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Cosa mangiavano nell'800? - Alessandro Barbero e la Storia dei pasti

51m 31s

Cosa mangiavano nell'800? - Alessandro Barbero e la Storia dei pasti

Il testo esplora come gli orari dei pasti, che oggi consideriamo ovvi, siano in realtà il risultato di trasformazioni storiche e sociali. L’autore spiega che, tra la fine del Settecento e l’Ottocento, le classi dirigenti europee, inizialmente in Inghilterra e poi in Francia e altrove, iniziarono a posticipare il pasto principale della giornata, il “pranzo” (dinner/dîner), come simbolo di status. Mangiare tardi indicava agiatezza e tempo libero, mentre mangiare a mezzogiorno era associato ai ceti popolari. Questo slittamento, che portò il pranzo dalle tre del pomeriggio fino alle otto di sera, fu accompagnato da dibattiti, satire e cambiamenti linguistici: i termini per i pasti si confusero, come dimostrano le differenze tra francese (déjeuner, dîner, souper) e italiano (colazione, pranzo, cena). In Italia, la mancanza di un’autorità linguistica centrale fece sì che il pasto serale fosse chiamato “cena”, ma restano residui snobistici, come usare “colazione” per il pasto di mezzogiorno. L’autore illustra il fenomeno con esempi letterari e storici, da Goldoni a Manzoni, da Balzac a Dickens, e sottolinea come questi cambiamenti riflettano dinamiche sociali profonde, ancora visibili oggi nelle nostre abitudini e nel nostro linguaggio quotidiano.

Transcription

6070 Words, 36047 Characters

Italian
Quasi tutti noi, io credo di poterlo dire, abbiamo interiorizzato degli orari dei pasti che a noi sembrano quelli ovvi, quelli naturali. Io in 60 anni di vita ho sempre pranzato all'una e cenato alle otto, usando questa precisa terminologia, tornerò anche su questa terminologia. Rare volte capita magari di mangiare mezz'ora prima e va ancora bene o di mangiare un quarto d'ora dopo e va già meno bene. Ma quelli sono per me fin dall'infanzia gli ovvi orari dei pasti. Dopodiché quando uno si muove per il mondo scopre che non è così dappertutto e che quindi questi orari sono arbitrari perché se uno è a Roma e viene invitato a cena da amici a Roma sa benissimo che prima delle nove è inutile presentarsi. In Spagna stavo per dire peggio ancora con un inevitabile giudizio morale, prima delle dieci. Non si riesce ad andare a tavola. Ecco, nel mondo di oggi questa differenza negli orari è abbastanza marcata quando si tratta appunto di passare da una regione all'altra, da un paese all'altro. Non mi sembra, voi mi correggerete se avete avuto esperienze diverse, ma non mi sembra che invece gli orari dei pasti, gli orari a cui si mangia, siano considerati come uno status symbol, qualcosa che si ostenta perché si hanno abitudini. Tipiche della propria classe sociale almeno non mi pare che sia così nell'Italia di oggi in passato invece è stato così è quello che proverò a raccontare oggi è proprio una fase della nostra storia tra la fine del settecento e la fine dell'ottocento in cui c'è stata una trasformazione degli orari dei pasti soprattutto da parte delle classi dirigenti dell'aristocrazia della borghesia. Una trasformazione, uno slittamento negli orari dei pasti a cui in quell'epoca si è data una grande importanza proprio culturale e sociale come status symbol. Tant'è vero che in quell'epoca, come vedrete vi farò tanti esempi, era normalissimo che in una corrispondenza, in una conversazione, anche in un manuale di conversazione si dicesse "cosa che oggi forse capita di dire un padre severo quando il figlio arriva tardi", ecco ma non è altrimenti una frase ricorrente, nell'Europa del settecento e dell'ottocento invece veniva fuori continuamente, cercherò di farvi vedere come mai. Il punto di partenza è appunto una trasformazione di abitudini. In Inghilterra e poi in Francia. E poi negli altri paesi europei a seguire e in ritardo diventa di moda consumare sempre più tardi il pasto principale della giornata, che chiamavano pranzo, a qualunque ora si facesse. Questa tendenza a pranzare sempre più tardi, il pranzo ovviamente è quello che in francese si chiama "il dîné" e che in inglese si chiama "il dinner", si trattava del pasto principale, parleremo poi anche di come i pasti sono un sistema: uno, due, tre al giorno, dipende, ecco. Per più di un secolo le classi dirigenti europee hanno attribuito molta importanza al fatto di pranzare tardi come segno di distinzione e di conseguenza a quel punto tutti pranzavano sempre più tardi, perché più pranzavi tardi e più davi la sensazione di appartenere a una classe distinta. Ci sono conseguenze linguistiche di questo fatto che si avvertono ancora oggi anche se noi non ne siamo del tutto consapevoli. Anzi, io stesso prima di studiare questa cosa non avevo mai capito perché da noi, mentre tutti normalmente chiamano pranzo il pasto di mezzogiorno, dell'una, diciamo così, però c'è anche chi lo chiama colazione e chiama invece pranzo il pasto settimanale. Questo è il pasto serale che tutti chiamano normalmente cena. Non solo c'è questa stranezza, ma credo che siamo tutti d'accordo che chiamare il pasto di mezzogiorno colazione è una cosa che suona raffinata, che suona snob, ecco, che ci si distingue se la si chiama così. Questa bizzarria della lingua italiana di oggi è una diretta conseguenza. di quella trasformazione negli orari dei pasti di cui adesso proverò a parlarvi. E quindi il risultato è che questo è un fenomeno che interessa lo storico, perché i comportamenti delle varie classi sociali sono un fenomeno storico interessante. Anche quelli più meschini, anche gli snobismi delle diverse classi sociali sono un fatto storico comunque che vale la pena di studiare. Ma questo è un tema che può interessare anche il linguista, perché appunto in italiano, e non solo in italiano, sui nomi dei pasti si gioca una strana partita. E finalmente aggiungerò che può interessare anche lo storico della letteratura e il critico letterario, perché nei romanzi dell'Ottocento, anche qui vi darò degli esempi, gli orari dei pasti giocano un ruolo che uno non capisce se non sa appunto che cosa c'è dietro. Premetto ancora, Massimo Montanari ricordava il piccolo libro che io ho scritto su questo argomento. È una ricerca su qualche cosa di cui io non sapevo nulla e di cui poco si sapeva, il che vuole anche dire che anche il mio intervento di oggi vi farà vedere come questa ricerca è venuta fuori attraverso documenti, fonti, in altre parole. Quello che sto cercando di dire è che sarà un intervento meno divulgativo del solito e magari anche un pochino più difficile da seguire. Possibile perché non sia troppo difficile, ma l'unica cosa che posso fare appunto è farvi vedere quali fonti mi hanno spinto a capire questa strana cosa che è successa a un certo punto in Europa. Allora, punto di partenza: per secoli in Europa anche i re e i nobili hanno mangiato più o meno con gli stessi orari con cui mangiavano tutti quanti. E per secoli è stato abbastanza normale fare un pasto, il più importante di solito, a mezzogiorno, a luna, e poi un altro pasto in serata. Come facciamo noi? Parlo degli orari, poi chi mangia fuori a mezzogiorno ovviamente mangerà di più a casa la sera, però lo chiama lo stesso cena e chiama lo stesso pranzo quello di mezzogiorno, mezzogiorno, luna, insomma ecco. Ecco, ancora nel '700 in gran parte d'Europa era così. Nelle memorie di Goldoni, Goldoni nel 1747 stava a Pisa e a un certo punto gli racconta che lui spesso capita all'ora di pranzo a casa di un amico, qualunque così, perché c'è l'abitudine di mangiare insieme, non c'è bisogno di essere invitati. E però dice: certe volte mi capita di essere ritardato dal lavoro fino alle due e se ho tirato le due è troppo tardi per andare a mangiare da qualche amico. Ormai è già tutto finito. E quindi mi faccio venire il pranzo dalla trattoria, dice Goldoni. Ancora, pochi anni dopo nel 1764, un giovane intellettuale e scrittore scozzese, James Boswell, sta facendo il suo grand tour sul continente. Sapete che i gentiluomini inglesi e scozzesi fanno, se hanno i mezzi, questi lunghi viaggi, mesi, anni sul continente per familiarizzarsi con i vari paesi. Nel 1764 è arrivato il pranzo della Trattoria di Goldoni. Nel 1764 Boswell riesce a farsi invitare a pranzo in Svizzera da Rousseau. Va a pranzo da Rousseau e Rousseau gli dice di venire a mezzogiorno in modo da avere il tempo di chiacchierare un pochino prima di sedersi a tavola. Vanno a pranzo all'una, alle due e mezza hanno finito. In altre parole, esattamente come noi, vi chiederete come faccio a raccontarvi che nel frattempo c'è stato un grande cambiamento. Invece c'è stato. La prima cosa che è successa è che in un paese europeo e precisamente in Inghilterra appunto le classi alte hanno cominciato a pensare che pranzare così presto è cosa da poveri diavoli, è cosa da gente che si alza presto e a mezzogiorno sono già ore che fatica e quindi deve andare a pranzare. e quindi deve andare a tavola, ma chi appartiene all'aristocrazia magari ha fatto tardi la notte, al ballo, al gioco, e al mattino si sveglia tardi, e quindi non pranza a mezzogiorno o a luna come i poveri diavoli, pranza molto più tardi. Nella letteratura inglese ci sono tracce di questo già all'inizio del Settecento, per esempio Swift, l'autore dei Viaggi di Gulliver, avete presente? Ecco, Swift in un suo poemetto satirico sul matrimonio descrive le tribolazioni di un anziano ecclesiastico, un decano, che ha fatto lo sbaglio della sua vita, ha sposato la figlia di un lord. Sapete che nella chiesa anglicana si sposano naturalmente. Allora, questo anziano ecclesiastico ha sposato la figlia di un lord che viene da una classe sociale molto superiore alla sua. È un disastro, la moglie non va a tavola prima delle quattro del pomeriggio. Mentre, dice Swift, il decano che era abituato a andare a tavola a luna, alle quattro ha la nausea, lo stomaco in subbuglio e insomma la sua vita è rovinata. Per capire questa evoluzione dobbiamo avere sempre ben chiaro, scusatemi se lo ripeto ma prima l'ho detto in modo non del tutto preciso, che quando loro dicevano il pranzo, il diner, intendevano bensì fino a un certo momento il pranzo di mezzogiorno, ma intendevano anche il pasto più abbondante della giornata. Nel loro sistema c'era un pasto che era decisamente più abbondante e diverso dagli altri. Quando dico abbondante? Abbondante. Io credo che molti di voi non abbiano idea di quanto mangiava la gente una volta, quelli che potevano permetterselo, si intende. Mangiavano tutti in modi che per noi oggi sarebbero inconcepibili e a cui noi non sapremmo reggere. Un pranzo degno di questo nome, anche tra la piccola borghesia, non comprendeva mai meno di quattro o cinque portate, fra cui due almeno di carne. E due erano. Era proprio il minimo. Un pranzo un minimo elegante all'ambiente borghese prevedeva quattro diversi piatti di carne. Un bollito, un fritto, un umido e un arrosto. Se vi sembra strano, andatevi a leggere Pellegrino Artusi. La scienza in cucina è l'arte di mangiare bene. Scusami Massimo se usurpo qui l'Artusi di cui tu sei il massimo conoscitore. Ebbene altri appunto qui. Ma l'unica cosa che dirò dell'Artusi qui, non sapendone nient'altro, è che i menu che l'Artusi propone per i pranzi delle sue lettrici, dei suoi lettori, una borghesia vasta, l'Artusi ha venduto una quantità strabiliante di copie, i menu dell'Artusi sono di questo tipo. Sono divisi per mesi. Proposta di un pranzetto per il mese di agosto. Taglierini in brodo, prosciutto e melone, bollito di vitello con fagiolini e bechamel, volovan ripieni di rigaglie, cotolette di vitello col prosciutto, a seguire tacchino arrosto con insalata, dolce, frutta e formaggio. Allora, è chiaro che nella loro mente c'è chiara l'idea che c'è un. Un pasto che è quello importante. E' questo pasto importante che gli aristocratici inglesi del Settecento cominciano a ritardare spostandolo in avanti. C'è tutta una serie di testimonianze di come questo spostamento sia progressivo. È uno slittamento. All'inizio del Settecento il re, e i re incarnano sempre una tendenza conservatrice nel mondo aristocratico, in queste cose, perché la corte fa fatica a cambiare la sua etichetta. In Inghilterra. In Inghilterra all'inizio del Settecento il re pranza alle tre. I ministri e i lord più alla moda pranzano alle quattro. Ma alla fine del Settecento questi orari sono diventati provinciali. Sono solo i gentiluomini di provincia che pranzano alle quattro. Cosa che peraltro stupisce molto i turisti stranieri, per esempio quelli italiani abituati a casa loro a mangiare molto prima. Nel 1788 c'è un pubblicista italiano, si chiama Luigi Angiolini. Il quale scrive un libro sui suoi viaggi in Inghilterra e racconta, cosa degna di nota per i suoi lettori italiani, che in Inghilterra i gentiluomini di campagna giungono al pranzo sempre dopo le ore quattro passato mezzogiorno. Ma questi sono i gentiluomini di campagna. A Londra il Gran Mondo pranza ancora più tardi. Nel 1815 l'ambasciatore americano a Londra, John Carpenter. John Kinsey Adams, che sarà poi presidente degli Stati Uniti, ci ha lasciato molti volumi di memorie, è invitato a pranzo in una casa aristocratica di Londra. L'invito è per le sei e mezza. Lui arriva alle sette e scopre che non c'è ancora nessuno. E' abitudine, gli spiegano, invitare per le sei e mezza, sette meno un quarto, ma tutti sanno che prima delle sette è inutile arrivare. In Inghilterra molti notano questo. Questo è un fenomeno di costume. Se ve ne posso parlare e se vi dico che è un fenomeno di costume significativo è perché i contemporanei stessi lo hanno notato. E per esempio ci ridono su. La moda di pranzare tardi presso la gente bene diventa un oggetto di satira. Nel 1807 una rivista inglese pubblica una lettera fittizia che vuole prendere ingegno. La lettera fittizia è scritta da un lord inventato, il quale racconta come si vive nei castelli di campagna quando si ospitano gli amici e insiste nel dire, non capisco perché ci criticano, perché noi viviamo una vita regolarissima. Non c'è davvero nessun motivo di criticarci. Noi abbiamo orari del tutto regolari, non si va quasi mai a dormire. Per le 4 del mattino siamo tutti a dormire e quindi non capisco perché ci criticano. Facciamo colazione presto, entro le 2 o le 3 del pomeriggio diremmo noi, noi facciamo colazione e poi ci facciamo la nostra passeggiata mattutina. E quanto al cenare, no scusate già mi sbaglio, è difficilissimo non sbagliare, sto parlando del pasto della sera, ma loro dicono to dine, pranzare. Quanto al pranzare, pranziamo. Sua signoria che ci ospita ha dei cuochi francesi che hanno imposto orari regolari, si pranza alle 8, cosa che dato il contesto i lettori della rivista devono trovare un orario estremamente tardivo. Si pranza alle 8, poi entro mezzanotte abbiamo finito il pranzo, si gioca a carte, si va allo spettacolo e poi facciamo una piccola cenetta intorno alle 3 di notte. Eh? Questo è il modo in cui all'inizio dell'Ottocento viene satireggiata l'abitudine dei nobili di spostare in avanti i loro orari. Ma può anche essere satireggiata in un modo opposto. Qualche anno dopo, è interessante che il fenomeno dura attraverso diverse generazioni, nel 1837 un'altra rivista inglese pubblica un altro articolo comico, satirico, estratti dal diario di un uomo che soffre di nervi. L'uomo che soffre di nervi è il contrario del giovane aristocratico di cui parlavamo prima. L'uomo che soffre di nervi è uno che non sopporta queste nuove mode per cui si mangia sempre più tardi. È un personaggio mentalmente disturbato e quindi si imbarca in una crociata personale contro queste nuove tendenze moderne. A casa di questo signore normalmente si pranza alle 3, che nell'Inghilterra dell'Ottocento ormai è un orario. antiquato, in provincia al limite, vedremo che poi la distinzione fra capitale e provincia è importante in queste cose, in provincia al limite alle 3 può ancora andar bene. Ma per questo personaggio fittizio ovviamente, satirico, pranzare alle 3 è un'innovazione assurda. Perciò nel suo diario il nevrotico annota. Stamattina mi sono alzato alle 3 del mattino. Ho ordinato ai domestici di alzarsi. E preparare la colazione per le 5, secondo le buone vecchie abitudini. I domestici si sono licenziati. Ho ordinato il pranzo per le 10 del mattino. Ho proposto a mia moglie di abolire l'uso delle forchette, questa innovazione moderna. Quindi si tratta di un fenomeno rimarcato che suscita opposizioni, che suscita critiche, che suscita risate, ma un fenomeno assolutamente evidente. Questa era l'Inghilterra. Qual è il paese d'Europa che fra 7 e 800 è in continua concorrenza con l'Inghilterra e che con l'Inghilterra si disputa il dominio del mondo? La Francia, naturalmente. E nella Francia della rivoluzione e di Napoleone la nuova moda inglese viene immediatamente ripresa dalle classi dirigenti. Anche qui la cosa interessante è che molti. Molti testi dell'epoca notano questo cambiamento in corso, che quindi è un fenomeno che ha una sua visibilità sociale. Un dizionario uscito nel 1827 a Parigi dice 80 anni fa i nobili di corte erano gli unici che pranzavano alle 2, ma già prima della rivoluzione i borghesi avevano adottato questo orario e i gradi grandi pranzavano alle tre. Poi dopo la rivoluzione, fra i grandi e l'alta borghesia, si è stabilito l'uso di non pranzare prima delle cinque o delle sei. E l'altra cosa che molti notano è che appunto questa evoluzione sta continuando. Nel 1821 esce a Parigi un manuale di buone maniere, autrice Madame Pariset, e in questo manuale di buone maniere si dice l'ora a cui si pranza a Parigi slitta in avanti tutti i giorni. Trent'anni fa si pranzava al più tardi alle quattro, adesso non prima delle cinque e spesso alle sei o alle sette. Dopodiché in questo dizionario di buone maniere francese si dà una spiegazione interessante. Abbiamo visto che in inglese c'è un manuale di buone maniere, e in inglese c'è un manuale di buone maniere. In Inghilterra la spiegazione, che secondo me è quella vera, è semplicemente lo snobismo delle classi dirigenti. Ma in Francia, in piena rivoluzione industriale e capitalistica nella prima metà dell'Ottocento, in Francia invece la spiegano in un altro modo. Dice Madame Pariset, si dice che questa abitudine di mangiare tardi conviene agli uomini per i quali è comodo prolungare così la mattinata. E invece chissà come mai. La Germania è un paese sonnolento e arretrato. Non solo i viaggiatori inglesi, ma perfino i viaggiatori americani nell'Ottocento si stupiscono di come questi tedeschi continuano a mangiare presto, come i nostri bisnonni. 1822, uno scrittore americano, Washington Irving, a Dresda, gli orari primitivi dell'aristocrazia sassone. Il re pranza all'una, i nobili più alla moda pranzano alle due, gli ambasciatori stranieri e i residenti inglesi pranzano alle quattro. Ma siamo solo noi forestieri che pranziamo alle quattro. Poi anche in Germania naturalmente pian piano la moda arriva, lentamente le aristocrazie che sono già anglofile, ecco, oltre alle leggende che nasceranno poi più tardi sullo snob che si fa stirare le camicie a Londra, oltre al fatto di vestirsi all'inglese e così via, tutto ciò che viene dall'Inghilterra viene recepito lentamente e quindi anche in Germania le cose si spostano in avanti. Manuale di conversazione tedesca stampato a Vienna nel 1856. I manuali di conversazione, lo sapete, sono quelli dove ci sono le varie frasi tradotte, del tipo mi scusi dov'è la polizia mi hanno rapinato. Questo genere di frasi sono spesso indicative sulle aspettative di una società. In questo manuale di conversazione tedesca compare a un certo punto la seguente frase, noi pranziamo alle quattro. Il che vuol dire che anche a Vienna le persone di un certo tono hanno capito e fanno sapere che pranzare tardi è una cosa rilevante. Vi faccio vedere la letteratura dell'Ottocento, è utile avere chiaro questo contesto. Vi faccio un esempio. Tonio Kruger, romanzo breve di Thomas Mann, 1903. Romanzo autobiografico fra l'altro. Siamo tra l'aristocrazia commerciale di Lubecca e Hans è il suo amico Tonio. Hans è il suo amico, e Tonio avevano tempo di andare a passeggio dopo la scuola perché entrambi appartenevano a famiglie in cui non si pranzava prima delle quattro. I loro padri erano grandi commercianti che ricoprivano cariche pubbliche ed erano potenti in città. A noi il nesso potrebbe anche sfuggire, invece per un lettore dei primissimi del Novecento è chiarissimo. I figli degli operai, finita la scuola, corrono a tutti a tavola, anzi magari hanno già finito. I figli dei grandi commercianti hanno tutto il tempo perché a casa loro si pranza alle quattro. E l'Italia? 1826. Alessandro Manzoni scrive a un amico per invitarlo a pranzo. La nostra ora solita è le cinque. Anche qui, primo, bisogna precisare, perché non esiste una convenzione che valga in tutta la società. Dipende da come ti collochi. Secondo, se sei il conte Manzoni, pranzi alle cinque. Io devo dire che questa testimonianza del Manzoni è forse una delle prime che ho trovato su questo emergere dell'argomento. E ho avuto la reazione, la stessa reazione che poi critico negli altri, e cioè di dire ma che orari assurdi. L'idea di mettersi a tavola per consumare un pranzo alle cinque del pomeriggio mi sembrava folle. Eppure il problema è che uno vive dentro un certo sistema. Per il conte Manzoni il sistema era quello. Ancora nel 1850 su un giornale di Milano esce un articolo che dice ormai il bel mondo non pranza prima delle cinque. Certo è tardi, ma anche qui il giornale nota siamo a metà ottocento a Milano. In questo modo si allunga la mattinata lavorativa. Si può lavorare di più e sbrigare tutti gli affari prima di andare a tavola. L'articolo continua informandoci che gli uffici chiudono Le 4, certo, gli uffici chiudono alle 4 così poi il capufficio se ne può andare a pranzo, mentre gli operai che si alzano presto e lavorano tutto il giorno fanno un pasto a mezzogiorno, il giornalista commenta cosa degna dei bisavoli, è al tempo dei nostri antenati che si mangiava a mezzogiorno. Poi certo non sempre tirare le 5 del pomeriggio è così facile perché non sempre ti sei alzato a mezzogiorno dopo il ballo, c'è anche chi magari si è alzato un po' prima, tirare le 5 del pomeriggio non è facile e allora un gentiluomo dell'ottocento verso le 11 fa una colazione alla fourchette. E cioè uno spuntino che può prevedere. Un mezzo pollo arrosto, una bottiglia di vino bianco, un po' di frutta, così, proprio il minimo indispensabile, voi capite che nella loro mentalità chiamare questa cosa pranzo sarebbe ridicolo, non gli viene neanche in mente, è un'altra cosa, è una colazione ma non più soltanto il cappuccino del mattino e invece è una colazione un po' più abbondante. Naturalmente il breakfast inglese e americano con uova, pancetta e cose del genere nasce così. E per quello si chiama breakfast, cioè rompiamo il digiuno. Tu magari ti sei anche alzato presto, tazza di caffè, però il pranzo deve aspettare alle 6 del pomeriggio. E quindi a metà mattina ti fai uno spuntino però appunto alla fourchette, cioè con qualcosa di cucinato. Il bello è che erano tutti abituati a chiamare mattina il periodo che precede il pranzo e pomeriggio oppure dopo pranzo. La fase successiva. Alcuni continuano a fare così, finché non vai a pranzo è mattina. Se tu pranzi alle 6, il mattino arriva fino alle 6 del pomeriggio. Altri invece, specialmente quelli che hanno conservato le vecchie abitudini, continuano a pensare che a mezzogiorno la mattina finisce. E dopo come si chiama? Dopo pranzo. Il risultato è che agli occhi della gente e del popolo i ricchi pranzano dopo pranzo. Sonetto del Belli, 1832, Roma. Dopo pranzo, da un pranzo, il sor Michele. Il sor Michele ha dato un pranzo. A che ora si tiene questo pranzo? Eh, dopo pranzo. Perché gli orari per tutto l'Ottocento continuano a slittare in avanti. A metà secolo, alle 5, era già un orario da aristocratici. Ma nel 1874, altro articolo. Siamo a Napoli. Elezioni comunali. I presidenti dei seggi elettorali del quartiere Avvocata scrivono una lettera aperta ai giornali per protestare contro il comune che in occasione delle elezioni ha offerto ai presidenti dei seggi un pranzo. E i presidenti scrivono per protestare perché è stato un pranzo schifosissimo, dicono. Quello che a noi interessa è che è stato consumato alle 6 pomeridiane. Poi non tutti. C'è una certa oscillazione. Ancora nel 1868, in una commedia pubblicata a Milano, a un personaggio scappa la classica battuta Noi pranziamo alle 5 precise. Cosa che probabilmente a questa data fa capire che non è poi uno così aristocratico come crede di essere perché i veri aristocratici ormai pranzano alle 6 o magari ancora dopo. Il popolo rimane attaccato ai vecchi orari. Mangia presto. Poi, pian pianino, slitta in avanti, però comunque senza esagerare. A me è capitato di trovare, per l'epoca della prima guerra mondiale, una lettera di un generale e una lettera di un soldato semplice. Il generale accenna al fatto che, come è ovvio, lui pranza alle 8. Nella lettera del soldato semplice è un milanese. Si chiama Luigi Colombini, sì. È un milanese che è stato fatto prigioniero a Caporetto. E in Lager, il giorno di Natale del 1917, annota nel suo diario che, benché sia Natale, è stata una giornata di fame come tutte le altre. E conclude così. Alle 6 e mezza, al momento che nella vita familiare si va a tavola, vado sul pagliericcio. La scodella di brodo. La scodella di brodo gli erano già data prima. È inverno, è buio, alle 6 e mezza, in Lager, si va sul tavolaccio, si va a dormire. E al milanese, come dire, lui non può fare a meno di pensare che, prima della guerra, a quell'ora, si andava a tavola. Ma il generale, a quell'ora, stava facendo tutt'altro, perché il generale andava a tavola molto più tardi di così. Dunque, un valore sociale. L'aristocrazia, il popolo. Ma un valore sociale anche nella contrapposizione. Fra grande città e provincia. Sapete che c'è un paese europeo dove questa contrapposizione è più forte che in tutti gli altri, ed è la Francia. Dove tra i parigini e i provinciali c'è una guerra dichiarata e si tratta veramente di due mondi molto diversi. Se uno legge i romanzi di Balzac, ambientati nella Francia della prima metà dell'Ottocento, trova continuamente dei riferimenti a questo contrasto di costumi. E Balzac adotta il punto di vista dei parigini e, quando descrive una società di provincia, li prende in giro, divertendosi alle loro spalle, perché, come al tempo dei nonni, continuano a pranzare con orari ridicoli. Così c'è un romanzo in cui Balzac dice il bel mondo della città di Alençon. Nella città di Alençon. Alençon, il bel mondo, ancora sotto l'impero, pranzava ancora alle due del pomeriggio. Però cenavano. Cosa vuol dire questo però cenavano, che è ironico di nuovo? Vuol dire che cenare è diventata una cosa volgare. Perché se tu pranzi alle cinque, alle sei, alle sette del pomeriggio, non ceni più. Invece i poveracci che hanno già pranzato a mezzogiorno cenano. Ancora. Capite come diventa sottile la distinzione? Sia gli uni sia gli altri si mettono a tavola in serata. Ma se io sono un aristocratico mi metto a tavola per consumare il vero pasto della giornata. Il poveraccio invece si mette a tavola per cenare. Sempre romanzi. Lo dico perché magari, che ne so, anche a scuola può a volte essere divertente usare qualcuno di questi esempi. Dickens, la piccola Dorrit. Nella piccola Dorrit è la storia, come qualcuno si ricorderà, di un signore che è in prigione per debiti da tempo immemorabile. Finalmente gli arriva, non so più se è un'eredità, fa fortuna e viene liberato. Diventa un ricco gentiluomo. Liberato dalla prigione decide di offrire un grande pranzo a tutti gli altri carcerati con cui ha condiviso decenni di vita nel carcere per debiti. Il signor Dorrit però non prese parte al pranzo, che ebbe luogo alle due del pomeriggio, mentre a lui lo portarono alle sei dal ristorante. Ancora un altro romanzo che tutti abbiamo letto, credo da ragazzi, Cime Tempestose. Cime Tempestose, 1847. A un certo punto il protagonista, che vive in questo maniero isolato, che ha ereditato in questo posto sperduto, a un certo punto dice Io? Pranzo fra mezzogiorno e luna. La governante non è mai riuscita o non ha mai voluto capire la mia richiesta che il pranzo sia servito alle cinque. Nel suo caso ovviamente è uno scapolo, comanda la governante. Ma insomma, gli esempi sono sufficienti, credo. Ve ne cito ancora uno, dibattito alla Camera dei Deputati a Westminster, 1863. Alla Camera dei Deputati di Londra. I lavori cominciano alle quattro del pomeriggio. Verso le sei, le sette, quando il dibattito è nel suo pieno e si dovrebbe votare, se la svignano tutti per andare a casa a pranzo. A questo punto ci si chiede, ma perché abbiamo questi orari così scomodi? Risposta. Chiaro che abbiamo questi orari che per noi sono scomodi. I lavori della Camera da sempre cominciano alle quattro del pomeriggio. Perché al tempo dei nostri nonni, alle quattro del pomeriggio, avevano finito di pranzare. E si erano anche liberati dagli affari e potevano venire a fare il lavoro in Parlamento. Cosa facciamo? Spostiamo gli orari di convocazione? Impossibile! Una riforma del genere non passerebbe mai. La Camera si deve riunire alle quattro. Perciò, disegno di legge. Apriamo una buvette a Westminster. Un posto semplice. Dove si possa avere una buona bistecca. In modo che gli onorevoli deputati non siano costretti a scappare a casa sul più bello per poter pranzare. Il risultato di tutto questo, come vi dicevo, si traduce anche sul piano linguistico. Chi nota queste nuove abitudini, che poi non sono più nuove perché sono generazioni e generazioni che insistono a spostare sempre in avanti, chi nota queste cose spesso critica anche dicendo ma allora cambiamo gli nomi a un certo punto. Una fonte preziosissima per queste cose è il Dizionario dei luoghi comuni di Flaubert, 1870. Il Dizionario dei luoghi comuni è quel libro in cui Flaubert annota tutte le scemenze che si sentono nei salotti perché nei salotti è pieno di gente che ripete cose che ha sentito dire, banalità, cose che ha letto sul giornale, credendo di dire qualcosa di intelligente. E Flaubert per decenni ha frequentato i salotti. Flaubert per decenni ha frequentato i salotti e ha notato tutte le banalità e i luoghi comuni che sentiva e poi ne ha fatto un dizionario in ordine alfabetico alla voce di Ne. Quali sono le banalità che a metà ottocento si sentono nei salotti francesi? Una volta si pranzava a mezzogiorno, adesso si pranza a delle ore impossibili. Al tempo dei nostri padri il loro pranzo era la nostra colazione, déjeuner. E la nostra colazione era il loro pranzo. Pranzare così tardi non si chiama pranzare, si chiama cenare. Ora, sono passati 150 anni da Flaubert, ma i parlanti della francofonia non hanno smesso di discutere su questo. Perché nel francese ufficiale, io credo che chi di voi è andato a scuola e ha imparato il francese, gli avranno spiegato che il pasto di mezzogiorno si chiama déjeuner e il pasto serale si chiama déjeuner. E si chiama déjeuner perché il pranzo si è spostato progressivamente fino ad arrivare alle otto di sera. Ma andate a vedere un qualunque blog, è pieno di blog, sapete che i francesi sono particolarmente affezionati alla francofonia, discutono enormemente, come forse faremmo bene a fare anche noi in Italia ogni tanto, sulla loro lingua, la difesa della loro lingua, è pieno di blog che discutono di questo. Blog a cui fra l'altro partecipano. Fra l'altro partecipano non solo i francesi, ma anche gli svizzeri, i belgi, i canadesi, tutti quelli che parlano francese ma senza dipendere da Parigi. Allora, in questi blog voi troverete violentissime polemiche di gente che dice questa moda di chiamare diné, pranzo, il pasto della sera, è un errore, è colpa dei parigini, è un errore che si è affermato a Parigi, ma da noi nel. In Quebec noi continuiamo a chiamarlo cena, souper, e tutti gli altri rispondono sì, anche da noi in Picardia, sì, anche da noi in Provenza, no, da noi in Bretagna non più, ma mi ricordo che mia nonna continuava a chiamarlo souper, e tutti a inveire contro Parigi che ha imposto questa usanza insensata di chiamare pranzo quella che tutti sanno che invece è la cena. In Italia manca un centro di regolazione. In Italia manca un centro di regolazione dell'uso linguistico com'è in Francia Parigi. Noi a volte da quando esiste la televisione abbiamo l'impressione che Roma, l'accento romano, i modi di dire romani tendano a imporsi, ma è vero, fino a un certo punto non è paragonabile con l'impatto che ha Parigi sul francese ufficiale. E perciò in Italia è successa una cosa diversa. In Italia è successo precisamente che il pranzo. Il pranzo si è via via spostato fino alle otto di sera o alle nove di sera. E ancora all'inizio del novecento lo chiamavano pranzo. Ma poi ha prevalso invece l'abitudine della gente comune che se un pasto veniva consumato la sera lo chiamava cena e via via anche i conti manzoni e i ricchi aristocratici di fatto si sono abituati. Al fatto che il pasto della sera lo chiamiamo cena, tranne quando vogliamo sottolineare che noi abbiamo un certo tono e allora magari invitiamo qualcuno a pranzo per le otto di sera e allora soprattutto chiameremo colazione, quello di mezzogiorno, ma è un avanzo di quello snobismo che però di fatto è soltanto un avanzo. E' interessante vedere che. Chi studia il linguaggio, i lessicografi, condivide però un po' questi imbarazzi sociali. Se uno va a vedere sullo Zingarelli, per esempio, lo Zingarelli non è coraggioso. Lo Zingarelli sotto la voce colazione dice pasto leggero del mattino oppure pasto del mezzogiorno, secondo pasto della giornata. Sinonimi pranzo oppure. Seconda colazione. Seconda colazione, come tutti voi sapete, è un'espressione che tutti abbiamo sentito e che nessuno ha mai usato in vita sua. Nessuno ha mai detto è ora della seconda colazione, ma anche lì esiste perché ci si ostina a non volerlo chiamare pranzo. E' volgare chiamarlo pranzo. Lo chiamiamo colazione. Siccome ce n'è già una prima di colazione, inventiamo di chiamarla seconda colazione. In francese hanno fatto l'inverso. Fino a cinquant'anni fa. Esisteva il déjeuner e basta. No, cinquanta no, ma cento sì. Fino a cent'anni fa ho trovato delle tracce nella letteratura. Si chiamava déjeuner il caffè del mattino e si chiamava déjeuner il pasto di mezzogiorno. Poi hanno inventato di chiamare la prima petit déjeuner. Oggi sembra ovvio, ma vi assicuro che è un'invenzione di inizio novecento l'idea di chiamarlo petit déjeuner. Sempre appunto per distinguere. Dopodiché lo Zingarelli. Quando deve definire il pranzo, non dice come fa più onestamente l'Oxford English Dictionary. Che quando dice dinner, dice il pasto principale della giornata. Che una volta si consumava a mezzogiorno, ma adesso soprattutto la gente alla moda lo consuma la sera. Invece lo Zingarelli non ne ha il coraggio. E quando definisce il pranzo, lo definisce pasto principale del giorno. Che a questo punto è chiaramente una menzogna. Perché non è affatto detto. E soprattutto ignora, aggira il problema. Ma è normale aggirarlo e ci sono tante trappole in questo. Per esempio, e chiudo, mi ricordo uno degli scrittori più snob, oltre che bravissimo, che abbiamo mai avuto in Italia. Alberto Arbasino. Alberto Arbasino, tanti anni fa, ha fatto alcune interviste impossibili. Non so se ve le ricordate. Andavano alla radio. Avevano una sigla molto orecchiabile. Ed erano una serie di interviste radiofoniche di grandi scrittori, c'era anche Camilleri, non ancora famoso, che le faceva, a personaggi del passato. Alberto Arbasino, che ripeto, è uno scrittore che io amo moltissimo, ma non c'è niente di nuovo a dire che è di uno snobismo voluto ed estremo, intervista Ludwig di Baviera. Il re folle dell'Ottocento, quello che ha costruito tutti quei meravigliosi castelli di Biancaneve in Baviera. Ludwig di Baviera riceve Arbasino verso mezzanotte, imbarca sul lago sotto il castello con la soprano che gli fa un concerto wagneriano sulla riva e mentre vanno in barca a mezzanotte sul castello il re racconta che appunto questa è la sua abitudine di fare questi meravigliosi concerti notturni. E Arbasino gli chiede, mi dica maestà, pranza prima? O dopo? E il re Ludwig risponde, dopo naturalmente, dopo, non è nemmeno pensabile. Arbasino dice, è la cena? E il re dice, un re non cena mai. Il bello fra parentesi è che Arbasino è rimasto intrappolato nel suo stesso snobismo perché in verità la cena non è mai del tutto scomparsa dagli usi aristocratici, ma solo in un senso molto preciso. C'è il ballo, a mezzanotte, a luna, alle due, prima di andare a dormire, finito il ballo, ci si mette a tavola per un ultimo champagne e un po' di carni fredde e qualche piattino e quella è la cena. E quindi in realtà in quel senso la cena è ammessa. Dopodiché, appunto, secondo le regole linguistiche, dinner, diner si dovrebbe tradurre pranzo, ma per tradurlo pranzo dovremmo avere presente tutta questa storia che, allo spirito dell'italiano di oggi, è estranea. Per noi oggi chiamare pranzo un pasto consumato la sera è molto difficile, tant'è vero che quando qualche anno fa è uscito un film francese che si intitolava Le dînées de cons, e cioè il pranzo dei cretini, è stato puntualmente tradotto la cena dei cretini. Perché quando hanno visto che si svolgeva di sera, i traduttori automaticamente hanno tradotto. La cena. Dopodiché grazie e scusatemi, come vi diceva il Manzoni, se stavolta sono riuscito ad annoiarvi. Thank you.

Podcast Summary

Key Points:

  1. Gli orari dei pasti, oggi percepiti come naturali, sono in realtà arbitrari e variano tra paesi e classi sociali.
  2. Tra fine Settecento e fine Ottocento, le classi dirigenti europee (soprattutto in Inghilterra e Francia) spostarono il pasto principale sempre più tardi, come segno di distinzione sociale.
  3. Questo slittamento ebbe conseguenze linguistiche
  4. Il fenomeno fu oggetto di satira e critica, e influenzò la letteratura dell’Ottocento (es. Manzoni, Balzac, Dickens).
  5. In Italia, la mancanza di un centro linguistico unico portò a una soluzione diversa: il pasto serale è chiamato “cena”, ma restano tracce di snobismo nell’uso di “colazione” per il pasto di mezzogiorno.

Summary:

Il testo esplora come gli orari dei pasti, che oggi consideriamo ovvi, siano in realtà il risultato di trasformazioni storiche e sociali. L’autore spiega che, tra la fine del Settecento e l’Ottocento, le classi dirigenti europee, inizialmente in Inghilterra e poi in Francia e altrove, iniziarono a posticipare il pasto principale della giornata, il “pranzo” (dinner/dîner), come simbolo di status. Mangiare tardi indicava agiatezza e tempo libero, mentre mangiare a mezzogiorno era associato ai ceti popolari.

Questo slittamento, che portò il pranzo dalle tre del pomeriggio fino alle otto di sera, fu accompagnato da dibattiti, satire e cambiamenti linguistici: i termini per i pasti si confusero, come dimostrano le differenze tra francese (déjeuner, dîner, souper) e italiano (colazione, pranzo, cena). In Italia, la mancanza di un’autorità linguistica centrale fece sì che il pasto serale fosse chiamato “cena”, ma restano residui snobistici, come usare “colazione” per il pasto di mezzogiorno. L’autore illustra il fenomeno con esempi letterari e storici, da Goldoni a Manzoni, da Balzac a Dickens, e sottolinea come questi cambiamenti riflettano dinamiche sociali profonde, ancora visibili oggi nelle nostre abitudini e nel nostro linguaggio quotidiano.

FAQs

Perché pranzare tardi era considerato uno status symbol e un segno di distinzione sociale. Più si pranzava tardi, più si dimostrava di appartenere a una classe elevata, lontana dalle abitudini dei lavoratori.

Deriva dallo slittamento degli orari dei pasti tra Settecento e Ottocento, quando le classi alte pranzavano sempre più tardi. Per distinguersi, chiamavano 'colazione' il pasto di mezzogiorno, un'abitudine che oggi suona raffinata ma è un residuo di quello snobismo.

Perché in Francia, come in Inghilterra, il pasto principale ('dîner') è stato spostato progressivamente verso sera, fino alle otto. Di conseguenza, il pasto di mezzogiorno è diventato 'déjeuner' e quello del mattino 'petit déjeuner', un'innovazione del Novecento.

In Italia, il pasto serale è stato chiamato 'cena' dalla gente comune, mentre le classi alte lo chiamavano 'pranzo'. Oggi, chiamare 'pranzo' un pasto serale è considerato snob, e 'colazione' per il pasto di mezzogiorno è un residuo di quel fenomeno.

Perché riflettono la classe sociale dei personaggi: pranzare tardi, come alle quattro o alle cinque, indicava appartenenza all'aristocrazia o all'alta borghesia, mentre pranzare a mezzogiorno era tipico dei lavoratori. Senza questo contesto, alcuni dettagli dei romanzi risultano incomprensibili.

Era uno spuntino abbondante consumato verso le undici del mattino, come mezzo pollo arrosto o vino bianco, per chi pranzava tardi. Serviva a spezzare il digiuno senza chiamarlo 'pranzo', perché quel pasto era riservato alla sera.

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