Advocacia Corporativa como Protagonista, com Gabriela Pereira
66m 24s
Giacomo Leopardi, nato a Recanati nel 1798, è un poeta che sin dalla giovane età dimostra un ingegno prodigioso, formandosi da autodidatta nella ricca biblioteca paterna in un ambiente provinciale che percepisce come soffocante. La sua prima produzione poetica (1818-1822) si articola in due direzioni: le "Canzoni", di impegno civile e stile classicista, che denunciano la decadenza italiana e esprimono un eroismo titanico; e gli "Idilli", come "L'infinito", componimenti più brevi e personali che, attraverso un linguaggio più semplice, esplorano temi romantici come la malinconia, lo scorrere del tempo e la contemplazione della natura. Parallelamente, Leopardi sviluppa un pensiero filosofico originale, raccolto nello "Zibaldone". Al centro vi è la "teoria del piacere": l'uomo è per natura insoddisfatto perché il suo desiderio di felicità è infinito, mentre i piaceri concreti sono limitati. Contro questa infelicità, l'immaginazione rappresenta l'unico conforto, poiché permette di creare illusioni vaghe e indefinite, simili al desiderio stesso. Leopardi contrappone la capacità immaginativa degli antichi, che li rendeva più felici, alla razionalità dei moderni, che ha spogliato il mondo della bellezza e delle illusioni. La sua poesia diventa così il luogo dove cercare, attraverso il "naufragio" in spazi immaginativi sconfinati, una dolce evasione dalla realtà limitata.
Credo, matematica, inglese, filosofia, italiano fisica, senso, crepo matematica, inglese. Hoho, ma tu radio, ma tu. Mati radio, ma tu. Ma tu, mati radio, ma tu. Non l'esse più su fiasate, ma tu radio, ma tu radio. Podcas di italiano per lesame di maturità, letto da Fabricio Gifuni, già come leopardi. C'è un poeta di cui molti già alle elementari si namorano oppure che da subito detestano, già come leopardi. Leopardi è un poeta che ci coinvolge o ci sconvolge, perché è come si arriva se con le sue parole a metterci annudo. Nei i suoi versi vediamo l'essere umano senza filtri, senza facili consolazioni, senza sentimentalismi. Sentiamo come lui stesso si presenta. Calpesto la viglia crie degli uomini, è rifiuto ogni consolazione, ogni inganno puerile, e do il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza. Mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell'infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa. Ma vera. Eccolo. Immaginiamo ora che queste parole le ascritte un uomo che è seduto su una terrazza le pendici del besuvio. Non osserva l'arido versante del vulcano e la sterminata volta del cielo, tutta punteggiata di minuscolestelle. Sono tantissime. È un uomo ancora giovane, anche se non lo sembra, è debole e malato, e sta per morire. Ma la sua immaginazione, con la forza della disperazione riesce ancora di innalzarsi fino all'universo e a guardare dall'assù il nostro pianeta. Da quella altezza è piccolissimo, dall'hi giudica le ambizioni degli uomini che ci vivono sopra, per quello che sono realmente, delle sciocchezze. Già come leoparti è l'autore di cui ci occupiamo in questo podcast. Già come leoparti nasce nel 1798 a Ricanati, nove anni dopo la rivoluzione francese. Ricanati è un piccolo borgo delle marche, che allora faceva parte dello stato della chiesa. La modernità sembra non essere passata di qua. Le rivoluzioni culturali si stanno facendo al trove. A Milano, a Firenze, non qui. Arricanati sembra che non si è arrivato nemmeno l'illuminismo, perché c'è un'idea di cultura arretrata, vecchia come la mufa sui libri delle biblioteche, fatta di erudizione e di accumulo di nozioni. Leoparti nasce in questo ambiente provinciale e soffocante, fin da giovanissimo cominci a starci stretto e la sua intelligenza e curiosità formidabili non lo aiutano. Leoparti sono una famiglia nobile. Il papà di giacomo, un aldo e conte, è una nobiltà terriera decaduta. Sono benestanti, ma non più così tanto. Anche seppur sempre di nobiltà si parla e giacomo e i suoi fratelli, ricevono la migliori istruzione possibile. Ma il giovane leoparti brucia le tappe. Quando è ancora un ragazzino di soli 10 anni, oggi frequenterebbe le medie, i suoi maestri si rendono conto che non hanno più nulla da insegnarli. Sa il greco, il latino, è bravissimo in qualunque materia. Continua da solo. Leoparti legge tutti i libri. La biblioteca del padre è una delle più fornite biblioteche che si potessere avere a suo tempo. Ancora oggi, se visitate via la leoparti arrecanati, rimarrete in cantati dalla bellezza della biblioteca leopardi. La sensibilità di giacomo leopardi è così diversa dalla mia entegliocirconda che è piuttosto che ha avesce a che fare preferisce chiudersi nello studio. Sono questi gli anni che leopardi stesso poi definirà con una formula rimasta proverbiale, 7 anni di studio, matto e disparatissimo, dal 1809 al 1816. 7 anni, tutta la adolescenza, le tappi bella della vita, trascorsa, curvo sui libri. Pensate che a 15 anni scrive il suo primo saggio, lo chiama storia della stronomia, un argometto che lo ha fascinato tantissimo. Il suo paese arrecanati sembra leopardi un luogo così stretto. La sua anima è cresciuta troppo e ha bisogno di spazienormi. Il padre monaldo invece, in quel mondo, ci sguazza come fosse il suo stagno e vorrebbe che fosse così anche per giacomo. Si vuole un bene dell'anima, ci ma anche rebbe apprezza il grande talento del figlio, ne fa un vanto presso alla società che conta, ma non capisce quanto giacomo si ha già lontano da lui. Vorrebbe fare di lui un uomo di chiesa, costringerlo nella gabbia di quella società provinciale, renderlo una mummia tra le mummie, ma le passioni del figlio sono troppo forti. Nell'anima, di giacomo leopardi, comincia a farsi sentire un bisogno di grandezza. La sua voglia di evadere da quel ambiente così povero di stimoli diventa ogni giorno più insoportabile. All'etto così tanto, ma all'etto soprattutto sagi di linguistica, di scienze, di religione. Il problema è che adesso comincia a leggere i poeti, e che poeti, o mero, dirgilio, Dante degli antichi, al fieri, foscolo dei moderni, micagente qualunque. E i poeti si sa mettono strane i dentesta, deve scrivere anche lui, deve riversare questo bisogno di grandezza nella poesia. È il 1817. Piuttardi, leopardi, definirà questo l'anno della conversione letteraria. Si eccesa una luce e non si spegnera più, nemmeno nei momenti più bui della sua vita. Tutto quello studio, quei libri letti, tutti quegli anni passati a sgobbare, adesso cominciano a dare i loro frutti. Scrive tantissimi appunti. Sono riflessioni sulla lingua, sulla società, sulla politica, sulla poesia, ma anche riflessioni più intime sulla sua sensibilità e il suo modo di vedere il mondo. Tutti questi appunti leopardi li raccogli in un quaderno a cui più in là darà il nome con cui lo conosciamo oggi, lo zibaldone di pensieri, che significa mescolanza di cose diverse tra loro, come gli appunti che leopardi ci sta mettendo dentro. Questo opera è l'impalcatura che regge tutto il cantiere del pensiero di leopardi. Tutto ciò che scriverà da questo momento in poi è importante perché ci consente di analizzare in profondità lo sviluppo e la maturazione del suo percorso intellettuale. Quindi siamo nel 1817. Vi ricordate cosa era successo l'anno prima? C'era stato un grande trambusto nella scena letteraria italiana, perché una certa, Madame de Stael, scritto "de staccato stael", quella di Eresi, i due puntini sulla E. Una donna francese appassionata di letteratura aveva pubblicato un articolo in cui accusava gli scrittori italiani di essere troppo legati alla tradizione classica, di essere rimasti per troppo tempo legati al culto dello stile degli scrittori Grecia e latini, con il risultato di aver perduto le rivoluzioni culturali degli altri grandi paesi europei. La letteratura italiana, secondo Madame de Stael, è prevalentemente classicista, evecchia e non può parlare del mondo moderno. Cosa devono fare allora leggere gli scrittori, soprattutto quelli romantici e tradurli? Nella scena culturale italiana succede un putipherio. I classicisti insorgono e difendono l'identità della cultura italiana che pesca pienemani dal classicismo. I romantici italiani invece dicono che Destael arraggione è che è arrivato il momento di svecchiare la cultura e la lingua italiana. Leopardi assume la posizione più originale di tutti, dice una cosa che insieme classica e romantica, perché i grandi scrittori non hanno confini e non sopportano di essere chiusi in scuole di pensiero, prendono tutto ciò che da prendere e lo fanno diventare il loro pensiero. Leopardi fa così, prende il classicismo e il romanticismo e li fa diventare, pensiero leopardiano. Nel 1818 a 20 anni quindi leopardi scrive un discorso di un italiano intorno alla poesia romantica. In questo discorso dice che il vero classicismo non si deve limitare a recupero di una forma e di uno stile classiche ganti, ma deve recuperare la grande capacità dei poeti antichi di immaginare. Ma la poesia fantastica di immaginazione era proprio quella che volevano fare i romantici. In un certo senso è una difesa del classicismo, ma da un punto di vista romantico. Leopardi non pubblico.
che ha questo discorso, ma in quello stesso anno, il 1818, pubblica due poesie che si chiamano all'Italia e sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze, in cui dice in Poesia a più o meno le stesse cose che aveva detto nel discorso di un italiano e lo fa attraverso dei versi, attraverso lo stile della poesia e i contenuti della poesia. Sono poesie scritte in uno stile classiche gente, cioè con un sacco di subordinate e di inversioni nell'ordie e nell'ormale delle parole. Sono scritte così per imitare la sintassi più libera dell'atino, con un l'essico di registro elevato, ad esempio dice "brando invece di spada, crine, invece di capigliatura, luce, invece di occhi", insomma sono poesie un po' difficile da leggere. Dal punto di vista dei contenuti sono poesie che trattano tematiche civili. Significa che parlano della situazione politica attuale dell'Italia. In entrambe è messo a confronto un passato glorioso di eroi della Grecia Antica e di grandi gesta, la passata grandezza politica dell'impero romano con la decadenza attuale dell'Italia che eschiava sotto il dominio straniero. L'Italia in questi anni è sotto le gemonia austriaca, siamo in epoca di restaurazione ricordate nel 1815 si è chiuso il Congresso di Vienna e l'Austria è tornata al centro della politica europea. Leopardi non se la può prendere con il dominio degli austriaci e che cosa fa se la prende con napoleone e con i francesi, ma il suo obiettivo è quello di esprimersi contro ogni oppressione straniera. Insieme a queste tematiche che sono tipiche della poesia classica, però leopardi ci mette anche un desiderio individuale di eroismo, di compiere grande imprese, di mettere il proprio io in contrasto con la corruzione della classe politica del suo tempo che fa non non la per riscattare il destino dell'Italia. Leopardi dice, "se nessuno vuole combattere lo farò io, datemi le armi, questo invece è un atteggiamento tipico della poesia romantica e viene definito Titanismo. Questo termine viene dalla mitologia greca i titani erano dei giganti che si erano ribellati a Zeus, il romanticismo lo riprende per definire l'atteggiamento di ribellione a un potere oppressive. I ragazzi o già, come è cresciuto, si è formato un suo pensiero che allontano anniluce dali ideologia conservatrice e cattolica del padre Monaldo, infatti l'anno dopo prova a scappare di casa, senza riuscirci. Dove raspettare ancora un po' prima di lasciare recanati? Intanto con questi componenti è appena iniziata la straordinaria avventura della sua poesia. Questo genere di poesia civile la continua a scrivere per altri 4 anni fino al 1822. Nescrive 10 in tutto di poesia con questo stile, tutte animate da una fortissima polemica controllita presente e attraversate dalla nostalgiana i confronti dell'epoca classica. Le raccoglie sotto il nome di "canzoni". Ma non ha scritto solo questo nel frattempo. Ha scritto anche un altro tipo di poesia, ha sai diversa da quella delle canzoni. Si tratta di componenti più brevi, scrittino un linguaggio più semplice e più colloquiale, senza tutte quelle inversioni nell'ordine normale delle parole. Questi altri testi leopardili raccoglie sotto il nome di "idilli". In greco "idilio" significa "piccola immagine" e con questo termine nella lirica greca si indicavano i componenti brevi. La poesia le sandrina, la poesia di età elenistica, ha prodotto molti dilli. Potete ascoltare i podcast dedicati a teocrito e callimaco, per esempio. Anche per quanto riguarda la metrica, gli dilli sono distanti dalle canzoni, perché sono scritti inende casi i labi sciolti, cioè in versi di 11 sillab, non legati tra loro da rime. Infine sono diversi i temi, perché qui leopardi non parla di politica e di eroismo individuale, ma tratta negli dilli argomenti più intimi, più affini alla sensibilità romantica, la malinconia dell'innamoramento, la paura che la gioventù passivia senza aver avuto la possibilità di godere, perla il desiderio di abbandonarsi alla vastità degli spazzi infiniti, la bellezza della luna, così lontana. E' con queste riflessioni esistenziali, cioè che riguardano l'io del poeta, la sua sensibilità, si accompagnano al paisaggio del suo burgo, recanati, sullo sfondo. Anzi spesso sono proprio immagini e suoni del paisaggio a smuovere in lui queste riflessioni. Uno di questi componenti si chiama "la sera del D. D. Festa", è la sera di domenica e il poeta è triste perché il giorno festivo è finito e sta per ricominciare la settimana. Voi avete mai provato niente del genere la domenica sera all'idea di ritornare a scuola, ecco, il poeta osserva il suo burgo rischiarato dalla luce della luna e pensa una donna. Forse la vista durante il giorno forse la sta solo immaginando non importa. In mezza tutte quelle case, nel grande silenzio della sera, lui si sente solo e diverso dagli altri. Ma perché deve sentire in maniera così intensa questa tristezza per il giorno che è passato? Stanno tutti dormendo, non c'è un anime in giro? Anzi no, si sente qualcosa. Qualcuno sta fisciettando per la strada e qui succede qualcosa. Questo suono, gli esmove qualcosa dentro, è un meccanismo ricorrente in questi testi, un suono o un'immagine mettono in moto la macchina del pensiero. Adesso lui non pensa più al giorno festivo passato, ma un trascorrere del tempo più vasto che travolge nel suo passaggio i secoli e lecibiltà e non lascia nulla dietro di sé. Questo sentimento del tempo, questo sentire l'infinita vastità del tempo che passa è consolante da un sanzo di pace, perché per quale motivo le opardi c'è lo spiegha meglio in un altro idiglio. Questo lo conosce te già, la avete letto. Forse lo avete sentito ricitare, forse avete sentito sullo qualche verso, si chiama l'infinito. È un componimento scritto nel 1819 ed è una delle poesie più famose e più belle della letteratura italiana. Ma vabbè, ascoltiamo l'insieme. Sempre caro mi fu questo termocolle e questa siebe che da tanta parte dell'ultimo rizzonte il guardo esclude, ma sedendo e mirando, interminati spazi di l'adaquella e sovrumani silenzi e profondissima quiete. Io nel pensiarmi fingo o ve per poco il corno si spavura e come il vento ho dostormirte a queste piante io quello infinito silenzio a questa voce. Voi comparando e mi sovvienle terno e le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei così tra questa immensità sannega il pensiarmio e il naufragare metto ilce in questo mare. Allora, di cosa parla questo infinito? Non è un testo complesso ma analizziamo lo insieme. C'è un colle, poco lontano dalla casa del poeta, è un luogo selbatico e solitario e leopardi ci va spesso prestare un po' da solo e immergersi nei suoi pensieri. Guarda davanti a sé, ma non riesce a vedere che anche perché il suo sguardo è interrotto da una siebe. Questa siebe può fermare il suo sguardo, ma non può fermare la sua immaginazione, che lasca valca e cosa vede? Spazi enormi, impossibili da delimitare, interminati, li definisce leopardi, privi di confini. Spazi a volte in un silenzio profondissimo come non è dato di sentirlo in nessun luogo sulla faccia della terra, tante che leopardi questi silenzi li definisce sovrumani al dilade l'umano del terreno. C'è un interferenza a un certo punto, un suono, lo richiama su questa terra, su questo colle, ai rumori di questo mondo, appena in tempo perché tutta questa immensità lo stava spaventando. Si tratta del vento che soffia tra irami degli alberi, è un attimo, poi precipita di nuovo nell'immensità, ma questa volta leopardi è pronto a perderci si, e noi insiamo a lui. Ci perdiamo, ci smarriamo. Leopardi parla di naufragio e lo dice dolce perché superato lo stupore la piazza.
paura non c'è niente di più bello che abbandonarsi al potere dell'immaginazione. Leopardi nello Zibaldone, ricordate, è il volume che raccoglie gli appunti e le riflessioni di leopardi, il laboratorio del suo pensiero, parla più volte di questo potere dell'immaginazione. Dice che ci da il dono di vedere e sentire il mondo e i suoi oggetti come sdoppiati, come sotto l'effetto di una sbornia, ma da sobri e senza mal di testa. Dice, io vedo un prato, un campanile, con gli occhi, sento un cinque tio o una campana con gli orecchi, ma con l'immaginazione vedrò un altro prato, un altro campanile sentirò altri suoni. Queste secondi immagini, quelle che si formano nella nostra mente, sono quelle che contano per leopardi. Io posso fermarmi a vedere le cose per come sono, dice leopardi, per come le vedono tutti, opposto decidere di riempire con la mia immaginazione, di farle vivere e risuonare dentro di me con voci e immagini che sono solo miei, con il potere dell'immaginazione. Io posso aprire il mondo e trasformarlo, posso fare in modo che ciò che vedono debba essere una volta per tutte ciò che ho visto, ma possa essere altro, così tanto altro che non riescono in meno a definirlo. Queste immagini che io onne la mia testa infatti non hanno limiti e confine, non saprei dire dove iniziano e finiscono, sono vague e indefinite, sono infinite e anche i ricordi, quanto più sono lontani nel tempo, tanto più sono vagi e indefiniti nella nostra mente. Come bello ricordare i tempi della fanciullezza, queste immagini che non riesco bene a definire sono belle, mi fanno stare bene. E' con una cosa che bisogna tenere a mente, il bello per leopardi è vague e indefinito, per questo naufragarci e dolce. Lui questo cerca di dirlo negli dilli, gli dilli sono pieni di ricordi di immagini vague, di spazia vasti, privi di confine attraverso cui cerca di comunicarci questa idea di bellezza, ma perché il bello è vague e indefinito. Sempre nell'ozzi baldone leopardi scrive alcune riflessioni sulla felicità. Cominci a coldire una cosa banale in realtà, lo omo ad dentro di sé il bisogno di sentirsi felice, è chi può dire che non sia così. C'è la fin dalla nascita questo bisogno e nella vita cerca in tutti i modi di soddisfarlo. C'è un problema però, questo bisogno è infinito non allimiti e quindi non può essere colmato. Tutti i piacere, tutte le occasioni in cui posso provare il bisogno di essere felice a non punto di inizio e un punto di fine. Sono limitati. Guardate che leopardi non parla di piacere ultratirreni, misti, cittro ascendenti, leopardi ha una formazione illuminista. Il piacere deve essere provato con i sensi, il tatto, il gusto, la vista per questo è limitato. Non esistono altri tipi di piacere. Quindi, ricapitolando, il bisogno di piacere con cui nascere lo omo è infinito, ma in modi che a pressaziarlo sono finiti. Quindi lo omo è destinato a essere una creatura in soddisfatt. È un bel problema questo. Queste riflessioni sulla natura del piacere prendono il nome di teoria del piacere. Per leopardi però non tutte perduto, c'è il potere dell'immaginazione. La natura è stata una madre benevola, perché ci ha dato questa enorme capacità. Possiamo immaginare che le cose siano diverse da come sono. Possiamo illuderci e riempirci la testa di immagini vague e indefinite, come il nostro bisogno di essere felici. Era quello che facevano gli antichi. Leopardi ce la aveva detto nel suo discorso sulla poesia romantica, ricordate gli antichi, questi fanciulli dell'umanità, erano pieni di immaginazione. Con l'immaginazione, per esempio, spiegavano i fenomeni naturali, quelli storie noi oggi le chiamiamo "miti". gli antichi erano più vicini alla natura, più capaci di illuder-si, di compiere grandi azioni eroiche. Insomma erano più felici di noi moderni, dice leopardi. Noi moderni siamo schiavi del progresso. La nostra civiltà vuole che tutto si ha chiuso da limiti precisi. Vuole il dato. Il dato scientifico, il dato statistico, il dato oggettivo, la modernità vuole tutto quantificabile con i numeri, altro che immaginazione. Noi ormai non riusciamo più a fare ad allontanarci nemmeno di un passo dalla tirania della ragione. Così facendo, dice leopardi, abbiamo tolto la bellezza dal mondo. Ci siamo privati delle illusioni e abbiamo scoperto che cosa è veramente l'infelicità. Quindi gli antichi erano felici, perché capaci di illuder-si e i moderni sono infelici perché hanno spogliato il mondo delle sue illusioni, fissandolo alla sua manifestazione, la sua apparenza gretta e materiale. Nelle canzoni e negli dilli che leopardi scrive dal 1818 al 1822 dice queste cose. Ricordatelo è un ragazzo a tra i venti e i venti quattro anni. Ma proprio nell'ultima canzone succede qualcosa che cozza un po' con questo sistema di pensiero. Questa poesia si chiama ultimo canto di saffo. Ascoltiamo qualche verso dell'ultima stropha. Morremo il velo endegno a terra sparto rifuggirà l'ignudo animo a dite e il crudo fallo e menderà del seco di spensatore dei casi. E tu qui lungo, amore indarno, il lunga fede e vanno di implacato di sio furormi strinse. Vivi felice. Se felice in terra vi sennato mortal. Mè non aspersa. Del suo ave il cor del doglio avaro, giovè, poi che per i rlingani e il sogno della mia fancullezza. Ogni più lieto giorno di nostra età primo simvola sottentre il morbo e la vecchiezza e l'ombra della gellida morte. Ecco di tante sperate palme e dilettosi errori il tartaromavanza e il prod e in genno alla tenaria diva e la trannotte e la silente riva. Quanto raggelante dolore viene fuori da questi versi. Leopardi immagina che a parlare sia saffo. Ma chi era questa saffo che da il titolo alla poesia? Saffo è una grande poetessa greca vissuta in epochantica tra il settimo e il sesto secolo avanti Cristo. Innamorata di un giovane di nome faone, ma non corrisposta decide di gettarsi da un'aurupe di leucade, una delle isolegioniche. Leopardi come abbiamo ascoltato nei versi si riconosce in lei, come lei ha amato e non è stato corrisposto, come lei ha una grande sensibilità che gli altri sembrano non apprezzare. Leopardi le presta la voce nella sua poesia si mette nei suoi panni per farle cantare un ultima volta la sua infelicità alla luna. Un ultimo canto prima di lanciarsi nel vuoto. Ma come? Una poetessa antica infelice, ma non sarà detto che gli antichi erano felici e i moderni infelici, cioè qualcosa che non va. Leopardi sta cambiando idea. Non passa molto tempo che decide di mettere in discussione il suo sistema di pensiero. No, la natura non è una madre benevola, niente ha fatto altro che il lusione. Non l'aveva capito. Chi è che ha messo in noi questo desiderio di felicità che non può essere mai soddisfatto? La natura. Chi ci costringe a questa ricerca fannosa del piacere? La natura. Chi è che ci ha messa al mondo e non ci ha dato la possibilità di essere felici? Sempre lei. La natura. È una bella carognata questa, farci nascere col bisogno di essere felici e non darci mezzi per soddisfarlo, dice leopardi. E io che stavo li ha parlare di ilusioni, ma quali ilusioni non ci sono più ilusioni?
l'uomo è sempre infelice e la natura sempre malvaggia, indiferente a addirittura ostile alla vita dell'uomo. Cadono le illusioni che riempivano il mondo di bellezza, svanisce il potere dell'immaginazione e quindi viene meno per leopardi lo slancio eroico dei versi delle canzoni. [Musica] In leopardi nasce un atteggiamento distaccato e ironico nei confronti delle illusioni, della possibilità dell'uomo di essere felice, delle sue manie di grandezza, praticamente smette di scrivere poesia. Dal 1823, al 1827, ne scrive solo tre e in una di queste dice che di illusioni e di poesia non ne vuole proprio sapere. Comal solito questo lo sappiamo perché tutto scritto nell'ozibaldone, i critici hanno parlato di una svolta nel pensiero leopardiano in questo periodo. Da un pessimismo storico, cioè l'uomo è infelice soltanto adesso, nell'epoca moderna, ma in epoca antica, sì che invece era felice, leopardi arriva al pessimismo cosmico, non centra l'epoca storica, l'uomo è sempre stato infelice. Stiamo parlando di pensiero leopardiano, ma bisogna dire una cosa, se è vero che leopardi è stato anche un pensatore, oltre che un po' età, se proprio bisogna chiamarlo filoso fu, allora bisogna aggiungerci un aggettivo. Questo aggettivo è asistematico, leopardi è un filoso fu asistematico, non è un aggettivo difficile come sembra, significa che il suo pensiero ammette la contraddizione. Ci sono degli scarti, come quello di cui abbiamo appena parlato che non lo rendono un filoso fu, un pensatore così coerente e unitario. Non sarebbe un po' età, se no. Lo vedremo nel cammino che stiamo facendo nella sua opera. A metà degli anni 20 dell'Otocento leopardi non scrive quasi più po' esile, ma non smette di scrivere. Ha un'idea. Vuole scrivere alcune prose di taglio breve che riflettano questo suo atteggiamento disilluso che ha sviluppato. Queste prose per leopardi devono prendere in giro i miti del secolo in cui lui vive, ad esempio l'illusione che il progresso scientifico possa rendere lui un'uomo più felice che il mondo sia stato creato per l'umanità e sia il palcoscenico del suo successo. Un'idea che prende il nome di antropocentrismo, leopardi si prende gioco dell'antropocentrismo. Nel 1824, n'escrive 20 di queste prose e le raccoglie sotto il titolo di operette morali. Sono un capo lavoro. Si chiamano operette perché sono testi brevi e anche se parlano di argomenti filosofici, cose pesanti, cose difficili da mandare giù, sono scritte con uno stile leggero a volte ironico, altre comiche. Morali, perché hanno un fine appunto morale, quello di istruire luomo sulla sua infelicità, sulla reale condizioni dell'uomo su questa terra. Perché una volta che sono cadute le illusioni non resta che svelare al luomo lo stato di infelicità a cui la natura lo ha condannato. Quindi da un latocellironia, li risione, la satira dei miti e degli idoli del secolo in cui liopar di vive. Da un altro lato però c'è anche un discorso serio e profondo sulla miserabile infelicità dell'uomo, del suo bisogno di illudersi e di provare piaceere e sulla noia che ci afflicce. [Musica] Tra le operette morali ci sono prose di genere narrativo e di genere lirico, ma la maggior parte di queste operette sono concepite in forma di dialogo tra due personaggi, due personaggi storici o immaginari. Leopardi si rifa a un autore della Grecia Antica, Luciano di Samostata, anche lui aveva scritto dei dialogi filosofici con lo scopo di prendere in giro i costumi della sua società. I personaggi di questi dialogi abbiamo detto possono essere storici, realmente esistiti, come Cristoforo Colombo, omitici, come prometteo, hercole e atavante. Personificazioni fantastice della morte, della natura e ancora mummi che cantano uno spiritello, folletti e gnomi. È come un teatro composto da figuri a sai diverse tra loro, un palco scenico pieno di personaggi che si fanno carico di dimostrare le tesi del loro scrittore. Intanto in una delle più celebri operette morali, intitolata dialogo della natura e di un islandese, leopardi fai conti con la natura. Questo islandese, uomo delle terriselvage, accusa la natura di perseguitare gli uomini in tutti i modi, calamità, cataclismi, malattie, come se il luomo non avesseggia i suoi problemi. Ma la natura, nella forma di una donna gigantesca, gli risponde che lei di tutto ciò non si cura, non si cura degli uomini come delle altre creature che abitano il pianeta, è indifferente a loro destino. L'umanità potrebbe stinguersi i fiumi continuerebbe la scorrere, l'erba a crescere. Lei continua nel suo moto di produzione e distruzione indiferente a ciò che crea e ciò che distrugge. In questi dialogi leopardi da pieno sfogo al suo atteggiamento materialista significa che per lui conta solo la materia, la vita terrena, fatta di carne ossa, sofferenza e fatica. Non c'è nessun riscatto della vita terrena nell'aldila perché non c'è nessun al di la per leopardi. Un bel risultato vero che doveva diventare prete se davareta suo padre Monaldo. Un'altra opereta morale, il dialogo di torquato tasso ed il suo genio familiare, è dedicato a uno dei poeti preferiti di leopardi. Leopardi ha riempito le sue poesie concitazioni di torquato tasso e della sua gerusa lame liberata, ha dedicato a tasso due strofe nella canzone che sentito la ad Angelo Mai e ora leopardi lo inserisce tra i personaggi delle operette. Tasso era stato rinchioso per nove anni in una cella dell'ospedale di Santanna per ordine del duca di Ferrara alfonso secondo deste a causa degli squilibri psichici che aveva manifestato durante la scrittura della gerusa lame liberata. In questa cella leopardi immagina il dialogo tra il poeta e il suo genio familiare. Un'ospiritello immaginario che di tanto intanto va a visitarlo. Di che cosa parlano? Di donne, naturalmente. Di leonora, la donna ha matata tasso che il genio promette di fargli rivedere in sogno, ma ancora più bella, perché immaginata come una presenza lontana. Parlano di questa felicità che è sempre così lontana da chi la vuole provare indietro nel ricordo avanti nella speranza, ma mai che si riesca a goderne a pieno nel presente. Parlano della noia? La maledetta noia che fiacca l'animo dell'uomo molto più di qualsiasi dolore, anz' il dolore preferibile perché almeno quando si soffre non si deve sopportare il tremendo peso della noia. La felicità è anche il tema dell'operetta morale intitolata, dialogo di Federico Ruish e delle sue mummi. Federico è un oscienziato che viene svegliato nel cuore
della notte dal canto delle mumie che tiene imbalzamate nel suo studio. Gli prende quasi un colpo, chi non si spaventerebbe a sentire delle mumie che cantano insieme nell'altra stanza della casa, ma l'ho scienziato si fa coraggio, mica capita tutti i giorni di poter parlare con i morti, e dal loro scopre che la morte non è per niente un'esperienza dolorosa. Anzi è un po' come ad ormentarsi, è un languore, ed è un languore bello, piacevole, perché si affievo lì scono i sensi e viene meno finalmente quella sillo continuo di dover ricercare a tutti i costi un benessere irreggiungibile. L'infericità dell'uomo è il tema che attraversa tutte le operette, così deve essere. Lo scopo delle operette morali per le oparde è educare a questa verità, e il motivo per cui ha smesso di scrivere poesia. Ma qualcosa di diverso ogni tanto fa cabolina anche qui. Ci sono dei momenti un po' più lirici in cui la prosa diventa quasi poesia come alla fine dell'operetta che sentito la dialogo di Christofo Rocolombo e di Pietro Gutierezz, quando il navigatore genovese descrive tutti i segnali del paesaggio che annunciano l'imminente arrivo in America e fanno rinascere lì l'esperanza o come nell'operetta dal titolo e loggio degli uccelli dedicata agli uccelli che hanno a disposizione ali per attraversare chilometri e chilometri di mondo e non si annoiano mai. Loro che hanno il dono del canto è così bello sentirli cantare, pensali o parti, fanno venire voglia di imitarli, di pensare a una poesia che sumigli a un canto. Sta succedendo di nuovo qualcosa e come sempre noi lo sappiamo perché le opardi scrive tutto nell'ozibaldone. Parla di un riflesso automatico e istintivo che agisce prima ancora che la volontà lo comandi, come quando si sbattono le palpe bere perché sono state colpite da un raggio di luce, così errinata in lui la voglia di fare poesia, ancora una volta uno scarto, una contraddizione, ci porta avanti nel suo pensiero. Questo succede quando le opardi si trova a pisa, lasciato il burgo soffocante di recanati in questi anni si è spostato parecchio, è stata milano, bologna, firenze e ora pisa. Si è fatto un nome affrequentato gli ambienti che contano, ma anche li ha scoperto molta ipocrisia e conformismo. Proprio a pisa nel 1828 scrive un componimento con cui inaugura la nuova stagione poetica, si chiama appunto il risorgimento. Questa stagione dura fino al 1830. In questi due anni dal 1828, al 1830, le opardi scrive le sue poesie più famose. Sono chiamate pizano recanatesi perché sono scritte tra pisa e recanati in cui le opardi costereittà tornare per problemi di salute. Ma la critica li ha anche chiamati grandi idilli perché le opardi recupera i temi e il linguaggio dei primi idilli, quelli scritti tra il 18 e il 22. Ricordate, le opardi con un linguaggio semplice quotidiano in quei testi parlava del suo animo, dei suoi sentimenti e della sua sensibilità. Anche qui farò stesso. Solo che questi testi sono più lunghi dei precedenti, ma c'è un'importante differenza. Sono passati un po' di anni dai primi idilli, di cose ne sono successa nel pensiero di le opardi, ma la famiglia può far finta di niente, una su tutto. Ascoperto quanto profunda e dolorosa è l'infelicità dell'uomo, il passaggio dal pessimismo storico a quello cosmico. Le opardi non ritratta su questo. Accapito però che c'è spazio per l'illusione, anche dopo la filosofia delle operette. Solo sarà un'illusione più amara e disencantata. I versi di questa nuova poesia si ripopolano delle vecchie immagini, i ricordi della fanciullezza, i giorni di festa, i notturni lunaeri, le donne amate, l'amore per il vaggo e l'indefinito. Ma sono fantasmi che si agitano su quello che le opare di chiama "la cerbo vero, la maro deserto della vita, la consapevolezza che per quanto ci si possa illudere, si resta sempre, profondamente infelici". C'è un'altra importante differenza che riguarda lo stile. I primi dilli erano scritti in versi sciolti, rigordate? Per questi invece le opardi si inventa uno schema metri con nuovo che infatti prende il nome da lui, la canzone libera leopardiana. Si tratta di scrivere poesie in cui versi non più solo in decasilla, ma anche settenari, si susse buono senza uno schema preciso, senza un ordine preciso di rime. Leopardi costruisce questa nuova struttura metrica perché così può dare pieno sfogo alla ricerca della musicalità, può disporre le rime un po' come gli pare. Questa idea di una poesia che sumiglia a un canto sta prendendo sempre più corpo nella sua testa, la musica gli piaceva da morire. Possiamo immaginare che se ha avessavuto una bonamento a un servizio di musica in streaming, sarebbe stato sempre con le cuffie nelle orecchie. Una di queste nuove poesie scritte in versi liberi si chiama "le ricordanze" e parla del potere dei ricordi che si affolla nonnellamente del poeta, nell'arrivedere la casa paterna. Sono ricordi amari, se paragonati a un presente che ormai nega quelle illusioni di cui si nutrivano. In un'altra poesia, a Silvia, questa la conoscete sicuramente, scritta pochi giorni dopo il risorgimento, le opardi si concentra su un particolare ricordo, quello di una donna di cui è stato innamorato anni fa, prima che una malattia la portasse via ancora giovannissima. Ricorda il canto di questa ragazza che gli arriva a valore, chiede mentre lui era chiuso sui sui studi, ricorda le grandi speranze e illusioni di quel periodo in cui tutto era veramente possibile. Ma forse Silvia non è mesi stita, forse è sempre stato un fantasma, una fantasia creata dalla mente del poeta. Negli ultimi versi Silvia diventa il fantasma della speranza, morta anche l'aitropo presto, all'apparir del vero, dicere opardi, davanti alla consapevolezza della profonda infelicità del luomo. Per quanto il passato parli con una voce dolce e consolante e faccia muovere questi spiriti della giovventù, le opardi non può fare finta di nulla. Vedete come pesa la consapevolezza di questo acerbo vero? Come Silvia, anche altre due poesie famosissime delle opardi, la quiete dopo la tempesta e il sábato del villaggio, sono ambientate arrecanati e parlano del piacere. In entrambi le poesie le opardi riempie il paese di figure caratteristiche, ragazzi che tornano con mazzetti di fiori o vanno a prendere l'acqua, fale gnami che si mettono al lavoro, con tadini, vecchiette che parlano fra loro, ragazzi che si rincorrono, strillano e giocano in piazza. Sono immagini di una gioia leggera e condivisa, ma si tratta di una tregua momentanea, perché la felicità di cele opardi, nella quiete dopo la tempesta, è figlia della sofferenza e si prova innegativo, ma impositivo. Sentiamo che cos'è la felicità quando ci manca? Ci vuole la fine di una tempesta per essere un po' felici, ci vuole l'attenuarsi di un dolore per provare un po' di piacere, oppure nel sábato del villaggio la felicità appartiene al futuro, ma il presente. Non la possiamo raggiungere. La vigilia del giorno di festa, il sábato e il giorno dei preparativi, è un giorno spensierate all'egro, piano di vita, ma poi arriva la festa e ci resta addosso la malinconia del tempo che è passato. Allo stesso modo passiamo tutta la nostra giovventù nella tesa di diventare adulti e come vorremmo fare le cose degli adulti nei nostri giochi, quindi abbiamo di essere adulti e quando poi lo diventiamo, ci resta il rimpianto di non essere più giovani e così possiamo avere solo uno stalgia per il passato e le oparti questo se lo dice anche in un altro componimento di questo periodo che si chiama il passero solitario, oppure possiamo avere speranza per il futuro, ma la natura ci ha condannato a non essere mai soddisfatti del presente. La contorno di un pastore errante dell'Asia è la poesia più filosofica di questo periodo. Sentiamo qualche verso. Che fai tu luna in cell? Dimi che fai? Silenciosa luna. Sorgilassera e vai contemplando i deserti indietiposi? Ancorno sei tu paga di riandare i sempi terni calli. Ancorno un prendi aschivo, ancora sei vaga di mirar queste valli. Sommiglia alla tua vita alla vita del pastore. Sorgen sul primo albore, muove la greggia oltre per il campo e vede greggi fontane e derbe. Poi stanco si riposa in sulla sera, altro mai non ispera. Dimi o luna, a che vale al pastore la sua vita? La vostra vita?
a voi, dimmi o petende, questo vagarmi o preve, il tuo corso immortale. Allora, c'è questo pastore che, dalla mattina la sera, è sempre in giro con il suo greggio. Fa una vita da nomade, sempre sueggio per le valli a guardare il cielo, farsi chiaro e farsi scuro, e la luna sorgere giorno dopo giorno e illuminare le valli. Sono proprio simili questi due, il pastore e la luna, soli in cielo e in terra, e sempre il movimento. E allora pensa il pastore perché non rivolgerli qualche domanda. Ma non sono domande da poco, magari è un uomo semplice, ma non è un sprovveduto. Chi sono io? Che ci faccio qui? Perché conduco questa vita sempre avanti indietro? E ancora gli chiede della noia. Il mio greggio può riposare in tranquillità, ma se io mi fermo mi assale questa maledetta noia, e così va avanti la vita, tra momenti di noia e momenti di sofferenza, fino alla morte. E allora vale la pena vivere la. E tu luna? A che servi tu? A che serve il movimento di tutti i pianeti? Ora chi di noi sarà rispondere a queste domande? Nessuno? Nemmeno la luna. Il pastore si trova costretto a pensare che se non si può essere felici, forse sarebbe meglio non nascere, certo, a poter scegliere. Si chiude questa fase della poesia di Leopardi che abbiamo chiamato Pisano recanatese, 1828 e che ci ha regalato tra le poesie più belle della letteratura italiana. Leopardi sembra dirci che è veramente orribile, questo vero, questa infelicità se cosistano le cose. E pure sembra che leopardi ci stia dicendo anche qualcosa di più, che a questa infelicità non bisogna proprio rassegnarsi. Non lo dice in maniera diretta, dice "sì, è vero le cose stanno proprio così, ma io proprio non riesco a smettere di illudermi nonostante tutto, il vero da una parte e le illusioni dall'altra. La sua poesia vive sempre in questo contrasto". Intanto, affinalmente trovato un titolo per la sua opera, non è i dilli, non è canzoni, ma è canti. Era da tanto che gli giraventesta questa parola, come il canto degli uccelli, come il canto di silvia, come il canto del pastore, che dice cose terribili, sì, ma le dice cantando. Sotto questo titolo raccoglie tutte le poesie che ha scritto finora e sono poesia molto diverse fra loro, legate a momenti diversi della sua riflessione. Ma chiano in comune la musicalità e lirismo. La musica è dolce e potente, è vaga e può consolare. Questo libro, i canti, leopardi lo fa uscire nel 1831. È un libro di una maturità impressionante, forse il libro più importante della poesia moderna italiana. Leopardi lo pubblica a 33 anni e racconta inversi il cammino del suo pensiero. Leopardi lascia arricanati a torna a Firenze, qui stringe a amici zia con Antonio Ranieri, un giovane intellettuale e napoletano e nasce un legame fortissimo tra i due. A Firenze conosce anche una donna che si chiama "Fanni Targioni tozzetti". È bellissima, è colta e appassionata di letteratura, c'è la tutte. Leopardi, se ne è innamora subito. E questa volta non è più un amore platonico, è un amore vero, vivido, fatto di persone reali, non più di proiezioni della mente. Tanto più intensa è la passione provata per questa donna, tanto più forte sarà la dilusione nel non essere ricambiato. La storia di questo innamoramento per "Fanni Targioni tozzetti" e della successiva di "Sillusione leopardi" c'erò racconta in 5 componimenti che sono raccolti sotto il titolo di "Ciclo di Aspasia". "A spasia è l'opseudonimo che leopardi utilizza per rivolgersi a "Fanni" nell'ultimo dei componimenti. A spasia è un nome falso per nascondere l'identità della donna, ma prima era stato il nome di una cortigiana, ossia di una prostituta, una donna di corte, ateniese, non è proprio riusingiero, diciamo, utilizzarlo come "pseudonimo" per una donna di cui si è innamorati. La poesia, con cui si apre il ciclo, il pensiero dominante, ci presenta l'amore, come possibile riscatto del senso della vita, come rinascita di una grande illusione. Ma è la poesia della dilusione amorosa, quella più interessante del ciclo, si chiama "assestesso". È un testo molto breve. La tradizione lirica ci ha abituato all'idea che nella poesia è il poeta deve parlare in maniera passionata del suo sentimento. La poesia è moderna perché parla dell'assenza di sentimento. Non c'è niente al mondo a cui valga la pena passionarsi. La vita è uno sconfinato deserto di noia e di spiacere. L'unica consolazione è la morte. Le opare di questo lo scrive con uno stile secco, asciutto, opposto alla musicalità che aveva cercato nei canti pisano-recanatesi. È uno stile che nel diventare poesia sembra negare la possibilità della poesia, ancora una volta una contraddizione, un contrasto. Decide di interromper di nuovo la scrittura poetica? No, questa volta no. C'è ancora qualcosa per cui vale la pena lottare. C'è sempre qualcosa per cui vale la pena lottare. C'è un'ultima illusione. Il ciclo di aspasia entra a far parte dei canti, ma nel frattempo leopardi aveva scritto anche qualche altra opere tamorale. In una di queste intanto il dialogo di Plotino e di Porfirio, due filoso figreci, leopardi ha trovato la risposta a una delle domande che il pastore dell'Asia aveva posta la luna. Questa vita vale la pena viverla? La risposta è sì. In definitiva, vale la pena viverla. E decco che leopardi prende le distanze da uno dei temi più ricorrenti della letteratura romantica, il suicidio. Le stremo atto di volontà delle ruoi che si scontra con il mondo avverso. Di suicidice ne sono pure stati nella poesia di leopardi. L'abbiamo incontrato. Ricordate, Sappho, la poetessa greca che si uccide per amore. E sempre nelle canzoni scritte, tra il 1818 e il 22, c'era anche brutto l'assassinio di Giulio Cesare, sconfitto nella battaglia di Filippi da Ottaviano e Antonio, che nella poesia all'uid dedicata il brutto minore decide di uccidersi in nome dei valori republicani. La repubblica ha ormai giorni contati se ricordate un pola storia romana. E anche nell'ozzi Baldone, più volte leopardi, aveva difeso il suicidio, morire per liberarsi dell'infelicità. Ma adesso ha cambiato idea un altro scarto. Perché l'infelicità è la condizione di tutti gli uomini. Chi si uccide, buon per lui, ha risolto i suoi problemi, ma ha gravato l'infelicità degli altri che soffriranno ancora di più per la senza di una persona cara. Una volta presa coscienza della reale condizione dell'uomo è dai responsabili uccidersi. Si comincia a formare nella testa dell'poeta, l'idea del sollievo al dolore dato dalla comunità, della compagnia umana stretta nel dolore. Un'altra operetta scritta in questo periodo è il dialogo di Tristano e di un amico. Tristano è uno che la pensa come leopardi sull'infelicità degli uomini, ma a questo suo amico dice che ha cambiato idea, che ritratta tutto, che è d'accordo con l'ottimismo del secolo. L'ottocento lo ricordiamo è anche il secolo del positivismo, potete sentire un podcast dedicato. Tristano dice che per forza di cose il progredire della civiltà deve rendere il uomo più felice, che il mondo è effettivamente il teatro della sua felicità. Questa ritrattazione che leopardi mette in bocca a Tristano viene definita con un termine strano, palino dia, viene dal greco da palin, che è un averbio che significa di nuovo, nuovamente, e ode che è un sostantivo, che significa canto, cantare di nuovo. Tristano dice "Avevo questa idea che gli uomini sono infelici, ma ecco, ho cambiato idea, in realtà sono felici, ma nelle parole di Tristano l'amico ci sente un po' di ironia, sembra quasi che stia fingendo e in effetti è così". La sua ritrattazione, la sua palino dia era finta, era solo un modo di prendersi il gioco dei miti di questo sventurato secolo e dell'amico che se ne fa porta voce. C'eravate cascati leopardi? Non ha nessuna intenzione di abbandonare la sua filosofia del vero, di rinunciare a predicare con forza e ostinazione l'infelicità dell'uomo, denuncia le previsioni degli uomini.
uomini del suo tempo su un futuro ottimistico per quello che sono delle presuntuose stupidaggene. Ma c'è ancora un'ultima illusione che resiste. Nel 1833 si è trasferito a Napoli con Antonio Ragnieri. Le sue condizioni di salute sempre piuttosto precarie si sono aggravate. Il vulcano, il visuvio, gli spira la poesia conclusiva dei canti, la ginestra, il punto di arrivo del suo pensiero e l'ultimo testo di cui parleremo. L'arido versante del Monte Volcanico, indurito dai flutti di lava è un simbolo potente. Il simbolo della condizione dell'uomo sulla terra, quella di cui leopardi ha parlato più volte nei canti e nelle operette, una desolazione priva di ogni speranza, è la perfetta spietata, rappresentazione del vero e pure qualcosa ci cresce in questa terra arida e dura. È la ginestra che dai il titolo alla poesia che colora col giallo dei suoi fiori, la distesa di grigia pietra vulcanica e dai suoi cespugli sparge il suo dorre tutti intorno. La vita dell'uomo è un po' come questo fiori, abbandonato dalla natura, all'infelicità, dalla nascita, fino alla morte. Come questi cespugli saranno un giorno travolti dalla lava terminatrice, così anche l'uomo sarà travolto dalla morte che lo attende alla fine del suo cammino, che cos'è un fiori davanti all'immensa forza della montagna. Nulla, come l'uomo, davanti all'inevitabilità del suo destino. Ma come la ginestra, l'uomo questa vita deve vivarla. Le opardi la aveva già detto nel dialogo di Plutino e Porfirio, deve vivarla senza abbandonarsi a falsie illusioni, all'ingemu ottimismo dell'epoca, all'inganni del progresso tecnologico, alle facili consolazioni dello spiritualismo religioso. Suttutto questo ci abbiamo già riso sopra. Deve vivarla fino in fondo questa vita con il coraggio di guardare in faccia il destino avverso, resistendo con lucida consapevolezza. Questa forza, questa tenaccia, simboleggia il fiori della ginestra, che si ostina a crescere su questo terreno arido nemico della vita. Butta mi addosso tutta la lava che vuoi, Vesuvio, dice la ginestra. Ma io continuerò a spargerti intorno i miei cespugli. La vita dell'uomo è un fiorre nel deserto e l'uomo non è solo dicere opardi e qui stà l'ultima svolta del suo pensiero. È possibile una forma di progresso in che modo? Se gli uomini davvero prendessero coscienza della loro tragica condizione, piuttosto che combattersi l'un l'altro come hanno sempre fatto e fanno, si uniré vero contro il nemico comune. La natura. Questa consapevolezza li spingerebbe non a soprafarsi, ma da aiutarsi, a sostenersi a vicenda, a costruire una società basata su una fraterna collaborazione, magari non felice, ma più giusta, e sarebbe una giustizia honesta, reale e umana. Questo è l'ultimo messaggio che ci lascia le opardi prima di morire il 14 giugno 1837 a 39 anni. La luna che ci ha accompagnato in questo percorso nel suo pensiero e nella sua poesia è tramontata. Sulle opardi si è espresso più o meno in questi termini uno dei critici più importanti della nostra letteratura, Francesco Desantis. Per quanto si possa chiamarlo pessimista? Per quanto sconsolante e impietoso il suo sguardo possa essere sulla nostra vita, dice, le opardi non si arrende mai alla negatività del suo pensiero. C'è sempre un resto, qualcosa che rimane fuori, un'ultima illusione che ci fa desiderare il contrario di quello che dice. Se parla di fine della speranza, le opardi ci fa sperare più forte che mai che non sia così. Se parla di infelicità ci fa sentire più che mai attaccati al bisogno di felicità. C'è una potenza enorme che si sprigiona dal lurto delle contraddizioni attraverso qui si muove il suo pensiero. E questo che arrende la sua poesia così moderna. E per questo che la sua voce ci parla in maniera così chiara attraverso i secoli che ci separano da lui. Le opardi non chiude, non chiude mai. Mette sempre in discussione tutto e lo fa con grande honesta intellettuale. E che cosa è questo metter in discussione se non sperare che le cose possano essere diverse da come sono? Anche se ce lo dice negando la possibilità di sperare che saranno diverse, ma ce lo lascia la speranza. Alla fine dopo che leggiamo le poesie le operete delle opardi, persino il suo azibaldone, ci resta la speranza. Non possiamo dire che non è vero. La sua voce ci rimane dentro. Non possiamo fare finta di non averla scoltata. Continua a girare nella nostra testa come il suo pastore per le immense pianure dell'Asia. E ci dice che un senso della vita non lo troveremo mai probabilmente, ma vale la pena cercarlo. Maturadio è un progetto di podcast didattici per la maturità promosso dal Ministero dell'istruzione con la collaborazione di Radio 3 e 3cc, supervisione di datica cura di Loudness, ideazione di Christian Raimo. La sigla di Maturadio è di Teoteardo.
Podcast Summary
Key Points:
Giacomo Leopardi nasce nel 1798 a Recanati, in un ambiente provinciale e culturalmente arretrato, sviluppando precocemente un'intelligenza straordinaria e una vasta erudizione attraverso lo studio solitario.
La sua produzione poetica si divide inizialmente in due filoni
Leopardi elabora una filosofia personale, documentata nello "Zibaldone", incentrata sulla "teoria del piacere": l'uomo ha un desiderio infinito di felicità, ma i piaceri reali sono finiti, portando all'infelicità. L'immaginazione, capacità di creare illusioni vaghe e indefinite, è vista come un rimedio, tipico degli antichi, perduto dai moderni schiavi della ragione e del progresso.
Opere come "L'infinito" (1819) incarnano questa ricerca, mostrando come la limitazione sensoriale (es. una siepe) possa innescare un viaggio immaginativo verso spazi sconfinati, dove il "naufragio" nella vastità diventa un'esperienza dolce e liberatoria.
Summary:
Giacomo Leopardi, nato a Recanati nel 1798, è un poeta che sin dalla giovane età dimostra un ingegno prodigioso, formandosi da autodidatta nella ricca biblioteca paterna in un ambiente provinciale che percepisce come soffocante. La sua prima produzione poetica (1818-1822) si articola in due direzioni: le "Canzoni", di impegno civile e stile classicista, che denunciano la decadenza italiana e esprimono un eroismo titanico; e gli "Idilli", come "L'infinito", componimenti più brevi e personali che, attraverso un linguaggio più semplice, esplorano temi romantici come la malinconia, lo scorrere del tempo e la contemplazione della natura. Parallelamente, Leopardi sviluppa un pensiero filosofico originale, raccolto nello "Zibaldone".
Al centro vi è la "teoria del piacere": l'uomo è per natura insoddisfatto perché il suo desiderio di felicità è infinito, mentre i piaceri concreti sono limitati. Contro questa infelicità, l'immaginazione rappresenta l'unico conforto, poiché permette di creare illusioni vaghe e indefinite, simili al desiderio stesso. Leopardi contrappone la capacità immaginativa degli antichi, che li rendeva più felici, alla razionalità dei moderni, che ha spogliato il mondo della bellezza e delle illusioni.
La sua poesia diventa così il luogo dove cercare, attraverso il "naufragio" in spazi immaginativi sconfinati, una dolce evasione dalla realtà limitata.
FAQs
Giacomo Leopardi è un poeta italiano nato nel 1798 a Recanati, noto per la sua profonda riflessione sull'infelicità umana e la condizione esistenziale. La sua poesia esplora temi come la malinconia, il desiderio di infinito e il contrasto tra antichi e moderni, influenzando profondamente la letteratura italiana.
Le 'Canzoni' sono poesie civili di Leopardi, scritte in stile classicheggiante, che trattano temi politici e l'eroismo individuale. Gli 'Idilli' sono componimenti più brevi e intimi, con linguaggio semplice, che esplorano sentimenti personali come la malinconia e la bellezza della natura.
Lo 'Zibaldone' è una raccolta di appunti e riflessioni di Leopardi su lingua, società, poesia e filosofia. Funge da laboratorio del suo pensiero, documentando lo sviluppo intellettuale del poeta e le sue idee sulla felicità, l'immaginazione e il piacere.
La teoria del piacere di Leopardi sostiene che l'uomo nasce con un bisogno infinito di felicità, ma i piaceri reali sono limitati e finiti. Ciò rende l'essere umano insoddisfatto per natura, se non ricorre all'immaginazione per creare illusioni che colmino questo vuoto.
'L'infinito' esplora il potere dell'immaginazione di superare i limiti fisici, come una siepe, per accedere a spazi e silenzi sovrumani. Il poeta descrive un 'naufragio' dolce nell'immensità, simbolizzando la bellezza del vago e indefinito come fonte di consolazione.
Leopardi ritiene che gli antichi fossero più felici, capaci di illudersi grazie all'immaginazione, mentre i moderni sono infelici perché schiavi della ragione e del progresso, privi di illusioni. Questa visione emerge nelle sue opere, come nel 'Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica'.
Chat with AI
Loading...
Pro features
Go deeper with this episode
Unlock creator-grade tools that turn any transcript into show notes and subtitle files.