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5 - Climate Justice e Mobility Justice

24m 11s

5 - Climate Justice e Mobility Justice

Il discorso analizza l'intreccio tra crisi climatica e migrazioni, sfatando la narrazione allarmistica che le dipinge come "crisi". Si evidenzia come la percezione pubblica sia spesso distorta da trappole cognitive e comunicative, mentre i media alimentano frame emotivi di paura e invasione. Politicamente, si osserva una riluttanza a riconoscere il legame tra i due fenomeni per evitare obblighi di protezione, lasciando senza status legale i cosiddetti "migranti climatici". Il concetto delle "3P" (passaporto, portafoglio, professione) illustra come la mobilità sia un privilegio stratificato, con confini permeabili per alcuni e invalicabili per altri. La soluzione proposta passa attraverso le lenti della giustizia climatica e della giustizia di mobilità, che evidenziano le responsabilità storiche dei paesi industrializzati e le disuguaglianze subite dai più vulnerabili. È fondamentale decostruire i propri privilegi, abbandonare narrazioni securitarie e individualistiche, e coltivare un immaginario basato sulla comune vulnerabilità e su un destino condiviso, ripensandoci tutti come potenziali migranti climatici in un'unica "nave" da salvare collettivamente.

Transcription

3120 Words, 20366 Characters

Italian
Passaporti, portafogli, professioni sono le 3P che dobbiamo tener presente quando trattiamo l'immigrazioni e crisi climatica. Il confine è un dispositivo che seleziona ordina legittima e una zona di separazione è di contatto al contempo. Andare oltre i confini significa guardare i punti di rottura e di attrido intorno a questa linea. Interrogare cosa viene lasciato fuori, raccontare le intersezioni tra persone, merci e poteri. In 3C che disegnano confini complessi, talvolta conflittuali, sempre movimento. Tate ascoltando oltre i confini, un podcast dell'Università di Vologna, in cui docenti ricercatrici e ricercatori raccontano di come i confini vengono attraversati, ridefiniti, superati dagli attori sociali, di come è perché le geografie dello sviluppo stiano cambiando sotto i nostri occhi. Per Luigi Musaro, professore di Sociologia, presso l'Università di Vologna, da molti anni mi occupo di mobilità e media e in questi ultimi anni, anche grazie alla collaborazione, con Elena ci occupiamo appunto anche di crisi climatica. Elena Giacomelli ricercatrici a presso il Dipartimento di Sociologia e diritto dell'economia dell'Università di Vologna, attualmente mi occupo di migrazione cambiamento climatico del Nessro tra i due di immaginari e rappresentazioni nel progetto panicocene, un progetto maricurì che si interroga su cosa succede al nostro immaginario quando le due crisi del nostro secolo, crisi climatica e la percepita crisi migratoria si incontrano in una narrativa unica. crisi climatica e crisi dell'emigrazione, in primi sapunto ci dovremmo interrogare su questa parola, crisi, per capire perché percepiamo così dei fenomeni, che sono dei fenomeni storici, strutturali, che hanno a che vedere appunto con l'umanità ma noi percepiamo in termini alarmistici. Le migrazioni pensiamo appunto al fatto che come esseri umani siamo sempre stati nomadi e che ci ritroviamo nei gli ultimi secoli, diciamo forse nei gli ultimi lenni dalla invenzione della agricoltura fino allo stato nazione a percepirci invece come statici residenziali e a percepire chi unque si muova come un pericolo che viene criminalizzato per cui errare un manum non esto. Al contempo la crisi climatica e sì una crisi ma appunto come viene raccontata e come viene affrontata, anche da questo punto di vista pensiamo sempre a una natura malevola e non pensiamo tanto alle cause che hanno a che vedere con le azioni dell'uomo, con l'industrializzazione, con il modello di sviluppo, ma ci limitiamo a vedere gli effetti e a raccontarli in termini alarmistici. E sì e perché è così difficile parlare di migrazioni climatiche, cosa succede all'immaginario quando questi due fenomeni si incontrano in una narrazione unica. In tanto bisogna dire che troviamo due ostacoli, un appunto proprio nel riconoscimento del nesso tra crisi climatica migrazione e uno ostacol di bisogno di protezione che deriva da una riluttanza generale degli stati. Questo perché se gli stati riconoscessero che alcune persone sono costrette a migrare a causa dei cambiamenti climatici, questo comporterebbe un ulteriore responsabilità in capogli stati in termini sia di accoglienza che in termini di protezione, cosa che gli stati al giorno d'oggi difficilmente accettano di fare. Questa riluttanza politica viene giustificata dal fatto che ad oggi non esisto un modello scientifico che possa prevedere in futuro quante persone si muoveranno a causa dei cambiamenti climatici, in asenza di questo dato gli stati temono che riconoscere spressamente il nesso tra cambiamenti climatici e migrazione possa portare ingenti numeri di migranti climatici. Infatti non esiste la figura e la categoria del rifugiato climatico e da qui entrano in ruolo le rappresentazioni. Spesso si parla della migrazione ambientale contoni all'armistici, diffondendo numeri esponenziali di migranti che arriverà in massa, in Europa, in Italia per via di condizioni ambientali insostenibili. Quelle ruolo giocano i media e la narrazione sulla migrazione sul cambiamento climatico nel favorire ciò. Le parole sono importanti riprendendo appunto un annimo retti in palo un bella rossa, di fatto una razioni e rappresentazioni mediati che hanno un impatto sulla percezione del lettore e del pubblico in generale, quindi in ultima estanza anche del processo politico e decisionale. Le parole usiamo per parlare di migrazioni cambiamento climatico e del nesso tra questi fenomeni veicolano emozioni e percezioni e possono creare da un lato, empatia, coglienza e inclusione oppure dall'altro paura, disprezzo e discusione. D'altra parte pensiamo che il diverso fa paura, perché comunque ci costringe a rivedere i nostri confini, ci costringe a interrogarci su chi siamo, qual è la nostra identità, e quindi pensiamo ad esempio anche alla stessa etimologia, in greco, lo straniero exsenos, l'axenofobia, quella che abbiamo oggi, ma c'era anche l'axenia, cioè c'era appunto un corpus di legge nell'antica grecia che imponeva l'ospitalità e pensiamo allatino a proposito di hospitalità, no? Abbiamo l'ostis o espes, quindi l'oste, lo steria, lo stello, lo spedale e quindi diciamo appunto l'empatia, come dice Valena, ma al contempo abbiamo anche l'ostilità e quindi insomma abbiamo questa ambivalenza nei confronti del diverso con la quale dobbiamo fare i conti. Il problema è proprio invece la criminalizzazione e la stigmatizzazione del diverso e invece di interrogarci sulla nostra relazione, con gli altri tendiamo a chiuderci in un involucro identitario pensando solo a defenderci. Partiamo quindi spacchettando questo concetto, l'immigrazione climatique da un lato, abbiamo l'immigrazione che è una crisi percepita, una crisi politica e dall'altro il cambiamento climatico, che è una crisi reale. Iniziamo dalla crisi climatica. Le narrazioni del cambiamento climatico sono spesso legate a una visione antropocentrica del mondo. Possiamo individuare due trappole, una è la trappola cognitiva, e l'altra la trappola costretamente collegata a una trappola comunicativa. La trappola cognitiva si riferisce a lina de guatezza della percezione della gravità del problema, che non sprona alle azioni necessarie a combattere il fenomeno. Per la crisi climatica, la percezione pubblica del rischio, l'adeguamento delle misure necessarie non sono andate e tuttora non vanno di paripasso alla gravità del problema. Stretamente legata a questa trappola abbiamo la trappola comunicativa. Secondo, George Mombiotti, infatti, nell'ultimo libro di Greta Tumberg, definisce i media come il motore l'industria più responsabile alla distruzione della vita sulla terra, perché fornisce il consenso sociale di cui ha bisogno il sistema economico e produttivo di erno per continuare a desistere. Dallato, quindi appunto questa crisi reale e dall'altro l'immigrazione che da oltre 30 anni sono rielaborati in termini di crisi, però l'appunto che nell'ultimo decennio ha per vaso il discorso pubblico e politico in Italia. La battaglia mediatica sulle migrazioni che si è sviluppata, appunto, negli ultimi 20 anni in molti paese dell'Unione Europea è altamente simbolica e giocata più sul registro emotivo identitario che quello dei diritti e della giustizia. Non bisogna essere minacciati per sentirsi, minacciati. Questa percezione di minaccia è altamente simbolica e alimentata dal feroccio scollamento tra la rappresentazione dell'immigrazione, appunto inserita in questi darammatici frame all'armistice di crisi e di invasione e evidenza statistica, che vede l'immigrazione come generalmente stazionaria e anzi indiminuzione anche a causa delle politiche di esternalizzazione e securitizzazione della frontiera dell'Unione Europea. Pensiamo a come in questi giorni abbiamo visto immagini e racconti da parte dei media del governo della nave Libra che accompagna prima 8 poi 43 cosiddetti migranti raccolti in mare naufraghi in Albania, che è l'esternalizzazione della frontiera cui si riferiva. Elena e pensiamo appunto al clamore di questa notizia. Non so se qualcuno che ascolta a loro ricorda ancora, ma circa 10 anni fa nel 2014, l'Italia era stata protagonista di mare nostrum, una missione militare humanitaria che costava 9 milioni di euro al mese in cui la nave Libra aveva salvato di fronte alle coste della Libbia 170.000 persone e alla aveva portate in Italia. In quel caso l'Italia finanziava quello che oggi fanno le ONG o ONG che oggi vengono criminalizzate, solo per far capire con un esempio molto molto chiaro come la migrazione appunto di Ceva Elena è un fenomeno politico e come anche i toni, i frame, le cornici cognitive attraverso cui noi la percepiamo dipendono dal contesto storico sociale, economico e politico. E le migrazioni climatiche non si discostano da questa paura dell'immigrazione citata e narrata da Pierluigi. Di fatto le migrazioni climatiche creano questa emergenza equadrato, questa crisi doppia che noi nel nostro progetto chiamiamo panicocene, l'era del panico. L'immaginario delle migrazioni climatiche di fatto ricate i milioni di persone che dal cosiddetto surglobale arrivano verso i paesi del cosiddetto norglobale, come se noi non potessimo mai essere i migranti climatici. Le alluvioni in Emilia Romagna l'anno scorso però ci hanno dimostrato diversamente. 37.000 persone sono state sfollate a causa della crisi climatica e l'unico giornale che coraggiosamente ha chiamato profugi, climatici tutti i nostri concittadini sfollati è stato il manifesto. Pur essendo un fenomeno che potenzialmente quindi interessa tutto il genere umano, di fatto le migrazioni ambientali hanno una rappresentazione raziale della figura del migrante ambientale e il clima in questo caso viene usato come nesima scusa per il rafforzamento della frontiera. Trall'altro teniamo presente che al livello mondiale si parla di circa il 3% della popolazione che migra fuori dai confini nazionali, mentre il 97% delle persone sono quelli che vengono chiamati tecnicamente nelle nazioni unite internal display people, cioè appunto sfollati come quelli delle miglia romagna. Il problema che appunto quelli delle miglia romagna sono stati liberi di muoversi dalla romagna alle miglia. Invece quando persone trovano dei muri, trovano dei confini delle frontiere da attraverzare non hanno questa stessa libertà. Però ricordiamoci appunto che i numeri smentiscono la percezione all'armistica che abbiamo del fenomeno. Trall'altro ha proposito di confini, i confini come dire noi possiamo essere liberi di attraverzarli o impossibilitati. Pensiamo alle diverse categorie anche statistiche a cui apparteniamo espatriati, turisti, erasmos, diplomatici, viaggiatori, migranti, rifugiati e chiaro che il nostro status cambia molto a seconda di quelle che sono le 3p. Il passaporto, il portafoglio, le professioni. Noi bianche europei ricchi con un passaporto che dà accesso a 187 paesi non ci rendiamo neanche conto della traversamento dei confini. Online in pochi minuti facciamo un billietto a helio, se necessario in pochi minuti online facciamo un visto, arriviamo con il passaporto elettronico, si chiama adesso Smart Border, sono appena tornato dall'Indonesia e lo notavo appunto, non incontriamo neanche un agente di polizia e possiamo andare direttamente a prendere il nostro uber, il nostro arbienbi e da arrivare in qualsiasi altra parte del mondo. Ma se invece veniamo da Paesi che sono in fondo alla lista di quello che è il passport index, un sito molto interessante che ci fa vedere qual è il valore del nostro passaporto. E vediamo che se il passaporto è europeo dà accesso a 187 paesi, tanti passaporti che sono in fondo alla lista, il libico, l'eritreo, dell'oiemen e della palestina, dà accesso a 20, 30 paesi. Questo significa che è una persona che se anche volesse venire in Europa o in Australia o in i Stati Uniti, anche solo per turismo, non è possibile che lo faccia, o meglio deve affrontare una serie di ostacoli e attenzione per chiudere. Sapete che c'è in cima a ranking globale dei passaporti? No, non l'Italia, non la Spagna, noi i Stati Uniti, ma gli emirati arabi, il che significa che la richezza sbianca. Ma allora come andrebbe affrontato il tema? Quali parole o emozioni sarebbe meglio evitare? Quali immagini invece andrebbero valorizzate? Allora, nell'era del panico, nel panico-cene, per narrare l'emigrazione ambientalina, anzi tutto bisogna riportare al centro quello che per Luigi ha appena cennato, quindi il concetto di giustizia, di giustizia di mobilità e di giustizia climatica. La giustizia di mobilità appunto sottolinea come la libertà di movimento è diventata una nuova e potente forma di stratificazione sociale e ci ha raccontato appunto appena adesso per Luigi el sito passport index che racconta appunto le possibilità dei vari passaporti di viaggiare nel mondo e per alcuni il mondo è senza confini, di già libero, per altri invece è totalmente chiuso e ristretto in confini e frontiere. Dall'altro giustizia climatica, il concetto di giustizia climatica sottolinea come chi subisce di più gli effetti del cambiamento climatico sono le persone più vulnerabili che sono spesso quelle che provengono dai cosiddetto sul globale e sono anche quelle che l'hanno causato di meno. Il paradosso per cui i paesi e le persone più colpite da catastrofi ambientali sono quelle che l'hanno causato e lo stanno causando di meno e quando invece riscaldamento globale è causato principalmente dalle nazioni industrializzate. Per parlare quindi di migrazione climatiche bisogna smasquerare queste ingiustizie e nominare colpevoli. Pensiamo anche qui a come le parole che usiamo ci offrano non solo la lettura della crisi del problema ma anche ci propongono già delle soluzioni. Pensiamo ad esempio alle coppono alle conferenze delle parti che si incontrano ogni anno, gli stati all'interno delle nazioni unite per risolvere così dicono la crisi climatica. Il meccanismo alla base è il loss and image, cioè appunto chi in quina di più deve pagare anche di più, ma qui ci sono una serie di problemi a livello di giustizia. Il primo e sicuramente quello appunto che non si rimente in discussione il rapporto di potere che c'è tra ricchi e poveri, tra coloro che appunto storicamente hanno inquinato di più e tra coloro che invece subbiscono di più le conseguenze di questa crisi climatica e poi soprattutto si farì entrare all'interno di un meccanismo di mercato capitalistico di compra vendita. Quello che è in verità dovrebbe essere un bene comune, cioè la stessa atmosfera come già è stato fatto per la terra, viene comodificata, viene oggettibilizzata, per cui fondamentalmente le cuote dell'atmosfera vengono vendute e comprate, ma non capiamo che appunto si tratta di un'unica atmosfera, di un'unica terra che dovremmo trattare come bene comune di cui ci dovremmo prendere cura. E qui si torna proprio sul ruolo delle narrazioni e l'importanza della rappresentazione mediatica. Dobbiamo interrogarci sul perché raccontiamo la storia di un individuo costretto ad Andarsene e non quella della compagnia petrolifer, per esempio dell'obbista che ha creato le condizioni per lo spostamento. Bisogna quindi come diceva per Luigi ritrovare una nuova formulazione del noi, del destino comune dell'umanità, nominando punti colpevoli e ripensandoci anche noi come emigranti climatici. All'interno dell'università si riporta la stessa razializzazione del migrante ambientale rivista nelle rappresentazioni. Di fatto ci sono pochissimi studi sulle migrazioni interne dovute al cambiamento climatico all'interno dell'Europa. Quindi non sappiamo quali sono gli effetti che può avere sul territorio, soprattutto del Mediterraneo come area, estremamente colpita dai cambiamenti climatici sulla popolazione, per esempio sulla desertificazione in Sicilia o anche sui fenomeni estremi che stanno diventando sempre più intensi e frequenti. Quindi bisogna anche noi ripensarci e rivederci come migranti climatici. Qual'importanza riveste la ricerca e quali obiettivi si propone di raggiungere? Tra i diversi corzi che insegno all'università penso a comunicazione umanitaria o media e sicurezza, si raccontano appunto un po' di queste crisi, al livello mondiale anche nella nostra storia. E mi ha colpito una volta una studentessa che mi ha detto profe. Le sue lezioni sono molto interessanti, ma io ogni volta esco da qui con più domande che risposte e soprattutto frustrata, perché ma il mondo è davvero così brutto e davvero così cattivo. E io lo guardate gli ho detto, va, sono felice che esci con più domande che non risposte visto che tutti oggi offrono delle risposte facili semplificate, ma soprattutto il mondo non è così brutto cattivo e anche peggio, ma noi possiamo fare qualcosa per renderlo meglio. Quindi l'idea è che c'e speranza e quello che proviamo a fare anche all'università con la ricerca, con i rapporti, con i nostri studentesse e proprio quello di da una parte problematizzare, da una parte rendere le cose complesse per quelle che sono. E dall'altra far capire che c'e speranza e che c'è la possibilità appunto di rivedere quelli che sono i nostri modelli sia i nostri schemi mentali e sia poi le azioni che ne conseguono, che possono andare dal modello di sviluppo di un certo tipo alla discriminazione e all'odio nei confronti dell'altro. E infatti l'università, la sociologia, il pensiero critico, ci dovrebbero aiutare in questo senso a ragionare sul nostro privilegio. Privilegio che appunto quando si parla di migrazioni e cambiamento climatico è spesso rispecchiato e capovolto dallo stesso oggetto d'analisi. Daulato alle migrazioni, che io, per esempio, come ricerca trice, donna occidentale, bianca e cisgender, le frontiere non lo mai veramente percepite sulla mia pelle. E il cambiamento climatico che si è presente in Italia, appunto abbiamo citato le alluvioni in Emilia Romagna, che però la lotta è spesso percepita per il futuro. Bisogna chiedersi spesso nel proprio ricerchio all'interno dell'università cosa farne di questo privilegio. Nanzitutto, esserne consapevoli secondo me aiuta ad esercitarlo. Per ideali di giustizia, globali e locali, anche se appunto con un poca frustrazione come la studentessa o consensazione di impotenza. Privilegio appunto che nasce in primis da un privilegio geografico, essere nata dalla cosiddetta parte giusta del mondo nella fortezza Europa, di fatto però chi decide dove nasce, repare, ma ancora nessuno. Quindi le deseguaglianze sociali di questo mondo sono cucite dentro di noi, deseguaglianze appunto stratificate, abbiamo nei tempi e nella storia, tra diverse popolazioni e anche dentro i nostri corpi. Quindi reditiamo la nostra cittadinanza, reditiamo la nostra sicurezza, le nostre case, reditiamo spesso anche le nostre opportunità di vita. Ecco credo sia importante quando affrontiamo temati che così complesse quanto intrinse che di giustizia, diseguaglianze partiamo proprio dal nostro privilegio. Privilegio quindi che dobbiamo cercare di decostruire attraverso lenti decoloniali, femministe, per provare a immaginarci in un futuro nuovo. Da questo punto di vista penso appunto alla percezione che abbiamo della nostra insicurezza. Viviamo nelle società più sicure della storia dal punto di vista, non lo so, della sanità, del lavoro, delle condizioni economiche, della longevità e pure ci sentiamo così tanto insicuri. Però che cosa facciamo? In maniera appunto individualistica corriamo ai ripari, come se non ci fossero tutti gli altri, anzi, contro tutti gli altri. E allora potremmo, come diceva elena, provare a rivedere questo concetto di insicurezza e pensare a una comune vulnerabilità, a un comune destino, all'idea di prendersicura di un bene che imprimisse la terra, che imprimisse la biosfera, per un futuro che ci veda insieme, non come proprietari, su una scialuppa di salvataggio del tutti contro tutti, il famoso homomini lupus di cui ci parlava già obs, quattro secoli fa. Ma come invece una sorta di diarca, come una sorta di nave, in cui dobbiamo salvarci tutti oppure non si salva nessuno, ma da questo punto di vista la protezione non deve essere entesa come repressione, come sorveglianza, come controllo, come externalizzazione dei confini, ma dovrebbe diventare appunto cura, protezione solida a rietà gli uni con gli altri. Avete ascoltato oltre i confini, un podcast dell'università di Bologna, che in sei puntata racconta i confini come prodotto di specifici storie, storie che riguardano tutti noi.

Podcast Summary

Key Points:

  1. Le migrazioni e la crisi climatica sono spesso narrate in termini allarmistici e di "crisi", distorcendo la percezione di fenomeni strutturali e storici.
  2. Esiste una riluttanza politica a riconoscere il nesso tra cambiamento climatico e migrazioni, per evitare responsabilità di accoglienza e protezione, e manca la figura giuridica del "rifugiato climatico".
  3. Le narrazioni mediatiche giocano un ruolo cruciale nel plasmare percezioni, spesso veicolando paura e criminalizzazione dello "straniero" invece di empatia e giustizia.
  4. La libertà di movimento è una nuova forma di stratificazione sociale, determinata dalle "3P" (passaporto, portafoglio, professione), che crea ingiustizie di mobilità.
  5. È necessario un approccio basato sulla giustizia climatica e di mobilità, che smascheri le disuguaglianze, nomini le responsabilità e ripensi il "noi" in un destino comune, superando la logica dell'insicurezza individuale.

Summary:

Il discorso analizza l'intreccio tra crisi climatica e migrazioni, sfatando la narrazione allarmistica che le dipinge come "crisi". Si evidenzia come la percezione pubblica sia spesso distorta da trappole cognitive e comunicative, mentre i media alimentano frame emotivi di paura e invasione. Politicamente, si osserva una riluttanza a riconoscere il legame tra i due fenomeni per evitare obblighi di protezione, lasciando senza status legale i cosiddetti "migranti climatici".

Il concetto delle "3P" (passaporto, portafoglio, professione) illustra come la mobilità sia un privilegio stratificato, con confini permeabili per alcuni e invalicabili per altri. La soluzione proposta passa attraverso le lenti della giustizia climatica e della giustizia di mobilità, che evidenziano le responsabilità storiche dei paesi industrializzati e le disuguaglianze subite dai più vulnerabili. È fondamentale decostruire i propri privilegi, abbandonare narrazioni securitarie e individualistiche, e coltivare un immaginario basato sulla comune vulnerabilità e su un destino condiviso, ripensandoci tutti come potenziali migranti climatici in un'unica "nave" da salvare collettivamente.

FAQs

Le '3P' sono Passaporti, Portafogli e Professioni. Rappresentano i fattori che determinano la libertà di movimento delle persone, creando una stratificazione sociale in base alla nazionalità, alla ricchezza e alla qualifica professionale.

Esistono due ostacoli principali: la difficoltà nel riconoscere scientificamente il nesso causale e la riluttanza degli stati, che temono di dover assumere nuove responsabilità in termini di accoglienza e protezione legale per i cosiddetti 'migranti climatici'.

I media giocano un ruolo cruciale nel veicolare emozioni e percezioni. Le parole e le immagini usate possono generare empatia e inclusione oppure paura e ostilità, influenzando così l'opinione pubblica e le decisioni politiche su questi temi.

La 'giustizia di mobilità' sottolinea come la libertà di movimento sia una forma di privilegio sociale. La 'giustizia climatica' evidenzia il paradosso per cui le popolazioni più vulnerabili e meno responsabili del riscaldamento globale ne subiscono maggiormente le conseguenze.

È un concetto che descrive la narrativa allarmistica e di paura che si crea quando le crisi climatica e migratoria si incontrano. Questa narrazione distorce la percezione dei fenomeni, presentandoli come emergenze invasive piuttosto che come questioni strutturali di giustizia.

Non esiste una categoria giuridica internazionale di 'rifugiato climatico' perché gli stati sono riluttanti a riconoscere formalmente questo status. Tale riconoscimento comporterebbe obblighi di protezione e accoglienza che molti paesi non intendono assumersi.

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