695| Guarire i traumi infantili per migliorare la vita adulta
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Il contenuto esplora come le esperienze traumatiche o emotivamente carenti dell'infanzia lascino un'impronta duratura nella vita adulta. Non si tratta solo di ricordi nitidi, ma spesso di un'eredità di strategie di sopravvivenza (come iper-vigilanza, chiusura emotiva, compiacenza o bisogno di controllo) che, sebbene utili in passato, diventano disfunzionali in contesti relazionali sicuri. Il trauma modifica lo sviluppo psicologico, lasciando un'eco di reazioni automatiche e sensazioni corporee che si riattivano quando stimoli presenti rievocano le ferite passate. La guarigione non consiste nel cancellare queste esperienze formative, ma in un percorso di integrazione. Questo processo si articola in tre movimenti: dare un nome e riconoscere l'impatto delle ferite, costruire una capacità di regolazione emotiva che permetta di sentire senza essere travolti e, infine, sperimentare relazioni riparative (in terapia o in legami significativi) basate su affidabilità e sicurezza emotiva, dove sia possibile essere sé stessi senza paura.
A volte la vita adulta sembra piena di cortocirquiti. Non quelli evidenti, quelli che si spiegano con una giornata storta o con un periodo faticooso. Parliamo di reazioni che arrivano prima di noi, un allarme interno che si accende dentro di noi, il bisogno di controllare tutto quando le cose finalmente si calmano, oppure la sensazione di dover meritare l'amore anche nelle relazioni più sicure. E non finisce qui perché ci sono anche i vuoti, in momenti in cui non sentiamo quasi nulla, come se il corpo fosse presente, ma l'esperienza interna, quella psichica ed emotiva, fosse distante e dovattata. E lì molte persone si fanno una domanda esistenziale, perché anche adesso che sono adulto, che sono diventato grande, continua a reagire in questo modo. È un interrogativo che nesco una crisi, perché porta con sé un equivo co. L'idea che crescere, che diventare grandi, significa automaticamente superare i nostri problemi di quando eravamo piccoli. In realtà però non è così e molte ferite dell'infanzia restano dentro di noi, perché quello è il tempo in cui abbiamo imparato come stare al mondo, abbiamo imparato cosa aspettarci dalle relazioni, come gestire la paure e la vergogna, cosa succede quando chiediamo aiuto, oppure quando possiamo essere sicuri nel mostrarci vulnerabili. E quando quella prendimento avviene in un contesto instabile, duro o emotivamente voto, ma nostra mente faccio che saffare meglio, costruisce delle strategie di sopravvivenza che rimangono anche quando non ne avremo più bisogno. Salver tutti e benvenuti o bentornati su, fatti di mente. Io sono l'oppsicologo clinico gui al Mopetsillo e oggi vi accompagnerò in questo viaggio all'interno delle nostre ferite dell'infanzia e di come rimangono all'interno della nostra vita adulta. Prima di continuare vi ricordo di lasciare un follo al podcast e di seguirci se non volete perdere i prossimi episodi che escono dal NMD al mener di alle ore 6 del mattino. Detto ciò dire che possiamo iniziare. Quando parliamo di un trauma infantile spesso la nostra immaginazione corre subito verso degli eventi estremi, pensiamo alla violenza, all'abuso, a degli incidenti o anche a diluttio delle perdite devastanti. Questi, ovviamente, esistono e possono lasciare delle tracce profondissime a volte anche indelebili, ma il trauma, specie quando parliamo di un trauma che riguarda l'infanzia, non è soltanto una lista di accadimenti, di cose che ci sono successi e anche un'esperienza che supera la capacità del bambino di regolare quello che sta provando e lo costringe ad adattarsi in fretta da solo. È questo che rende il trauma una cosa così impattante e una cosa così viva, così dinamicamente presente nella nostra vita. Non soltanto l'evento, ciò che ha caduto, ciò che è successo, ma il modo in cui quel cosa ha cambiato il nostro funzionamento. Il trauma, infatti, cambia il nostro sviluppo, crea nuove linee, nuove dire amazioni che ci fanno essere i modi diversi rispetto a i modi che avremmo avuto se non ci fosse lo stati questi eventi traumatici. Per capire questa meccanica proviamo a pensare all'ecco del trauma. C'è un evento traumatico e poi c'è un ecco rispetto a quel evento traumatico, l'ecco è ciò che resta dopo. Facciamo l'esempio di un bambino che cresce in un clima imprevedibile e che quindi può diventare bravissimo a prevedere gli altri. Oppure un bambino che viene sminuito quando piange che può imparare che sentire le emozioni e pericoloso e che mostrarsi vulnerabile non è una cosa accettabile. O anche un bambino che deve sostenere un adulto fragile che può imparare presto a non avere bisogno a avergogniarsere. Cioè un bambino che si adultizza molto precocemente. Ovviamente quando noi stiamo vivendo queste cose non facciamo delle scelte consapevoli. Troviamo in modo automatico delle modalità per proteggerci, per sopravvivere in quell'ambiente così critico o in quelle situazioni così complicate. Il punto fondamentale però è che queste strategie una volta imparate non spariscono quando cambiano le condizioni esterne, restano internamente, restano dentro di noi come un sistema automatico e spesso funzionano anche bene per molti anni. Chi ha imparato, per esempio, a compiacere gli altri può essere visto socialmente come una persona gentile, affidabile, una persona che c'è sempre, che è sempre presente. Chi ha imparato a controllare tutto può diventare competente, organizzato brillante e efficiente oppure chi ha imparato a non sentire le emozioni può apparire come forte, razionale, dighiaccio ovviamente quando serve c'è una persona che riesce a controllare sui impulsi e le semmozioni e che quindi ha delle performance migliori. E per questo che il trauma infantile tante volte non sembra neanche un trauma. Sembra la personalità del bambino o dell'adulto. Sembra un tipo di carattere. Sembra che quella persona sia fatta semplicemente così. Soltanto che poi andranno avanti crescendo sviluppandosi tutto questo a un prezzo. A un costo, un costo che ritroviamo all'interno delle relazioni e nei momenti in cui la vita ci chiede qualcosa di diverso dal suo pravvivere. Perciò, quello che ha salvato un bambino e in un certo arco temporale non è sempre quello che fa vivere bene quel bambino quando poi diverrà un adulto. La nostra infancia è un periodo cruciale. Questo lo sappiamo perfettamente. Ciò che avviene nei primissimi anni di vita ci segna, traccia come dicevamo prima delle diramazioni di sviluppa. Ma l'infancia non ci insegna solo cosa a pensare. Ci insegna cosa a spettarci e le aspettative profonde sono delle sensazioni, non solo dei pensieri. Sono quel senso di allarme che compare senza motivo o quella vergogna che sembra di base o anche la convenzione che la calma sia solo la pausa prima della tempesta. È un sistema che abbiamo sviluppato che si allena a reagire in anticipo ad alcune situazioni e venti trigger. Gli venti trigger sono quelli che nescano delle relazioni particolari dentro di noi. Se abbiamo avuto un incidente d'auto, poi ci rimettiamo alla guida e ogni volta che vediamo una macchina rossa, proviamo una fortangoscia, quella macchina rossa sarà un nescon trigger che fa partire noi una certa reazione emotiva che in questo caso si lega al nostro incidente. Giunti a questo punto dobbiamo fare un'altra distinzione importantissima. Una distinzione che abbiamo più volte trattato qui, soffativamente, è che quindi faremo in questo momento in modo molto sintetico. Dobbiamo cerire che a volte rispetto agli eventi traumatici non c'è un ricordo chiaro. Come probabilmente sappiamo, la memoria non è soltanto un archivio di raccunti ed esperienze. Ci sono diverse memorie, diverse tipologie di memoria, un'una lavora, a decompiti specifici e soprattutto la nostra memoria riorganizza le cose. È ricostruttiva, le rimetti in un certo ordine temporale, le rinarra e le ricolo ca all'interno della nostra linea temporale. E questa è una memoria che organizza, c'è poi una memoria che reagisce, cioè che riconosce segnali, li associ al pericolo e attiva il nostro corpo, come nell'esempio di prima, dell'incidente stradale. I molti storie traumatiche, soprattutto se l'esperienze è stata ripetuta o è avvenuta quando eravamo molto piccoli, ciò che resta dentro di noi di quella esperienza non è un film completo dell'evento, resta un repertório di reazioni. E come se il passato non tornasse come una narrazione ma come un clima emotivo. Di fronte al trauma noi sperimentiamo molto spesso questo. Quando siamo di nuovo ritramatizzati da un evento, uno stimolo o una situazione che ci ricorda una brutta situazione del passato, non è che si riattiva in noi quella scena nella sua complettezza. Si riattiva a quelle clima emotivo, quelle emozioni, quelle sensazioni che noi abbiamo vissuto quando c'era questo evento traumatico. Per questo guarire non può significare soltanto capire di più quello che abbiamo vissuto o ricordarlo meglio. Guardire diventa un lavoro di integrazione, che necessita di trasformare ciò che è rimasto allo stato di allarme in quale cosa che può essere sentito e pensato senza essere travolgente. E soprattutto consiste nelle riuscite.
portare nel presente la possibilità di scegliere. Elli Smith Miller nel suo libro "Il Drama del Bambino Dotato" parla proprio di questo. Si rende conto di come nella sua esperienza clinica, come Terapeuta, molto spesso è la possibilità da parte del paziente di dare uno spazio interno in cui sperimentare quelle emozione che da bambino non poteva sperimentare a fare la differenza e ad dare a vio a un vero processo di trasformazione, di integrazione e dunque di guarigione. Quindi, solo se la persona riesce a vivere quelle emozione che era proibita, quella sensazione, quel fastidio anche associata al trauma, si può poi iniziare un percorso, un'evoluzione, una metamorfosi, ma tornando a noi. Quando sperimentiamo questi episodi traumatici, poi da adulti tendono a ripresentarsi in forme ricorrenti che sono diverse. La prima è "li per allerta", è quella sensazione di essere sempre un po' tesi, di essere pronti a reagire, intervenire, a prevenire, a evitare le rore, a leggere l'umore degli altri. È un qualcosa che rimane dentro di noi, che ci fa rimanere sempre intenzione, sempre predisposti. E nelle relazioni "li per allerta" si trasforma facilmente in hyper sensibilità, ogni distanza diventa un segnale e ogni silenzio, un presaggio di una catastrophe. Pensiamo a un bambino che, quando era piccolo, aspereimentato un imprevedibilità della madre. E poi quella madre lo abbandonato. Quando sarà adulto, avrà la stessa sensazione con le sue partner. Ogni quel volta ci sarà un qualcosa di strano, magari è un momento no per la partner, quindi si comporte in modo meno affettoso, ecco quel bambino, risparimenterà quella abbandono e avrà paura che possa accadere la stessa identica cosa. Ovviamente reagirà in modo molto forte, sarà molto attivato e questo potrà avere un forte impatto sulla relazione stessa. E magari questa reazione data dall'iper allerta potrà portare la nostra seconda strategia che è il congelamento o la chiusura. Quando questa attenzione interne troppo forte, una strategia di sopravvivenza è spegnersi. Se la corrente in quel momento elettrica è troppo intensa l'unico sistema che abbiamo è spegnere tutto, perché altrimenti si brucerebbe tutto. Un po' quello che facciamo durante un forte temporale, magari stacchiamo in nostre elettro domestici, dalle prese perché abbiamo paura che possano avere delle problematiche. Ecco, la stessa cosa viene con questo congelamento o con questa chiusura ci scolleghiamo emotivamente da quella situazione. E in questo modo ci sentiamo distanti, intorpediti come se l'esperienza passasse attraverso un vetro paco che non ci consente di stare davvero a contatto con quello che stiamo provando. Questo è un modo per proteggersi dalla possibilità di essere feriti. Immaginiamo la così, come se la nostra testa potesse parlare il nostro organismo, se preferite, e ci dice se in quel momento, se io non sento nulla non posso nia anche soffrire, quindi mi congelo emotivamente in modo tale da proteggermi da un eventuale pericolo. C'è poi una terza strategia che è la compiacenza, è il bisogno di mantenere l'altro sereno di evitare conflitti. Magari da bambini in famiglia facevamo proprio questo perché abbiamo imparato che la nostra sicurezza dipendeva dall'umore altrui. In queste storie dire di no non è semplicemente olimite, è orrischio. Immaginiamo la storia di due fratelli. Questi due fratelli sono figli di un padre con un disturbo da uso di sostanze, in particolare in questo caso un disturbo da uso di sostanze dove il padre beve continuamente. Ecco, questi due fratelli riportano due storie completamente diverse. Uno quando era piccolo era picciato dal padre, perché ogni volta che il padre chi diceva qualcosa lui si opponeva. L'altro invece non è mai stato toccatto fisicamente perché ogni volta che il padre chi diceva qualcosa anche quando era alterato lui diceva sempre di sì perché aveva paura di essere menato e allora tendeva ad acconsentire a tutto. Ecco questo fratello che acconsentiva a tutto, che chiameremo così per dire Mario ha imparato da piccolo che per essere sicuro per stare bene deve dire di sì. E allora da adulto Mario continuerà a vivere con questa forma di accondiscendenza con una gentilezza che però lo stanca una disponibilità che lo stero dando, una paura che sottende il fatto che quando è una consente o è in pericolo o delude qualcuno. C'è poi una quarta strategia che è il controllo quando la nostra vita è stata imprevedibile controllare divento modo per non sentirsi in balia del caso. Un controllo può assumere tanti volte, può sfocciare nel perfezionismo, nella rilidità, nel bisogno di capire tutto, nella ricerca ossessiva di spiegazioni ma anche nella difficoltà a tollerare l'incertezza. Queste strategie di cui abbiamo parlato non restano isolate, si interciano con la costruzione dell'identità, cioè con il modo in cui noi ci guardiamo da dentro. E compagliano all'interno di diversi pensieri, quei pensieri che ci fanno dire che siamo sbagliati, che dobbiamo farci perdonare, che se mi avvicino a qualcuno emotivamente poi rimango del uso, rimango ferito, oppure quel pensiero che ci dice che se mi mostro perché sono davvero non posso piacere all'altro, o anche quando pensiamo di non valere abbastanza. È importante dire una cosa su questo. Queste frasi, questi pensieri non nascono perché manca dell'autostima in noi, nascono perché in un certo momento del nostro sviluppo il mammino ha dovuto trovare una spiegazione. E spesso la spiegazione più disponibile è la più crudelle. Se chi dovrebbe proteggermi, non mi protegge, allora il problema sono io. Se chi dovrebbe vedermi emotivamente, non mi vede, allora non merito attenzione. È una logica infantile ma potentissima che può restare attiva dentro di noi per decenni. Questa è una cosa che il bambino fa molto spesso. Se non riesce a trovare la causa a un problema o a un fatto, la ricerca dentro di sé. Pensiamo a quei casi in cui un genitore viene arrestato e l'altro genitore non dice la verità al bambino. E gli dice magari che il padre o la madre è andato a lavorare per due anni all'estro o inventa qualche altra scusa. Molto spesso il bambino pensa che quel genitore se ne andato per colpa sua. Perché ha fatto qualcosa di sbagliato, perché ha sbagliato qualcosa e allora il genitore è andato via. E anche se poi da adulto razionalizza e realizza che così non è stato quella dinamica emotiva, quel pensiero rimane internamente e ci si sente colpevoli di aver causato un qualcosa a una persona che è andata via per colpa nostra. Nel viaggio del trauma poi è impossibile non nominare il corpo, perché il trauma non è soltanto un racconto mentale, un racconto psichico. E anche un modo in cui il nostro sistema nervoso impara a stare nel mondo. Se l'allarme è stato frequente quando eravamo piccoli, il corpo può restare tarato su livello alto di tensione, ma anche di requitezza, di insogna o di fatica. Non sempre c'è un disturbo definito ben visibile, ma c'è un organismo che ha imparato a funzionare in modalità d'emergenza. E un organismo in emergenza può diventare molto bravo a produrre risultati, ma poco bravo a produrre ben essere. Ora, se noi consideriamo tutti questi elementi da un certo punto di vista, potrebbe arrivare una "crude ed dura obiezione". E cioè qualcuno potrebbe dire, ma allora siamo condannati, la nostra infancia è il nostro destino. E' de qui che invece bisogna rispondere e bisogna anche uscire d'alcune illusioni. E bisogna parlare della guarigione, e di tutto ciò che ruota intorno a questa parola eroniamente. C'è una prima illusione diremo romantica che si lega a questo concetto. E questa illusione ci dice che guarire è qui vale a cancellare. Un pensiero per cui noi possiamo prendere ciò che c'è successo, possiamo prendere il nostro passato, farlo sparire e lasciarci nel vissuto di un presente perfetto. Sfortunatamente, o fortunatamente le cose non stanno così, non funzioniamo così. L'esperienza è formative, nel bene o nel male non si cancellano, ma si trasformano nel modo in cui vengono integrate. La seconde illusione è piuttosto cinica, cioè se certe cose sono state imparate presto, allora non si è.
non c'è più possibilità di modificarli. Anche questo non è vero, ciò che cambia quando un percorso è davvero riparativo non è la sensa di ferite, e la perdita di potere che quelle ferite hanno sorpresente. Se in un primo momento, senza un percorso, quelle ferite ci sono e hanno un impatto cento sulle scelte quotidiane della nostra vita, magari dopo un percorso sempre consigliato un percorso terapetico, in caso di questi trami specie percocci, hanno se un impatto, ma magari quali impatto non è più di cento, sarà di 30, di 40, di 20 o di 60, insomma, c'è un lavoro di integrazione. E allora qualcuno di voi potrebbe chiedersi, ma se la guarigione non è questo, in questo senso guarire che cos'è? Beh, in questa ottica guarire assomiglia attrae movimenti che si interciano. Il primo movimento consiste nel dare un nome una forma, il secondo nel costruire una regolazione diversa e il terzo movimento invece è un movimento relazionale, ma andiamo per gradi e vediamole una la volta. Abbiamo detto che il primo movimento è dare nome e form. Molte persone crescono normalizzando ciò che non può essere normalizzato. Pensano e si dicono che era solo momento, che capitava, che erano cose di famiglia, o che non erano cose così grave. Bisogna invece dare forma. Dare forma non vuol dire accusare o riscrivere il passato con odio. Significa riconoscere che qualcosa ha lasciato n'impronte noi e che quell'impronta oggi ha una voce, un ospazio, che sta avendo un impatto sulla nostra vita. E significa anche riconoscere che sì ci possono essere state delle cose molto gravi ma che non era colpa nostra. Quando un'esperienza viene nominata con precisione piano piano per della sua forza, perché è più riconoscibile e quando noi riusciamo a nominare una cosa che abbiamo vissuto che proviamo riusciamo anche ad essere più a contatto e quindi a consentirci quello spazio di cui parlava Alice Miller che ci tavamo prima. Un ospazio per vivere un'emozione prohibita che è solo da può essere stata vissuta perde la sua forza. Il secondo movimento, come stavamo dicendo poco fa, è quello di costruire una regolazione diversa. Non nel senso che dobbiamo sempre calmarci, ma nel senso di ampliare lo spazio interno in cui le emozioni possono esistere senza mandarci completamente in tilt. Se per anni la nostra unica reazione è stata quella dell'ipera l'erta o del congelamento, un lavoro riparativo spesso crea una terza via. Quella di riuscire a rimanere presenti mentre stiamo sentendo qualcosa. Badate bene che questa è una cosa difficilissima, è anche una cosa enorme, una riconquista vitale incredibile perché è proprio in questo spazio che ritorna la nostra libertà di essere quello che si ha. Il terzo movimento invece è relazionale. Questo è la parte più difficile da spiegare e spesso la più vera. Molte ferite infantili sono nati in relazione e si riparano in relazione. Certo, ciò non vuol dire che basta mare qualcuno per superare qualcosa, ma quello di cui abbiamo bisogno molto spesso è di poter sperimentare delle relazioni riparative. Cosa significa? Significa che ci serve un'esperienza ripetuta di affidabilità, di riconoscimento e di sicurezza emotiva. Interapia, questo può avvenire dentro una relazione clinica dove sperimentiamo la presenza dell'altro come affidabile, come emotivamente disponibile, come attento alle nostre esigenze. Nella vita può avvenire anche i legami significativi, penso ad esempio alle gamie di copia, ma anche alle gamie amicali, ma per finnere del tipo di relazione, il cuore e lo stesso, sperimentare che possiamo essere visti senza essere schiacciati, che possiamo esistere senza compiacere, che possiamo sbagliare senza essere agnientati. Respetta questo visto che abbiamo citato il percorso terapetico o corre fare anche un altro chiarimento. Quando parliamo di percorsi che le inici esistono molto estrale. Onn'una ha le sue modalità e i suoi funzionamenti, alcune lavorano in modo più diretto sui ricordi e sulle tracce traumatiche, altre lavorano si patterne nazionali e sugli schemm interni, altre ancora integrano più, esplicitamente il lavoro sul corpo, penso ad esempio tutto il filone delle terapie bio-nargetiche. Quello che però importante capire sapere che non c'è una terapia magica buona per tutti. E soprattutto non c'è un'unica definizione di successo. Per alcune persone il cambiamento si vede nel fatto che le crisi diventano meno frequenti e meno intense, per altre nel fatto che riescono a restare in una relazione e senza fuggire, per altre ancora nel fatto che smettano di vivere come se dovessero sempre dimostrare qualcosa. Noi siamo tutti diversi, abbiamo vissuto esperienze diverse, con emozioni diverse e quindi i esiti saranno diversi. E quindi ognuno potrà trovare un tipo di approccio terapetico più o meno adatto per le sue esigenze individuali e soggettiva. Un'altra cosa che dobbiamo chiarire un equivo, una cosa che spesso viene frentesa è che capire razionalmente la propria storia può essere sì un passaggio importante, ma da solo non ci basta per cambiare, per sciogliere questi pattern e questi automatismi. Perché l'automatismo non è un'idea sbagliata. È un apparendimento profondo e come se noi avessimo costruito una strada a cogiani, anche quando capiamo che ci portano il posto sbagliato noi tendiamo comunque inconsciamente a imboccare quella strada. La riparazione, allora, consiste proprio nel costruire strade alternative a abbastanza praticabili da diventare reali. Il capire razionalmente non basta noi possiamo anche capire che un certo tipo di evento è stato problematico, è stato grave, è stato traumatico, possiamo capire le motivazioni per cui oggi ci comportiamo in un certo modo, ma se non riusciamo a integrare questa comprensione con una comprensione di una sensazione emotiva, beh, non possiamo fare completamente questo percorso. Un altro equivo coinportante da smentire è il fatto che per guairse serve a ricordare tutto. Non è così. A volte i ricordi sono frammentati, a volte mancano, a volte sono confusi, ma questo non è una prova che non sia successo niente. È un modo in cui noi abbiamo gestito quella situazione che era troppo forte. Il lavoro, anche concentrarsi sul presente, sulle reazioni, sui vissuti, sui meccanismi con cui ci si protegge oggi, perché spesso il cuore del problema non è solo il passato. È il fatto che quel passato continua a organizzare il nostro presente. I studi neuroscientifici, ce lo dicono benissimo. Questi studi ci mostrano incredibilmente come il nostro cervello, viva il passato traumatico, come se fosse presente, cioè a livello di attivazione cerebrale il trauma viene vissuto dal cervello, come se fosse qui e ora. E finché questo accade, ovviamente, e capiamo che quel passato non è un vero passato. Dunque, in questo processo è richiesto il lavoro faticooso, che però ci porta davvero a riscoprirci e a vivere senza catene o comunque con delle catene che magari in alcuni casi ci limitano, ma in altri ci rendono un po' più libero. E quando questa organizzazione cominci a cambiare, succedono diverse cose. In particolare diminuisce la vergogna e aumentano altre spinte, c'è un movimento interno diverso. Per cui magari passiamo da un sono fatto così, a un mi succede questo. In questo passaggio c'è una grande differenza. C'è una parte di questo processo perché il pensare che sono fatto così, che ho avvissuto questo e quindi non posso cambiarlo è un movimento di giusura. Mentre pensare, sentire che mi succede questo, ma io non sono quello che mi succede, è un movimento di apertura, un movimento che apre la possibilità che quello, quello che stiamo vivendo che sperimentiamo le nostre reazioni non siano parte della nostra identità perché siamo fatti così, ma siano parte della nostra storia. E questa storia può evolvere anzi lo fa continuamente giorno dopo giorno. Nelle persone che hanno vissuto trauma infantili, uno dei passaggi più profondi è spesso proprio questo, smettere di trattarsi come se dovessero meritare la proposistenza, come se fossero i colpevoli, perché l'infanzia difficile insegna molti modi differenti che l'amore è condizionato. E l'adulto, senza corgersene, continua a vivere come se ci fosse sempre un esame da sostenere e smettere di vivere secondo questa logica del esame, del dover dimostrare qualcosa, significa poter uscire dalla logica della sopravvivenza e cominciare lentamente a scegliere anche sulla base del nostro desiderio, non solo sulla base della paura. Una piccola cosa che possiamo iniziare a fare, che può iniziare a aprire un po' di più in questo percorso, allora fosse una necessità, appunto, quella di cambiare, di fare un percorso
e quella di chiedersi o alcune cose. Per esempio, quando nella vita adulta ci accorgiamo, sentiamo qualcosa come sproporzionato. Faccio qualche esempio giusto per sentiamo una gelosia enorme con il nostro o la nostra partner, oppure sentiamo un fortissimo bisogno di controllo, o ci blocciamo improvvisamente, o anche sperimentiamo un senso di colpa in motivato. Beh possiamo chiedersci, ma questa reazione che non sento veramente mia, che non sento legata qui al presente alla persona verso cui è direzionata, questa reazione da cosa mi sta proteggendo, da quale pericolo antico sta cercando di salvare? O anche prima di farci queste domande possiamo chiedersci, ma questa reazione riguarda veramente la persona qui è rivolta o riguarda me il mio passato. A volte la nostra riparazione cominci a proprio da qui, nel momento in cui smettiamo di trattare quelle reazioni come difetti da eliminare e iniziamo invece a concepirli come messaggi, come indizi rispetto a una storia che abbiamo vissuto e rispetto a modo di funzionare che un tempo ha fatto il possibile per farci sopravvivere e che a merza perché eravamo inseriti in un certo tipo di contesto che non è più quello che viviamo oggi e questo ci aiuta perché ci consente di non essere più bloccati nel passato e di riportarci nel presente, consentendoci di sperimentare la possibilità che oggi non dobbiamo più sopravvivere a ogni costo. Possiamo ritrovarci, iniziare a coesistere, a sentire e a superare quello che abbiamo sperimentato e a capire, i siamo, cosa vogliamo, cosa c'è di diverso in noi rispetto al modo in cui automaticamente siamo portati a reagire. Il nostro viaggio all'interno del guarire i tromi infantili per migliorare la vita adulta per oggi termina qui. Vi ringrazio molto per l'ascolto, se l'episodio vi è piaciuto e ovvi a stimulato, lasciate pure una recensione a 5 stelline per supportare effettivamente, vi ricordo anche che è appena uscito il mio primo libro "L'era dell'Anzia perché siamo tutti i preanziosi". Edito d'Abecoggiallo, lo potete acquistare e liberri a fisicamente o ordinare la vostra copiola in sul vostro sito preferito, siamo anche su Instagram, cercate "fatti, tritino basso, di tritino basso" mente, grazie ancora per l'ascolto e noi ci sentiamo come al solito do animatina le ore 6 con il nuovo episodio. Ciao!
Podcast Summary
Key Points:
Le ferite emotive dell'infanzia, spesso originate in contesti instabili, persistono nell'età adulta sotto forma di strategie di sopravvivenza automatiche (iper-allerta, congelamento, compiacenza, controllo).
Il trauma infantile non è solo l'evento in sé, ma il modo in cui altera lo sviluppo, creando un'eco di reazioni emotive e sensazioni corporee che si riattivano nel presente.
La guarigione non è cancellare il passato, ma un processo di integrazione che passa attraverso il dare un nome all'esperienza, costruire una regolazione emotiva diversa e vivere relazioni riparative.
Summary:
Il contenuto esplora come le esperienze traumatiche o emotivamente carenti dell'infanzia lascino un'impronta duratura nella vita adulta. Non si tratta solo di ricordi nitidi, ma spesso di un'eredità di strategie di sopravvivenza (come iper-vigilanza, chiusura emotiva, compiacenza o bisogno di controllo) che, sebbene utili in passato, diventano disfunzionali in contesti relazionali sicuri. Il trauma modifica lo sviluppo psicologico, lasciando un'eco di reazioni automatiche e sensazioni corporee che si riattivano quando stimoli presenti rievocano le ferite passate.
La guarigione non consiste nel cancellare queste esperienze formative, ma in un percorso di integrazione. Questo processo si articola in tre movimenti: dare un nome e riconoscere l'impatto delle ferite, costruire una capacità di regolazione emotiva che permetta di sentire senza essere travolti e, infine, sperimentare relazioni riparative (in terapia o in legami significativi) basate su affidabilità e sicurezza emotiva, dove sia possibile essere sé stessi senza paura.
FAQs
Le ferite dell'infanzia sono esperienze traumatiche o contesti emotivamente instabili che, durante lo sviluppo, portano a strategie di sopravvivenza. Queste strategie, come l'ipercontrollo o la compiacenza, spesso persistono in età adulta, influenzando relazioni e reazioni emotive anche quando non sono più necessarie.
Reazioni eccessive possono derivare da 'trigger' emotivi legati a traumi passati, che riattivano un clima emotivo simile a quello vissuto durante l'evento traumatico. Non è il ricordo completo a riemergere, ma le sensazioni e le emozioni associate a quell'esperienza.
L'iperallerta è una sensazione persistente di tensione e predisposizione a reagire, derivante da esperienze passate di imprevedibilità o pericolo. Nelle relazioni, può trasformarsi in ipersensibilità, dove distanze o silenzi vengono interpretati come segnali di catastrofe imminente.
Le strategie includono iperallerta, congelamento emotivo (chiusura), compiacenza (evitare conflitti per sentirsi sicuri) e controllo (perfezionismo o rigidità). Queste modalità, apprese per proteggersi, spesso persistono anche quando le condizioni esterne cambiano.
No, il trauma infantile non riguarda solo eventi estremi. Può derivare anche da contesti emotivamente instabili o imprevedibili, dove un bambino supera la sua capacità di regolazione emotiva, costringendolo ad adattarsi con strategie di sopravvivenza.
Sì, la guarigione è possibile attraverso un percorso di integrazione che include dare un nome all'esperienza, sviluppare una regolazione emotiva diversa e sperimentare relazioni riparative. Non si cancella il passato, ma si riduce l'impatto delle ferite sulla vita quotidiana.
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