire, il podcast che raccoglie i fatti protagonisti,
le grandi storie di attualità, attraverso le voci di chi li racconto ogni giorno.
Su rimorchio del trattore, Daud si fa sempre accompagnare da qualche volontario.
Chi li guarda da dietro, vede solo una grande scrittanera su fondo giallo.
Tent of Nations tenda delle nazioni.
La tenda delle nazioni è la fattoria della mia famiglia, che si trova 9 chilometri a sudòves di Bethlehem.
La fattoria si trova in cima a una collina.
Oggi è circondata da colonie sdaleane, ma da qua abbiamo ancora la vista ovesse sul Mediterraneo.
La terra produce ottimo vino, uva e olive.
La mia famiglia ha comprato questa terra più di 100 anni fa ed è casa nostra.
Ci identificiamo con questa terra, siamo i protettori di questa terra.
Con questo spirito sono cresciuti mio padre e mio zio, sono rimasti qui fino alla loro morte.
E anche noi, la terza e la quarta generazione, restiamo qua e cresciamo insieme alla terra.
Daud ci spiega che Tent of Nations è una fattoria in mano a palestinesi cristiani,
che sopravvive da decenni solo grazie al contributo economico e alle mani dei volontari
che provengono da tutte le parti del mondo.
La tenda delle nazioni, per come la descrive daud, è la strada non violenta, percorsa dalla famiglia nazar,
per non abbandonare la propria terra.
Daud vive a Bethlehem, ma la sua fattoria, acquistata dai nonni nel 1916, si trova a 15 km da casa.
Significa che ogni giorno nazar si muove in auto per aggiungere campi.
Sarà bello sufficienti i 15 minuti per tutto il tragitto, ma ne impiega almeno 30 per agirare le strade chiuse.
Sempre che i militari israeliani non lo fermino per chiederli i documenti o non chiudano altri cancelli.
In realtà succede quasi ogni giorno.
Le persone hanno paura, io stesso paura, che mia figlia vada a ramalla a studiare, sempre sotto stress.
Sono aperti che poi, in te, dove gli hanno piazzati stavolta, tutti sono sotto stress e molte famiglie non resistono più.
Più che per se stesso daud ci confessa di temere per la sicurezza dei propri figli.
Per spostarsi tra una città e l'altra, al distanza anche solo di pochi chilometri vengono fermati ogni giorno dai soldati israeliani.
Nel prossimo futuro però, gli spostamenti saranno ancora più complicati.
Al fianco della strada che porta daud alla fattoria, israelia ha quasi portato a termine un muro,
che quando sarà finito, se palerà del tutto la fattoria da casa nazar.
Daud affronta le difficoltà con il sorriso e ci riesce quasi ogni giorno,
perché in verità tutti li vivono così.
Bethlehem, infatti, è nell'aria C, la più grande delle tre zone in cui addivisa la Cis Giordania dagli accordi di Oslo del 1993.
Già due anni prima di quello storico accordo, però nel 1991,
nazarra aveva iniziato la propria battaglia legale con israele, in cui la chi è la disputa più lunga in un tribunale israeliano,
tra te la viv e un palestinese.
Ommeno, così dice daud.
No, le cose sono cambiate nel 1991, quando israeli ha dichiarato che la nostra fattoria era territorio del demanio israeliano.
Noi abbiamo contestato questa decisione, perché siamo i proprietari,
e abbiamo iniziato una battaglia legale per proteggere i nostri diritti sulla nostra terra.
Abbiamo iniziato nel 1991 e siamo ancora in giudizio.
Abbiamo speso 10 anni di fronte alla Corte Meditari israeliana.
Poi abbiamo portato il caso alla Corte Suprema, che ci ha detto che documenti non bastano e hanno rimpallato il caso alla Corte Meditare.
C'hanno chiesto di registrare di nuovo la nostra terra e ci hanno lasciato con l'ultima opzione di lasciarla la terra.
Ma non possiamo accettarlo, quindi ci siamo detti che non saremmo scappati.
Dobbiamo affrontare questa spida in un altro modo, un modo non violento.
Daud ha contato oltre 300.000 dollari di spese in 35 anni di processo.
La maggior parte dei soldi gli arrivano da libere donazioni di europei o statunitensi che hanno conosciuto la sua fattoria online o tramite passaparola.
Anche per questo ripete ogni giorno ai volontari che la sua resistenza non è solo sua.
Ma c'è un altro motivo per cui è importante che daud non abbandoni la sua terra.
La fattoria di Nazar si trova in cima a una collina, in un paesaggio che ricorda alle campagne Toscane se fossero solo leggermente più brulle.
A torna alla fattoria, 7 colonia israeliane campeggiano su altre tante vette che circondano Nazar.
Se cadesse la fattoria, cadrebbero anche i villaggi palestinesi ai suoi piedi, così riassume il problema Nazar, quando lo deve spiegare i volontari.
In un altro giorno, la fattoria di Nazar può essere una strada di carlli.
Anche oggi abbiamo pensato degli alberi, spero di no, ma potrebbero strada di carli.
Ma non dirò mai che non pianterò un albero perché lo batteranno.
Voglio continuare a fare la mia parte, questo mi dà speranza, se abbatteranno alberi ne pianterò ancora, io farò sempre la mia parte.
Negli ultimi ventani i coloni gli hanno sradicato centinaia di Ulivi, tagliato la corrente, interrotto la flusso d'acqua,
e ripetutamente distrutto gli edifici in tutta la fattoria.
Quel che è cambiato da poco, dallo scopio della guerra gasa nel 7 ottobre del 2023, è l'intensità di questi episodi.
A partire dall'occupazione di Terra, dà parte dei coloni.
Solo nel 2025, secondo l'organizzazione israeliana Pissnau, sono stati messi a gara oltre 9.600 all'oggi in Cisgiordania,
un numero superiore a quelli dei sei anni precedenti.
Quora dello scorso a 1, è stata la stagione della raccolta dell'Olive più sanguinosa di sempre.
Solo nel mesi di ottobre le nazioni unite hanno contato 167 attacchi.
Non solo a registrare un aumento delle violenze nell'area è stato lo stesso esercito israeliano, le IDF,
che in un comunicato citato dal quotidiano Ares, hanno contato nel 2025, 845 episodi di crimini nazionalistici da parte dei coloni.
Cavrebbero anche ucciso 10 palestinesi negli ultimi due anni,
ma le vittime in realtà sarebbero molte di più.
L'alto commissariato delle nazioni unite conta dal 7 ottobre 2023, 255 vittime da parte di forze israeliane in tutta la Cisgiordania,
tra queste, 8 donne, 47 bambini e 3 persone con disabilità.
A 5 metri dalla fattoria di Nazar nella scorsa estate è arrivato un outpost di coloni, cosa sia un outpost si vede a occhio.
Sono piccoli container, simili in tutto alle unità abitative fornite dalla protezione civile italiana alle popolazioni terremotate.
nella Cis Giordania occupata, però queste casette vengono popolate da una o due famiglie di coloni,
a cui subito arrivano corrente elettri che è acqua, vivono spesso a pochi metri da una proprietà palestinese,
ma basta superare una piccola rete metallica, come quella che recinta alla Fattoria Nassar,
per notare la differenza tra coloni e palestinesi.
I primi hanno tutto acqua, retricità e armi, e i secondi, niente.
A ottobre, un colono e un militare, quella rete l'anno superata, sono entrati armati nella proprietà de Nassar,
intimidendo i volontari, altre volte, nello stesso mese, i coloni hanno bruciato i rifiuti di plastica,
a pochi metri dalle recinzioni.
Non abbiamo mai sperimentato la libertà, c'è sempre qualcuno che decide sulla tua vita e sulle tue decisioni.
È dura, molto dura, come spiega me i figi e cosa significa l'ibertà se io non lo mai vissuta.
È una situazione molto difficile, ma alla fine, credo, dobbiamo imparare come essere i liberi dentro.
Daud ci dice che la libertà non l'ha mai sperimentata, le violenze quotidiane gli ricordano che la sua vita è mano altrui,
ma continua a ripetere anche che per i suoi figli ha altri piani, vorrebbe che un giorno si sentissero liberi.
Ancora, non è così.
Bimshara Nassar è uno dei figli di Daud, studia in genieria Bethlehem,
ama i falafel di F-Team, un locale a pochi metri dalla chiesa della natività, ed è un ragazzo molto sorridente e pacato.
Si scalda soltanto quando parla dei suoi coitanei che senevano dalla città o dalla palestina.
Troppe persone dicono che lasceranno la palestina, che non c'è speranza per il loro futuro.
Ok, ma perché lasciano? Perché nella abbastanza, il primo problema per tutti è economico.
In verità, Bimshara comprende le ragioni dei suoi amici, non c'è speranza e non c'è lavoro in palestina.
Eppure lui un'idea sul proprio futuro c'è la ed è per questo che studia in genieria.
Da grande vorrebbe portare avanti la fattoria del padre e del nonno e del padre di suononno,
ma lo vuole fare a modo suo. Spero che le tecniche imparate in Aula lo possano aiutare a perfezionare
la capacità di raccolta di energia dei pannelli solari già installati nei campi.
Quando inizia a parlare dei suoi studi e dei suoi progetti gli si illuminano gli occhi di atrogli occhiali.
E inizia gesticolare.
Spesso mi arrabio perché vedo persone che hanno successo nel loro lavoro, possano fare quello che vogliono.
Perché io no? Sono un'essere umano, come voi.
Vorrebbe avere successo anche lui ci dice, come i suoi coetane in giro per il mondo.
Vorrebbe giocare ad armi pari con loro, ma tutto nella vita di Bimshara ruota attorno all'occupazione.
Le opportunità lavorative ridotti all'osso, le speranze suoi focate, gli spostamenti limitati.
Di fatto vive nel raggio di 6 km da casa propria.
I social permettono a Bimshara di osservare la vita dei coetane fuori dalla palestina in ogni dettaglio.
Non si rassegna, ma sa che la loro è diversa in tutto.
Negli ultimi due anni se ne sono andati dalla palestina molti dei suoi compagni di corso o dei suoi amici o dei suoi giovani parenti.
Bimshara non vede di buon occhio la loro scelta.
Il suo modo di rompere l'occupazione e di essere non violento, è ristare nella sua terra.
Ovviamente un sogno, terminare l'occupazione.
Questa è la cosa più importante da fare.
E vivere liberi come ogni altro esserumano. Siamo uguali.
Ha una trentina di chilometri da casa di Bimshara, nel deserto sulla rutta tra Gerusa Lemme Jerico,
sorge una serie di villaggi abitati dai Bedouini Giahalin.
Anche loro sono palestinesi, insediati in quelle regioni nel secolo scorso.
E l'occupazione, nelle loro terre, è ancora più serrata.
Allevano animali per lo più pecore che oggi sono denutrite e rimaste senza acqua.
Vivono in case che altro non sono che la miei metalli che appoggiate l'una sull'altra.
Dal 7 ottobre 2023 gli uomini dei villaggi, gli unici a lavorare secondo la cultura Bedouina, hanno tutti perso l'impiego.
Sui loro villaggi prende quasi sempre un'ordine di evacuazione sulle loro teste invece le armi dei coloni israeliani.
Alhatura è uno dei villaggi popolati dai Giahalin rimasti nel deserto roccioso che conduce a Gerico.
A distinguerlo dai vicini insediamenti dei coloni è il grigio delle strade e il verde degli alberi israeliani.
In quella parte di Cisjordania i Bedouini vivono praticamente senza acqua da anni i coloni no.
Ad aprirci le porte del villaggio di Alhatura è l'unica organizzazione di volontari che ancora riesce a raggiungerlo.
Prima del 7 ottobre 2023 gli operatori si sentivano liberi di raccontare le loro attività.
Oggi temono che israeli cacci anche loro da quelle terre.
Sono due volontari a tradurci le testimonianze delle donne Bedouine del villaggio di Alhatura.
Non possono ripandere così da solo senza nessun aiuto niente, altrimenti Giàlobre e avrebbero fatto fuori da tanto.
E possono ancora essere qui perché per l'aiuto della solidarietà di alte che sono anche israeliani che conoscono le leggi.
A parlare con noi tramite i volontari è Fatima, madre di quattro figlie, che ogni mattina le accompagna piedi lungo un tratto desertico da per correre per andare a scuola.
Ogni giorno su quel tratto incontrano coloni armati.
E anche a loro lì fanno, lì fanno dispettili di cose che non belle alle donne e ai bambini anche li dicono di andare a casa.
Sono coloni giovanissimi quelli che urlano, lanciano Pietre e puntano i fucili contra i Bedouini.
In alcuni casi sono bambini e i Giàalin li temono.
Appena una delle quattro figlie si avvicina alla strada sfaltata, Fatima la ricama immediatamente, vuole che cammini solo sulle sabbia del deserto di Alcatrura,
perché la strada appartiere a coloni che si sono insediati a poche centinaia di metri.
Se le telecamere in quadrassero i Bedouini a camminare su quel asfalto, i rischi sarebbero altissimi, calci, in carcerazione immediata o addirittura spari.
Quelle strade però non esistevano prima del 7 ottobre 2023.
Ora sono strategiche per israeli.
Ci troviamo nell'area definita E1.
È un crinale desertico tra Jerusal M.S. e l'insediamento israeliano di Malea Dumim, su cui Tel Aviv ha avviato nella scorse state un bando per la costruzione di 3.401 appartamenti.
L'obiettivo dichiarato è quello di spezzare in due la Cisjordania palestinesi con un cordone di nuove abitazioni israeliane, offerte in leasing a lungo termine con contratti dalla durata di 98 anni.
Un progetto che nei villaggi abitati dai Bedouini si traduce in un aumento delle violenzze da parte dei coloni.
A queste condizioni, molti palestinesi decidono di fuggire dai villaggi.
Tutti queste villaggi hanno un'ordine da vocazione e in altri le è arrivata una carta che dice che devono andare, ma qui non è arrivata la carta loro specificamente e ma loro hanno un abocato per quello che non è mandato via.
Fatima però ha deciso di restare nel suo villaggio e di non rispondere alla violenza con altra violenza.
Per la sopravvivenza delle figlie, grazie all'aiuto dei volontari, ha iniziato a lavorare come in fermiera e ha preso la patente di guida.
È la prima donna Bedouina a guidare un auto, un risultato che ha dato speranza a tutto l'incediamento di Alcatrura.
Qui si comprano delle macchine che già sono economiche perché ne hanno tanti di quelle situazioni e male e può andare a lavorare perché lei è la prima donna anche che ha studiato il fermiera.
E continuo a le imparare e a farsi perché vuole proprio un'ispirazione per tonne di Bedouini.
Prima di salutarla che diamo a Fatima cosa vede nel futuro del villaggio di Alcatrura. Reapplica subito che Bedouini palestinesi non sono abituati a guardare al futuro,
ma poi dando uno sguardo alle figlie, si corregge e ci risponde nel futuro Fatima non vuole abandonare la sua terria e vorrebbe che non lo facessero nemmeno loro.
Ciao! Interrompo il tuo ascolto per avvisarti che c'è un nuovo videopotcas di avvenire. Si chiama non è Francesco e vuole spogliare il santo dalle narrazioni che sono state fatti di lui in questi 800 anni.
Per ritrovare un Francesco più umano, concreto e inquieto. E forse proprio per questo, ancora più sorprendente.
Il primo episodio, disponibile anche con la traduzione nella lingua italiana dei segni, si può trovare su tutte le piattaforme e su avenire.it.
Dentro l'avvenire è un podcast di avvenire. Accura di Alessandro Saccomandi, il aree sullaini Giuseppe Matarazzo.
e Maria Gomiero. La supervisione è di Marco Ferrando.
Podcast Summary
Key Points:
Daudna Sar vive a Bethlehem e gestisce una fattoria in mano palestinese da più di 100 anni, situata a 15 km di distanza, che affronta continue violenze e restrizioni da parte dei coloni israeliani.
La sua resistenza non violenta, basata sul mantenimento della terra e sulla vita quotidiana, è sostenuta da volontari e donazioni internazionali, e rappresenta un esempio di tenacia nelle condizioni di occupazione e violenza.
In un contesto di crescente aggressione, con oltre 9.600 attacchi nel 2025 e numerose violenze contro persone e proprietà, la vita quotidiana dei palestinesi, come quella di Bimshara e delle comunità Bedouine, è dominata dalla paura, dallo stress e dalla mancanza di diritti fondamentali.
Summary:
Daudna Sar è un agricoltore palestinese che vive a Bethlehem e gestisce una fattoria ereditata dai nonni nel 1916, situata a 15 chilometri di distanza. Ogni giorno si sposta in auto, spesso con tempi di percorrenza prolungati a causa di blocchi, fermate militari e strade chiuse, per svolgere i lavori agricoli in pieno scenario di occupazione e violenza. La sua resistenza non violenta, basata sul mantenimento della proprietà e della vita quotidiana, è sostenuta da volontari e donazioni internazionali.
I coloni israeliani hanno distrutto campi, tagliato l’acqua, interrotto la corrente e sovrastato le case. 600 attacchi in Cisgiordania, con 255 vittime israeliane, molte tra bambini e donne. Il figlio Bimshara, ingegnere, desidera riprendere e modernizzare la fattoria con tecnologie più efficienti, ma vive sotto limitazioni economiche e di mobilità.
La comunità Bedouine dei villaggi come Alhatura subisce un'ancor maggiore oppressione: le strade sono state create dopo il 2023 per isolarli, i residenti sono fermati, i bambini puniti e le donne minacciate. Fatima, madre di quattro figlie, ha risposto alla violenza con una vita di lavoro e di autodeterminazione, diventando la prima donna Bedouina a guidare. Anche se la situazione è estremamente difficile, la persistenza del quotidiano, l'organizzazione dei volontari e la volontà di vivere liberi e in pace rappresentano la speranza di un futuro di autonomia e giustizia.
Il racconto di Daud e dei suoi figli è un esempio di resistenza pacifica in un contesto di profonda oppressione, testimoniando che la libertà può essere mantenuta attraverso il lavoro quotidiano, la fiducia e il rifiuto della violenza.
FAQs
La fattoria si trova in cima a una collina a circa 900 metri sul livello del mare, a 15 chilometri da Bethlehem. Dal tetto si vede il verde degli ulivi che circondano la montagna e, in lontananza, la città di Ashkelon sul mare.
La famiglia considera la terra parte della loro identità e storia di più di 100 anni. Rifiutano di abbandonare la terra in modo non violento, come una forma di resistenza morale e culturale.
Daud sale in auto ogni giorno per raggiungere la fattoria, ma il viaggio può durare fino a 30 minuti a causa di strade chiuse, fermi militari e controlli israeliani.
Le strade sono frequentemente bloccate dai coloni, i coloni interrompono l'acqua, la corrente e tagliano gli alberi, e i militari fermi ogni giorno per richiedere documenti o controllare i passaggi.
Non utilizza la violenza, ma mantiene la resistenza non violenta, sostenuta dai volontari internazionali che aiutano a sopravvivere e a continuare a lavorare sulla terra.
I volontari accompagnano Daud, lavorano insieme a lui nelle campagne, aiutano a mantenere la struttura e offrono sostegno economico e logistico, essendo in gran parte stranieri che donano denaro.
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