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5. 4% - Donne in carcere

39m 19s

5. 4% - Donne in carcere

La trascrizione si apre con un incontro personale che funge da specchio della marginalità sociale, per poi approfondire la condizione delle donne nel sistema carcerario italiano. Le detenute, una piccola minoranza, affrontano una realtà penitenziaria progettata per gli uomini, caratterizzata da disattenzione ai loro bisogni specifici. Soffrono di un senso di colpa aggravato dagli stereotipi sociali che le vogliono custodi della famiglia, e la lontananza dai figli è una pena aggiuntiva lancinante. Il carcere nega brutalmente la sfera affettiva e sessuale, considerando il desiderio un impulso da reprimere. Un problema ulteriore è la detenzione delle madri con figli piccoli, che avviene in strutture inadeguate (sezioni nido o ICAM) con gravi conseguenze sullo sviluppo infantile, mentre le migliori soluzioni (case famiglia) sono rarissime. Le donne incarcerate provengono per lo più dalla piccola criminalità e da contesti di povertà, violenza ed esclusione, dai quali spesso temono di ritornare una volta libere, in assenza di percorsi di reintegro efficaci. La detenzione si configura così come una punizione che va oltre la privazione della libertà, negando l'identità, il corpo e le relazioni.

Transcription

4870 Words, 29734 Characters

Italian
È una mattina di inverno, fredda e soleggiata. Esco per prendere area, ordi non caffè al barta bacchi di un quartiere che fu operario e oggi è solo povero. Qui la gentrificazione non è arrivata, nessun co-working, nessuna galleria d'arte scintillante che riuscaggia i artisti emergenti. Solo slot machine, schedine dell'enalotto edicone l'equidazione macerialale, la ria dense dei posti dove si tiravanti con misere pensioni. Mi siedo con il mio caffè sul tavolino bordo strada, quando una donna mi sia vicina e mi chiede degli spiccioli. Non è molto più grande di me, direi che appena 30 anni. A capelli biondo si genato con una lunga ricrescita scura e le occhiai edichino riposa da tempo le affossano lo sguardo. Sisi dal mio tavolino e mi dice che ha freddo. E neffetti non indossono a giacca e ci sono pochi gradi sopra lo zero. Le faccio qualche domanda e iniziera a contarmi di sé, prima timida e poi torrenziale. È stata vittima di tratta, è scappata da qualche mese dall'uomo che la aveva portata in Italia e la faceva prostituire. Indavanche la droga mi dice, vive per strada, non assoldi, non amici. Parla l'italiano ritmato e senza articoli di chiviene dall'est Europa, ancora incertumà comprensibile. E se li ha, non riesco a immaginare dove possano essere. In dice, ho freddo, lo ripete come una nena. Prende la mia mano e la stringe nella sua come per fornire una prova. Le edita sono viola, la pelle è crepata. Salgo a casa a prenderle una giacca e le dico che provverò a cercarle una sistemazione per la notte. Mi chiede di comprarle del vino al supermercato. Ci siamo i centri di accoglienza, sono pieni. L'operatrice del Comune di Milano mi dice, è proprio quello della stazione centrale. C'è ad aspettare ma alla fine ho letto il Lelo d'anno. Cegliai documenti che do la ragazza? No, mi risponde. Come mangi? Chiedo soldi oppure rubo. Cincamminiamo verso la stazione fino ad avvissare un luogo dove alcuni uomini si sono accampati. Tende, aterassi, come li divestiti e bottiglie di birra. Dietro di loro c'è la porta dell'ufficio dove persone senza fissa di mora possono chiedere un posto letto in uno dei centri di accoglienza della città. Le vanno a andare al lavoro, le dico. Tu resta qui e mi raccomando aspettacchi chiamino. La saluto e mi allontano. Chieda, perché non ricordo il suo nomi? Quanta vita in strada può ancora sopportare e soprattutto perché ha lo stesso sguardo vuoto delle donne che ho visto in carcere. Questa è gatta buia, un podcast che racconta la vita quotidiana nelle carceri italiane, quello che non potete vedere, sentire e forse neanche immaginare. Io sono Isabella Desilvestro e faccio la giornalista. Negli ultimi anni mi sono occupata di carcere, indagando non tanto gli scandali, i pastaggi o le strage all'interno degli istituti penitenziari, ma la vita di chi apre gli occhi la mattina in una cella per anni. Le musica il sound design sono di Federica Forlani. Gatta buia è un podcast di domani prodotto da Emmaus Record. Puntata 5. Quattro Percento. Alla fine di febbraio 2024, le donne presenti negli istituti penitenziari italiani erano il 4,3% della popolazione detenuta totale. Una quota che negli ultimi decenni ha visto solo piccole oscillazioni, attestandosi sempre tra il 3 e il 5%. Il carcere non è un luogo pensato per le donne, che rappresentano una percentuale apparentemente irri levante e subiscono quindi una disattenzione dei loro bisogni e una minore offerta di attività e educative. Le carceri interamente femminili in Italia sono solo 4 e si trovano a Roma, a Venezia, a Pozzoli e a Trani. In questi 4 istituti sono recluse 646 donne, meno di un quarto del totale. Tutte le altre si trovano in sezioni femminili all'interno di istituti a prevalenza maschile. La loro distribuzione sul territorio nazionale non è homogenea. Alcune sezioni sono sovraffollate, mentre altre sono ambitate da pochissime donne. Che subiscono una forma di solamento ulteriore rispetto a quella cuidja con danna alla detenzione. Con un record nell'issituto di Barcelona Pozzo di Gotto, dove le detenute sono 5, a fronte di 233 detenuti maschi, con cui però non è concesso nessun tipo di contatto. Il 28% delle donne è in carcere per reati contro il patrimonio, soprattutto per forti e fro di o truffe informatiche. Il 18% è dentro per reati contro la persona, in prevalenza per minacce, lesioni e stalking. Per farci un'idea nel 2021, le donne arrestate o denunciate per homicidio col Pozzo sono lo 0,2%. Lo 0,06% quelle denunciate o arrestate per tentato homicidio. E lo 0,03% per homicidio volontario. Il 15% delle donne detenute ha commesso reati legati alla droga. Secondo l'ultimo rapporto dell'associazione antigone, guardando alle penne inflitte alla loro durata, si nota un minore peso criminale delle donne rispetto agli uomini. La domanda a questo punto viene spontanea. Perché le donne che commettono reati sono così poche rispetto agli uomini? E perché i loro reati sono mediamente meno gravi? Per molto tempo, compro il numero quasi insignificante di crimini come si dalle donne. I studi sulla devianza hanno ignorato il genere femminile. Fino agli anni 60, se qualcuno sollevava la questione, il fenomeno della criminalità femminile era liquidato in termini di inferiorità biologica, fisiologica e psicologica della donna rispetto al luomo. Si diceva che le donne commettevano meno reati degli uomini perché erano meno forti e avevano unindole più timi da prudente che le frenava dal comportamento criminale. Ma soprattutto, essendo relegate alla sfera privata, senza la possibilità di partecipare alla sfera pubblica, le occasioni per compiere dei crimini erano minori. Questa visione rendeva la donna utrice di reato doppiamente colpevole agli occhi dell'opinione pubblica e della giustizia penale. Deviante non solo dalla legge, ma anche dalla norma sociale che la vuole buona, docile, servizi evole, madre, figlia, sorella, nonna, zia, la donna si prende cura. È il perno silenziosa torno qui si stringe e ruota il nucleo familiare e quindi, su una scala più ampia, la società. Sebbene siano passati ormai 80 anni, non possiamo dire che oggi, nel sentire comune, le cose siano radicalmente cambiate. Lo amo corrotto è responsabile solo di se stesso. La donna corrotta invece, corrompe figli, il marito, i parenti. Tradisce il patto sociale che la vuole esempio di docilità è buona condotta. "In primo spetto secondo me, evidente, è un momento in cui si mette piede all'interno di un cacci femminile e nel momento in cui si inizia ad avere un rapporto di scame di alo con le donne detenute. E' quello legato al fatto che il senso di colpa non è soltanto legato alla colpa riferita al reato con misso." Giulia ribauda la fondatrice di Closer, una associazione che opera danni nel cacci femminile della Giudecca, a Venezia, dove svolge attività culturali insieme alle detenute. "La donna, che si ritrova in racconduzione di detenzione, si sente in colpa anche per avere lasciato la famiglia da sola. Questo credo che sia un aspetto e veramente molto evidente fondamentale che contro gli stingue la titenza dei femminile. Na nostra società mette delle responsabilità attosso a delle donne rispetto alla cura della propria famiglia. Non solo per il fatto che quelle donne passano a essere madri, ma anche [Musica] una manna di tenuta è con le che ha lasciato da solo un marito o avvando nato i propri genitori in una fase che magari in cui avevano bisogno di supporto, ecco tutti questi aspetti sono aspetti che rendono ancora più difficile a detenze le femminile rispetto a quella maschia. La lontananza dagli affetti, dai figli, sembra essere vissuta più dolorosamente alle donne private della libertà. Un dolore l'acerante che mine all'autostima. Sarai stata cauta nel dire una cosa del genere prima di ascoltare le storie delle donne in carcere. In Sarai Chiesa sequesta non fosse una lettura patriarcale problematica che relegha ancora una volta la donna a ruolo di madre, imputandole una maggiore responsabilità nel crescere i figli rispetto a quella di madre. Ci sono però momenti in cui le teorie e ragionamenti di natura politica e ideologica si trovano davanti a un cortocircuito. Que il cortocircuito è la realtà. Ma lì la quale è la cosa complessa è fondamentalmente da quello che ho capito io e da quello che vi sutilio la gestione della lontananza degli affetti, ma è tutto confili. Perché la grande differenza tra gli uomine le donne è quando sono madre o quando sono padre che non vuol dire che ovviamente sarei nel luogo comune la mamma è più sentimentale, più mamma e il papà e più papà. No, perché ci sono ovviamente dei padre che hanno una sofferenza totale, ovviamente. Però per la nostra cultura italiana, soprattutto meridionale, ovviamente la mamma è la mamma nel momento in cui c'è una mamma in carcere, i figli con che cresco, anche se ha il padre di sciocche io sono in carcere, ma c'è la mia compagna, un mia moglie che fa crescere figli, quindi ha una attenzione diversa ne confrondi questo rapporto. Invece è diverso per una donna perché molto nel 99% dei casi mi sarebbe dare quindi quasi sempre quando una donna in carcere vuol dire che anche marito è in carcere, quindi significa che i figli non stanno col padre, ma stranno con ingeniatori di lei o con ingeniatori di lui o nelle migliori delle potesi o nelle peggiori con altre persone oppure che sa, forse nelle migliori con altre persone non con le famiglie, non sappiamo no? E quindi la cosa più complessa nel reparto femminile è il loro rapporto con la maternità, coloro essere madre. Questa è la gestione più difficile che io posso portare come esperienza il loro. Questa era la voce di Tinder granata, attore teatrale che ha lavorato per molti anni nella sezione femminile della casa circondariale di Messina. Una di loro mi diceva sai, ognuno poi ovviamente si rapporta con la detenzione rispetto al proprio carattere, rispetto alle propria cose, per esempio appunto rispetto ai figli, una ragazza mi faceva guarda a tindare io non penso mai nei figli e vedo tre figli. Dici perché se io appena io ho metto a pensare nei figli mi viene da prendermi sbattermi al muro, c'è mi suiciderai se io pensasse tutti i giorni nei figli. Quindi io dante volte io ho faccio, cioè per me come se non esistessero. Poi quando ci penso ovviamente, crollo, però io di qui dentro mi forzo a non pensare che io ho tre figli. Appena mi metto a pensare ai miei figli mi viene da prendermi e sbattermi al muro. Il dolore lancinante della separazione, il senso di colpa, la paura che a volte si trasforma in terrore, di essere dimenticati dai propri figli, di veder si togliere la responsabilità genitoriale da un tribunale e ricevere la notifica mentre si sta cucinando il pranzo sul fornelletto da campeggio accanto al bagno della cella. Ma cosa succede quando i figli sono molto molto piccoli? Si tratta di una questione complessa dove si scontrano principi diversi, ognuno valido di per sé, ma incontciliabile con gli altri. El diritto della madre è accrescere il proprio figlio e quello del figlio a crescere con la propria madre si scontra con il dovere della madre di scontare la pena per i reati commessi e il diritto di un bambino innocente a non crescere in un luogo come il carcere. Al compimento del primo anno di età e fino ai tre anni del bambino, le donne che lo desiderano possono portare con sé i propri figli nei penitenziari. In questo caso, un madre i figli vivono all'interno di sezioni apposite chiamate sezioni nido. Si tratta di un luogo si è parato da resto della sezione, dotato di stanza più ampie e attrezzatura per la cura dei bambini, come fasciatoi e culle. Per quanto possano essere attrezzate, siamo parlando comunque di celle carcerare con sbarre, blindi, rumori assordanti, grida, mura di cinta. Un luogo violento e squallido, ormai lo sapete, che impatta fortemente sulla crescita. I bambini che hanno passato i loro prime anni di vita in carcere presentano danni sul piano dello sviluppo psico fisico, problemi nella diambulazione causati dagli spazi ristretti, ritardi nell'articolazione della parola, fino ad una serie di difficoltà nel lo sviluppo delle relazioni con gli altri. Oltre alle sezioni nido delle carceri normali, la legge italiana prevede altri due tipi di strutture per gestire casi di detenute madri con figli. Gli, cam e le case famiglia protette. Queste ultime sono strutture non penitenziarie e di tipo comunitario, dove non sono presenti agenti di polizia e le detenute i propri figli hanno a disposizione una stanza tutta per loro e ricevono assistenza sanitaria e psicologica costante. Essendo esterni al circuito penitenziario, le case famiglia sono considerate la soluzione migliore per le detenute madri e il benessere dei loro figli. Ma in Italia sono solo due, a Roma e Milano e sono gestite da associazioni che si finanziano con donazioni raccolte fondi, perché la legge del 2011 che le ha istituite non prevede un finanziamento pubblico per il loro funzionamento. L'altro tipo di struttura è chiamato e cam, un acronimo che sta per i stituti accostò di attenuata per le detenute madri. Sono delle strutture detentive dove perogli agenti di polizia non indossano la divisa. Le pareti dei corridoi e delle stanzi da gioco sono colorate e i controlli di sicurezza sono pensati per non essere riconoscibili dai bambini. Una detenzione cammoffata da normalità. La legge non da indicazioni precise sulle tà fino alla quale i bambini possono vivere all'interno del ricam. Nel tempo diversi magistrati hanno messo sentenze secondo una linea interpretativa che prevede la presenza dei figli fino a 6 anni di età. Se la madre non ha finito di scontare la pena verrà separata dal bambino. Un trauma per lei è ancora di più per il figlio. Complessivamente tra i camesezioni nido di 19 donne vivono attualmente in carcere con i loro 22 bambini. Potrebbe sembrare un numero basso, un problema marginale, ma è sui margini che la giù risprudenza e la politica hanno il dovere di interrogarsi. E perché il numero di bambini in giustamente detenuti, un giorno arrivi ad essere zero, c'è qualcosa di molto complesso che viene prima del carcere su cui sarebbe necessario soffermarsi. I contesti di provenienza delle donne che vedo agirarsi nel cortile del carcere femminile della giudecca durante l'ora d'aria. Con sguardi vuoti, malinconici, simili a quelli della donna senza fissa di mora che ho incontrato quella mattina, spertute in freddolita nelle retrovie di una città che non ha spazio per lei. Le donne incarcerate appartengono per lo più alla piccola criminalità marginale. Il tessuto sociale nel quale sono cresciute è in molti casi segnato da povertà, oppressione e violenza, ed è criminogino, cioè producereati. Giulia Ribeudo. "Hanno dizzando le storie che vengono raccontate, da le donne molto spesso anche loro crimini sono connessi da situazioni di violenza e sono provosi che hanno avuto all'esterno. E quindi in un certo senso anche le non scialte criminali si inseriscono all'interno di vite particolarmente sofferte e che le vedono principalmente vittime piuttosto che colpevole." Alcune donne temono la scarcerazione più delle carcerazioni. Le marginazioni con abusi e soprusi da cui provengono è infatti spesso l'unico ambiente nel quale tornano una volta scontata la pena. La loro unica seconda chance che le fagocita, le mastica e le risputa nella discarica sociale del carcere. La libertà da cui fa paura è un po' perché alle situazioni è stessa che vuole che la libertà venga in qualche modo temuta. Vengenete muta perché molte donne per esempio sanno di, non avevete tanto da perdere, all'esterno, sanno di poter ritrovare la loro fragilità e cadere, per esempio, nelle dipendenze. È un po' la libertà per loro fa paura anche perché sanno che il mondo che le aspetta fuori, a un mondo che di fatto le escluderà. Ciò che le aspetta fuori è un ritorno a una realtà di esclusione sociale, dove sono frequenti gli episodi di violenza domestica, gli abusi, i maltrettamenti, la sofferenza psicologica, lo sfruttamento sessuale, la tossico dipendenza. Senza un intervento politico sulle cause che portano a commettere reati. Senza per corsi efficaci di re-incerimento lavorativo con un progetto strutturato, che cuinvolga le realtà sul territorio e permetta alle detenute di raggiungere un'autonomia economica, che può significare anche la possibilità di sottrarsi alla dipendenza da uomini violenti, è difficile che una vera alternativa prenda forma. Ma torniamo fra le mura del carcere, l'instituzione che contiene queste persone per anni e che infligge anche per quanto riguarda le donne una pena non solo sul piano psicologico e morale, ma anche sul piano fisico. Il corpo, in prigione, diventa uno spazio di controllo e negazione. I desideri, la identità, le pulsioni, vengono soffocati o regolamentati in modo rigido, trasformando ciò che è intimo e umano in un elemento da sorbelliare. Il corpo smette di essere un'espressione di sé e diventa un oggetto disciplinato, un tassello di un tetris che funziona di incastro, in una cella dove sono costretta ad abitare 10 persone estrani, dieta e nazionalità diverse, con storie, corpi e bisognie, a volte contrastanti. Come abbiamo detto per quanto riguarda la detenzione maschile, anche nelle sezioni femminili non esistono spazi privati, luoghi in cui sfuggire allo sguardo vigile delle agenti o quello delle compagne di cella. In Italia, la affectività e la sessualità non trovano spazio nell'istituzione carceraria, una privazione che si traduce in una pena aggiuntiva, fonte di frustrazione e sofferenza. Per sino l'autoerotismo, l'unica forma di espressione sessuale possibile è ostacolato dalla totale ascenza di privacy e dalla costante percezione di essere osservate. La negazione della sessualità, che dovrebbe essere un diritto inviolabile, si trasforma così in una repressione profonda del desiderio, corri per cussioni sul benessere psicologico e sull'immagine di sé. Tindare un granato un giorno, mentre teneva il laboratorio teatrale nella sezione femminile del carcere di messina, si alzato la maglietta per far vedere alle ragazze come gestire il respiro durante la recitazione. È stato però subito sgridato dalle agenti. Dicono no no, guarda, non si fa attento, perché qua sai comunque la nudità è una cosa che non va bene e noi non dobbiamo non c'è. E come se tu non dovessi istigarle o portarle al desiderio. Capito, ma poi anche non lo devi fare, perché comunque la privazione sessuale è una privazione dolorosa. Per quanto esista la masturbazione, però un conto della masturbazione, un conto della sessualità. Immaginate di vivere con uno sguardo puntato ad dosso, che non vi abbandona nei di giorno, nei di notte. Al carcere femminile della Giudeca, su una delle pareti che delimitano il grande cortile, del ex-convento, risalenta il 12-seculo che oggi è casa di reclusione, si arge una grande scritta blu, che recita. Siamo con voi nella notte. Si tratta dell'opera di Claire Fontaine, un'artista concettuale francese. Vorrebbe forse essere di conforto, ma pare piuttosto come un monito. Anche nella notte, vi vediamo. In carcere il desiderio sessuale, l'amore, la effettività, vengono considerati impulsi peccaminosi da reprimere. Mentre in spagna ho insvizzerei così detti colloqui intimi sono consentiti. In Italia, quando qualcuno avanzato i potesi dell'estanze della effettività, si è subito parlato di celle a Lucirossi. In questo scenario, il proprio corpo, la proprie identità, ne risentono a livello profondo. C'è poi un'altra parte della popolazione detenuta che soffre di una violenta negazione della proprie identità. Di genere, ancora prima che sessuale, si tratta delle 72 persone transgendere oggi recluse nei penitenziari italiani. Considerati una normalia, un'ecezione, un imprevisto. Queste 72 donne trans di cui cerca 80% straniere, che non si riconoscono nel sesso biologico di nascita, in Italia vengono detenute nelle cosiddette sezioni protette. Un ritaglio di quelle maschili, dal momento che tali vengono ancora considerate dallo stato. Maschi. L'intenzione di tra questa separazione arbitraria è di proteggere queste categorie di detenute dalle violenze e dalle discriminazioni che potrebbero subire nelle sezioni comuni. E se l'intanto segue una logica che si potrebbe dire inattacabile, anche se specchio di una situazione desolante, l'effetto è che le donne trans di detenute in Italia vengono condannate a una doppia reclusione. La prima per i reati commessi e la seconda per la loro identità di genere. Per queste detenute è difficile, se non impossibile, accederei per corsi trattamentali che prevedono istruzione primaria secondaria, attività reducative sportive, l'accesso al lavoro e il godimento di spazio di movimento dignitosi. Quando entra nella casa circondariale di Como per tenere un laboratorio di scrittura, un mattino di dicembre 2023, è passata una settimana dall'ultima rivolta. I corridoi che percorro conservano la penumbra e lo dore acre che deve essere quello dei materassi dati alle fiamme. Al momento del mio ingresso, il tasso di sovraffollamento è al 186%. Corpi ammassati, disperati, senza spazio. Nel carcere di Como la sezione protette è di dimensioni ridotte, lu gubre e buia. Entro nell'unico stanzino a disposizione delle detenute oltre alle celli asfittiche, esistiamo quattro sedie di plastiche intorno a un tavolo. Alla mia sinistra, un quadretto raffigurante la madonna. Alla mia destra, una vetrata che dà sul corridoio illuminato da tremolanti luce al neon. Qualcuna di loro, incuriosita dal laboratorio di scrittura, entra. Chi accieriamo. Sono da nevivaci e rumorose. Parla non un italiano cantile nato che viene loro dalla lingua madre, il portoghese. Ho servo i loro corpi. Corpi che portano i segni della fatica per essere riconosciute come donne. Capeli lunghi e lisci nel ricorvino. Ricci fittissimi tinti di biondo. Tatuaggi sulle mani, sulle braccia, alle caviglie, infradito ai piedi, smalto alle unghie. Ho portato con me delle lettere da leggere insieme a loro. Nescrivete? Chiedo. Mi rispondono di sì. È uno dei pochi ponti tra loro e chi le ama. Leggiamo insieme a una letra di Antonio Gramsci al figlio. Ti darò notizie di una rosa coppiantato e di una lucertola che voglio educare. Un'altra scritta da Fernando Pessoa alla donna di cui è innamorato. Toda, Shashkartash, de amor, sao Ridicollash. Tutte le lettere d'amore sono ridicole. Partiamo da qui. Da ridicolo, dall'amore, dalla distanza e dal conforto che sanno talvolta dare le parole. Ma la attenzione in carcere, la atita. E a distrarci non sono i pensieri che rimbalsano contro i muriatoni e afoni della cella, che tendono a spennersi, come scriveva Alberto Magnagi. Ma sono le grida che si alzano dal corridoio e copronono le nostre voci. Mischiandosi alle voci dell'attrici delle telenovelas che provengono dai piccoli televisori nelle cell. Non è chiaro che genere di grida siano. Se è di dolore, di riso, di allarme. Poco dopo un uomo, detenuto in questa sezione probabilmente in quanto sex offender. E quindi a sua volta destinata alla sezione protetta, inizia a sbattere un oggetto di metallo sulla porta blindata della cella. Il rumore è anni chilente e pervade la sezione. Cerca di far si sentire dall'agente e mi spiegano. Le guardie qui sono fuori, non presidiano la sezione da dentro ma la sorvegliano dal di fuori, elemento che acquisce la sensazione di trovarse in gabbia. Hai margini stessi del carcere che nella loro percezione è esterno, ampio. Proseguiamo con le lettere, le spiezettiamo per capirle, indagiamo alcune parole significative. Che cosa viviene in mente quando di comore? Prendono un foglio e procedono per associazioni di senso. Verità, le altà, baci. Cosa significa invece libertà? Lavorare, studiare, ricominciare a vivere e uscire accena, ballare, mangiare del sushi con la mique. Amanda si scusa e dà scena all'astanza, dopo qualche minuto torna con del caffè nei bicchierini di plastica. Amanda ci racconta che ha scelto quel nome perché significa nata per essere amata, di secondo nome fa Eva perché fu la prima donna. Le tizie invece, da bambino usciva vestito da maschio, portava gonne trucchi nell'ozaino e si cambiava a casa delle amiche, per poi tornare a casa con gli abitima schili. La prima volta che sono tornata a casa mia con i vestiti da femmina ho provato una grande letizia. E il nome viene da Ligi, le chiedo. Sì, risponde, ma era anche il nome della più bella della scuola. Ridiamo. Paula ha risomaggio al personaggio di una tele novella, la gemella cattiva. Trovo bello questo loro nominarsi, che significa scegliere un nome, ma anche assegnarsi una carica, un ruolo, un'identità, decidere per sé e per la propria vita, ha discapito di tutto. Parliamo del prezzo che hanno pagato, perché essere donne è risultato di un percorso carico di fatiche sacrifici. E contemporaneamente, una fermazione che non cessa di dover essere pronunciata perché gli altri ci credano. Sono una donna, dirlo ogni mattino, ogni sera, con i vestiti, con il corpo, con i gesti, con i sogni e gli incubi notturni, con la volontà. È stata fondamentale la legitimazione da parte dell'uomo, mi dicono tutte. E io ne sono sorpresa. Avrei scommesso su un esercito di uomini hostili e pronti ad assediare il loro percorso. E invece, se pure non siano mancati e abbiano arrecato dolore, sono esistiti anche uomini che le hanno amate con cura e amandole le hanno viste come desideravano essere viste. Dallo sguardo che riserva loro chi le ha amate, che sia una madre che ha rispettato la loro identità, o un uomo con cui hanno condiviso un pezzo di vita, disciende la forza per esistere da fermarsi in un ambiente sociale che non le prevede. Perché ciò che più di tutto la loro detenzione nella sezione protetta di una casa circondariale del nord Italia racconta, è che la detenzione è il risultato previsto e prevedibile per i loro corpi criminalizzati. Molte di loro scontano in facti peene per reati di poco conto, ma il loro stesso corpo, il corpo fisico e la marginalità sociale che incarnano, ad essere considerato alla stregua di un reato. Una marginalità che viene dall'essere donne trans, straniere, in molti casi senza documenti, che viene dalla prostituzione, dai problemi di tossico dipendenza, dalla povertà, dalla mancanza di una rete familiare e sociale che possa tuttire i colpi di una vita spesa nel buio, senza diritti a cui appellarsi. Immagino il terrore che deve generare un auto della polizia che accosta, o lo sprezzo che le si riserva. Perché, mi dice una di loro, nell'Italia mi piace tutto, a parte che la legge non è uguale per tutti. Secondo un rapporto del 2017 di associazione antigone, ogni anno una persona detenuta trans su quattro, si suicida, o commette autolesionismo. Un dato da mettere in relazione con una frase pronunciata da una delle donne transprotagoniste del film "Le favolose", di Roberta Torre. Il mio corpo è un atto politico, perché ogni volta che esco di casa, mi espongo alla violenza. Cosa cade viene da chiedersi quando una casa manca? Cosa significa vivere senza un rifugio? Quale esito ci si può aspettare da un ambiente sociale prima e un'istituzione detentiva poi che non prevede un luogo sicuro per queste esistenze che deviano dallo standard. Si tratta, come abbiamo detto, di uno standard che non esclude solo chi sfugge ai codici del binarismo di genere. Ma che sclude anche chi lo incarna nella sua versione considerata sempre su balterna? Il genere femminile. Le 2600 donne detenute in Italia. E qual è, in fin dei conti, lo scopo della detenzione? Perché in Italia il tasso di "recidiva" ovvero il tasso di detenuti che una volta usciti tornano a commettere reati, è del 70%. Che cosa produce il carcere? Rieducazione o dell'inquenza? Nove opportunità o condanna perpetua? E ancora qualcuno alle vittime ci pensa mai? O forse è più importante infliggere sofferenza ai colpevoli, vendicarsi. C'è una rimozione. C'è un'ambiente conflonto con le due responsabilità, con il dolore che hai creato. Quindi hai l'occasione di potermi diventare cosciente in maniera ulteriore rispetto alla poca oscienza personale. No, non c'eva proprio fare rimossa. Ah, se vuole vittime, come dire, oltre a subire il reato. Se il carca ha proprio nessuno, c'è anche questo ulteriore distorsione, questo ulteriore per versione nel carcere che si da tanta attenzione al colpevoli e la vittima sti grancazi. Perché ci sono anche, come dire, si è all'ordinamento, che nel regolamento di secozione. Ci sono anche degli istituti previsti per l'ascolto della vittima, per una terapia, per insomma, la incennaginiamo delle cose. Ma non sono finanziati, non esistono anche comitati di aiuto sociale, ma ammica esistono davvero che ci dovrò scrittere nell'ordinamento. Ci ho scritto delle cose che proprio non sono mai state fatti. Qui mi la vittima è ulteriormente negata. C'è non solo il negato del riato, ma il negato anche dalle esipuzioni finale che le vittima non la ripaghi, con un ulteriore sofferenza che te provi, aggiungi dolore al dolore. Ma non merdo dai, sincero. Avete ascoltato Gatta Buia, un podcast di domani prodotto da Emon's Record. Io sono Isabella Desilvestro. Le musice, il Sound Design, sono di Federica Furlani. Ringrazio Giulia Ribaudo, Tinder o Granata e Matteo Gorelli per le interviste. Gatta Buia fa parte delle incste di domani. È possibile sostenerle con il vostro contributo, anche donando pochi euro. La partecipazione attiva di voi a scoltatori è fondamentale per continuare a realizzare incste come questa. Nella descrizione del podcast trovate il link per sostenere il progetto. Supervisione di Toriale, Danilo Fastelli, Giovanni Tizian, Paolo Girella. Studio di registrazione, ofvicine Emon's, Roma e PM9 Milano. [Musica]

Podcast Summary

Key Points:

  1. L'incontro con una donna senza fissa dimora, ex vittima di tratta, evidenzia l'abbandono e l'indifferenza sociale verso le persone più vulnerabili.
  2. Il sistema carcerario italiano è strutturalmente inadatto alle donne, che rappresentano una minoranza (circa il 4%) e subiscono una doppia condanna: legale e sociale, basata su stereotipi di genere.
  3. La detenzione femminile è segnata da un profondo senso di colpa, spesso legato all'allontanamento dalla famiglia e dai figli, e da una grave privazione dell'affettività e della sessualità.
  4. La presenza di bambini in carcere, sebbene numericamente limitata, causa gravi danni al loro sviluppo, mentre le strutture alternative (case famiglia protette) sono insufficienti e sottofinanziate.
  5. Le donne detenute provengono spesso da contesti sociali marginali, segnati da povertà e violenza, e temono la scarcerazione per il rischio di ritornare in quegli stessi ambienti oppressivi.

Summary:

La trascrizione si apre con un incontro personale che funge da specchio della marginalità sociale, per poi approfondire la condizione delle donne nel sistema carcerario italiano. Le detenute, una piccola minoranza, affrontano una realtà penitenziaria progettata per gli uomini, caratterizzata da disattenzione ai loro bisogni specifici. Soffrono di un senso di colpa aggravato dagli stereotipi sociali che le vogliono custodi della famiglia, e la lontananza dai figli è una pena aggiuntiva lancinante.

Il carcere nega brutalmente la sfera affettiva e sessuale, considerando il desiderio un impulso da reprimere. Un problema ulteriore è la detenzione delle madri con figli piccoli, che avviene in strutture inadeguate (sezioni nido o ICAM) con gravi conseguenze sullo sviluppo infantile, mentre le migliori soluzioni (case famiglia) sono rarissime. Le donne incarcerate provengono per lo più dalla piccola criminalità e da contesti di povertà, violenza ed esclusione, dai quali spesso temono di ritornare una volta libere, in assenza di percorsi di reintegro efficaci.

La detenzione si configura così come una punizione che va oltre la privazione della libertà, negando l'identità, il corpo e le relazioni.

FAQs

Le donne rappresentano circa il 4,3% della popolazione detenuta totale in Italia, una percentuale che oscilla stabilmente tra il 3% e il 5% da decenni.

Il 28% delle donne è detenuta per reati contro il patrimonio (furti e frodi), il 18% per reati contro la persona (minacce, lesioni, stalking) e il 15% per reati legati alla droga.

I figli possono vivere con le madri fino a 3 anni nelle 'sezioni nido' carcerarie. Esistono anche strutture alternative come le case famiglia protette (non penitenziarie) e gli ICAM (istituti a custodia attenuata), ma sono pochissime in Italia.

Oltre al senso di colpa per il reato, molte donne soffrono per la separazione dalla famiglia e dai figli, sentendosi in colpa per aver abbandonato il proprio ruolo di cura. Questo aspetto è spesso più marcato rispetto agli uomini.

In Italia l'affettività e la sessualità sono completamente negate in carcere, senza spazi di privacy. Anche l'autoerotismo è ostacolato, trasformandosi in una pena aggiuntiva e una repressione del desiderio.

Le 72 persone transgender detenute in Italia (per l'80% straniere) vengono generalmente recluse nelle 'sezioni protette' all'interno di reparti maschili, subendo una negazione della propria identità di genere.

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