Go back

2 - Ambientalismo, giustizia climatica ed ecologia politica

40m 34s

2 - Ambientalismo, giustizia climatica ed ecologia politica

La trascrizione presenta un'intervista al sociologo Emanuele Leonardi sulla crisi climatica e la giustizia climatica. La crisi è definita come una minaccia esistenziale di origine antropica, la cui natura di "violenza lenta" rende difficile percepire il nesso diretto tra cause (emissioni) ed effetti (eventi estremi), separati da decenni o secoli. La giustizia climatica emerge negli anni '90 come movimento e concetto, insistendo sul fatto che il nucleo del problema non è solo scientifico, ma di disuguaglianza: le nazioni storicamente industrializzate hanno maggiori responsabilità, mentre gli impatti più gravi spesso colpiscono chi ha contribuito meno alle emissioni. La risposta politica internazionale, avviata con la Convenzione Quadro ONU (1992) e il Protocollo di Kyoto (1997), ha scelto di affrontare la crisi principalmente attraverso meccanismi di mercato, come i mercati del carbonio. Tuttavia, questo approccio si è rivelato inefficace, poiché le emissioni hanno continuato a crescere. Dopo l'Accordo di Parigi (2015), di fronte alla persistente inefficacia delle politiche, una parte significativa del movimento per la giustizia climatica, ispirata da figure come Greta Thunberg, ha operato una rottura. Abbandonando la strategia di partecipazione critica all'interno dei negoziati ONU, il movimento ha cercato una nuova legittimazione politica nelle mobilitazioni globali di massa, inaugurando una fase più radicale e magmatica a partire dal 2019.

Transcription

5527 Words, 34692 Characters

Italian
Pocchi giorni fa il vicepresidente americano Jay Davanza intervenuta Mona con la conferenza sulla sicurezza e ha detto testuali parole e dopo aver criticato l'Unione Europea in varie forme, ha letto e bene se noi americani abbiamo sopportato per dieci anni e rimproveri di Cretatumberg, cari ragazzi voi potrete per qualche giorno sopportare il long mask. E penso che sia stata una frase significativa perché nonostante il vicepresidente di fetti nella matematica Cretatumberg è in giro da molto meno di dieci anni al massimo sette e ciò che è rilevante che ancora queste persone considerano la loro antitesi politica, la loro nemesi, la giustizia climatica, nonostante numeri non più di massa come nel 2019, nel 2021 e ancora questa opzione politica è irriduciabile alle loro ricette, e penso che da qui si ho portato uno partire. Il confine è un dispositivo che seleziona ordine legettimi, è una zona di separazione e di contatto al contempo. Andare oltri confini significa guardare i punti di rottura e di attrito intorno a questa linea, interrogare cosa viene lasciato fuori, raccontare le intersezioni tra persone, merci e poteri. In treci che disegnano con fini complessi talvolta confituati, sempre il movimento. Stato ascoltando oltri confini, un podcast dell'Università di Bologna, in cui docenti, ricercatrici e ricercatori, raccontano di come i confini vengono attraversati, redefiniti, superati, degli attori sociali. E di come è perché le geografie dello sviluppo stiano cambiando sotto i nostri occhi? Emanuele Leonardi, sociologo all'Università di Bologna, mi occupo di ambientalismo per aio, giustizia climatica e ecologia politica. Ciao Emanuele, grazie di essere qui. Intanto una prima domanda, sentiamo parlare tutti i crisi climatica, più o meno tutti siamo a conoscenza di curiosità, ma qual è la tua definizione? Come possiamo pensarla la crisi climatica? Intanto grazie a te Francesco e a tutti voi che avete organizzato questo momento di incontro, allora diciamo che la crisi climatica è senza altro definibile come una minaccia esistenziale per la specie umana. E direi che qui rispetto alla definizione abbiamo già un'interessante biforcazione, nel senso che da un lato si dà per scontato che le informazioni sull'acrisi climatica che la definiscono in quanto esistente provengano dalla scienza, in primo luogo, delle scienze dure, ma non solo. Anche dalle scienze sociali si pensi per esempio al grande dibattito che c'è stato attorno alla nozione di Antropocene, una nozione molto interessante, il dibattito nasce dentro i circuiti internazionali della geologia. Oggi si è concluso in quei concessi e l'antropocene non è definito quindi dalla geologia ufficiale come una epoca che definisce il nostro tempo, tutta via quelle stesse istuzioni dicono beh, ma buona parte di ciò che si discutiva sotto il termino antropocene è ancora molto valida. Per noi che siamo scienziati eh sociali, in realtà questo dibattito va molto al di la delle scienze dure e in particolare per chi, come me, come il gruppo di ricerca di cui faccio parte, si occupa della politica del cambiamento climatico, la definizione di crisi climatica dunque, una crisi, una minaccia esistenziale certificata dal sapere scientifico, in largissima maggioranza, è che tutta via viene riconosciuta come una minaccia che deriva dalle azioni della specio humana stessa. E per questo è su questa base quindi qualcosa che noi conosciamo attraverso la scienza e cerchiamo di gestire attraverso un concesso molto particolare che quello della convenzione quadro sui cambiamenti climatici e delle nazioni unite in questo incrocio sta la definizione di crisi climatica. E c'è poi un ulterior elemento che io trovo interessante perché il riscaldamento globale come altri casi di nocività legato, è alla crisi ecologica più generale, ricordiamoci che riscaldamento globale è un pezzo per quanto particolarmente importante. De la crisi ecologica più complessiva dicevo come altre istanze di questa nocività, la crisi climatica si esprime nella forma di una violenza lenta, che cosa vuol dire, vuol dire che le sue cause sono disconneste temporalmente e anche geograficamente, dai suoi effetti per dire, oggi sappiamo che una buona parte dei danni che vediamo, noi siamo in Imeria Romagna, quindi abbiamo avuto due all'Uvioni in questo momento a Bologna, e nei pressi di questa città pensate a Valencia, pochissime settimane fa, ebbene se questi fenomeni diventano sempre più frequenti lo dobbiamo anche ai missioni eccessive, che cominciano e diciamo "vesimo sacro". D'accordo, quindi questa risconnessione è molto forte, e lo è anche in altri casi, faccio l'esempio naturalmente di renocività industriali, Bologna di nuovo ha stato una città importante nel tentativo di rispondere politicamente ad alcuni casi, e le lotte per la salute in questo territorio sono le lotte gloriose, a cui memoria andrebbe riscoperta, e però capite bene che la nocività, per esempio in un sito erurgi, con un petro il chimico, si da in un momento e viene riconosciuta, oltre anche nello spazio di una generazione o 2, dipende chiaramente la nocività, alcune anche in giro di un paio danni, altri diventi, e 30, però la violenza lenta si danne lo spazio sicuramente di una vita di normal massimo di una generazione. E nel caso della crisi climatica, invece come diceva, prima questa tempistica può essere del tutto sfaldata, di secoli. Non sappiamo quali conseguenzi affronteranno i poti, i nostri poti, a partire dalle emissioni eccessive che stiamo rilasciando ora in atmosfera, questa discrasia temporale definisce la crisi, perché è certamente una crisi distenziale ma che non si risolve con un colpo di spugna, perché evidentemente ciò che noi andremo a fare, ha uspicamente molto presto, per reagire a questo problema, in gran parte non sarà esperibile dalla generazione che, ha uspicamente lo ripeto, cambierà i propri comportamenti sociali di modo da non crea, da non accelerare ulteriormente e idealmente a risolvere questo problema. Questa frammentazione, questa discrasia di cui parla prima, quindi colloca questa crisi in un tempo larga, in un tempo lungo, di cui appunto non ricordiamo talvolta le origini e non vediamo soprattutto le conseguenze a lungo termine. Come è cambiato nel tempo il discorso sullo giustizia climatica? Quali sono le differenze rispetto a un prima rispetto a un oggi, rispetto a un possibile futuro? E quali sono le posizioni, quelle direzioni che sono state intraprese diversi attori coinvolti nel dibattito sul clima. Direi intanto partirei con una breve definizione di giustizia climatica, giustizia climatica intanto per cominciare sia un movimento o meglio un insieme di movimenti, sia un'idea, un concetto, uno spazio di idealità. E c'è una data di nascita abbastanza chiara per entrambi le forme della giustizia climatica, che è la seconda metà degli anni in novanta. Il termine viene cognato in un rapporto di Corporate Watch, che è una ONG, facente parte di quel magma, che è stato il movimento altern Mondialista, tramite 1994 sulle vazioni. degli zapatisti nella selva La Candona è il 2003 con le grandissime manifestazioni occeaniche, la seconda potenza Mondiale si è ricordata il titolo del New York Times, del movimento contro la guerra in Iraq. E in quel periodo, in quel periodo, la giustizia climatica come concetto interlocuisce con le due dimensioni che abbiamo appena visto, del concetto di crisi climatica, la definizione scientifica e l'assunzione politica. Di quel problema, in quanto prodotto dalla specie umana, sostanzialmente dicendo che si è vero i numeri che la scienza ci da, le soglie da non oltre passare, la concentrazione misurata in parti per milione di CO2 qui valente e un certo numero va bene, un certo numero va male. Questi dati, questi fatti, questi numeri, colgono un aspetto fondamentale del riscaldamento globale, ma ne mancano le sensi, il dato fondativo e il dato fondativo è un elemento di diseguaglianza. Per la giustizia climatica, sostanzialmente si dice "badati al riscaldamento globale" è in essenza nella sua, diciamo così, parte più profonda, un problema legato alle diseguaglianze globali in due sensi rispetto alle origini, perché c'è qualcuno che ha più responsabilità di altri nel cammino emissivo che abbiamo intrapreso di questo qualcuno, sono le nazioni ad antica industrializzazione e in più e in più. C'è un momento di diseguaglianza anche rispetto agli effetti negativi, c'è i danni che il cambiamento climatico produce sono più profondi in quei luoghi che hanno avuto meno responsabilità storico. Badate lo ripeto, teniamo presente il periodo storico in cui questo dibattito emerge è chiaro che prima facevamo riferimento a Bologna, alla Romagna, a Valencia. Oggi nel 2025 è meno vero che i danni del cambiamento climatico si verificano poco nel cosiddetto nord globale, si sono anzi moltiplicati, tuttavia rimane vero che essendo posti, ricchi anche in virtù di quel cammino emissivo negativo intrapreso. E nel 800 la capacità di adattarsi efficacemente ai danni prodotti nel cambiamento climatico non è igualmente distribuita sul pianeta. In Italia ci adattiamo per quanto con difficoltà molto meglio che in burcchina faso o insiera leone. Quindi dentro questo scenario in cui il fattore definitorio fondamentale della crisi climatica è la diseguaglianza si ritrovano tutti i soggetti del movimento di ustizia climatico. Come però questa forma di diseguaglianza e volve nel ragionamento e nelle pratiche di movimento è un tema interessante che con il gruppo di ricerca di cui faccio parte abbiamo provato ad occuparci. E direi che possiamo distinguere per ora due momenti. Il primo è quello che dicevamo condativo, originario della seconda metà degli anni '90, che non è un momento in cui la giustizia climatica ragiona in un vuoto. E ragiona nel mentre prende forma della governa climatica transnazionale. Le tappe sono queste, 1992 il grande sanno della terra a Rio de Janeiro, che è quello in cui si verifica la saldatura tra la conoscenza scientifica sul problema e la volontà politica di affrontarla. Ancora non è chiaro come ma è chiaro la volontà di affrontare politicamente quel problema come creato dalla specie umana. L'onus si da uno strumento che si chiama convenzione quadro delle razioni nite per l'appunto sui cambiamenti climatici, il cuio obiettivo e la stabilizzazione della concentrazione di gas e petto serra in atmosfera, in una quantità che non costituisca rischio rispetto alla concentrazione del periodo pre-industriale. Questo è l'obiettivo della convenzione quadro, la quale si da a sua volta uno strumento attuativo più implementativo, la riunione annuale che va sotto il nome di conferenza delle parti. Mere l'ultima è stata a Baku in Azerbaijan, la 29, la prossima sarà Belheim in Amazonia in Brasile e nel novembre di quest'anno, la quale appunto ha lo scopo di fare incontrare tutti i soggetti che fanno parte della convenzione ogni anno per confrontarsi e stabilire come si può avanzare in questo cammino di gestione politica della crisi climatica. A partire dal 1997 con la copp numero 3, una delle più famose, quella di chiotto che partorirà di protocollo di chiotto si chiarisce la forma di quella presa d'atto politica di voler gestire la crisi climatica e questa forma è una forma legata alla centralità del mercato, cioè il protocollo di chiotto rimane noto ancora oggi, come il primo trattato legalmente vincolante che si occupa della questione secondo il principio ben noto e giusto. E giusto delle responsabilità comuni ma differentiato vero e vero che tutti i paesi sono sulla stessa barca nel senso che affrontano lo stesso problema della crisi climatica, ma alcuni paesi hanno più responsabilità di altre quindi in obbligazione moral e politica. Maggiore, affar fronte è a quel problema, abadate che il fatto che questo principio informi la politica climatica nella seconda metà degli anni '90 è una vittoria della giustizia climatica, il dibatito fu severo molti paesi, non avevano intenzione del nord-lo-bader, non avevano intenzioni di sottoscrivere, questo principio invece la dinamica politica andò in quella di rezione, dove però invece la giustizia climatica non fu in grado di influenzare le negoziazioni o meglio le influenzò. Il risultato fu nella strumentazione, cioè si disse, è vero, la specie umana ha creato questo problema, quindi se ne deve fare carico, è il modo migliore per affrontare la questione, creare dei mercati esclusivamente dedicati a delle energie climatiche, il ragionamento di economia politica sostanzialmente andava, aveva questa ritmo, si diceva, bene vi concediamo che il riscaldamento globale è un classico caso di fallimento del mercato perché storicamente si è stati incapaci di contabilizzare in maniera propria e corretta, le cosiddette stradalità negative che in questo caso sono le emissione di ciodu equivalente in eccesso. Vi concediamo questo passaggio, tuttavia il modo migliore per risolvere quel problema creato dai mercati è creare nuovi mercati che sappiano dare un prezzo a quelle stranalità negative che finivano, non si sa bene dove perché nessuno se ne prendeva la responsabilità, proprio perché le consideravamo dei beni comuni, o in questo caso dei mali comuni, comunque non c'era il prezzo e quindi non potevano essere al besti nel bilancio di nessuno, non dei consumatori, non degli stati, non delle imprese, padate che la giustizia climatica come movimento, in quel frangente di fine di 90 iniziano in 2000 si trovò in una situazione complicata perché bisognava decidere, se rimanere all'interno delle negoziazioni una volta che conchioto si era scelta alla strada della centralità del mercato e questo non era nelle corde di quei movimenti o se invece lasciare quella rena politica. La decisione finale fu di dire che poiché la scelta della convenzione quadro di assumere la responsabilità politica di quel problema squalificava quelli che al tempo erano considerati nei miei pubblici numero uno della giustizia climatica vale a dire i negazionisti climatici e si decide quindi di rimanere all'interno della rena ONU ma di abitarla con una postura critica, dicendo cioè, padate che mettendo il mercato al centro si mette in dubbio anzi, si minna alla base la possibilità dell'efficacia di queste politiche o corre come minimo creare una prospettiva di mix tra momento liberista e momento operativo, non di mercato eccetera a partire poi dall'accordo di parigi sarà messo nero su bianco, la sarà messa nero su bianco e la necessità di trovare, di affiancare ai mercati anche un meccanismo non di mercato che tuttavia nel 2025 quindi dieci anni dopo l'accordo di parigi ancora non si è precisato ci sono speranza per il 2027 ma capite che la progressione del problema sopravanza di gran lunga è la prontezza della risposta e quindi abbiamo a partire dalla fine degli anni 90 uno sviluppo della giustizia climatica che appunto in varie forme però utilizza questa postura di prossimità critica dentro ma con alcuni prospettive che non seguono il mainstream di quella rena politica ti interrompe per questo quale ha questo punto per le evoluzione di queste posizioni all'interno delle copdi questi incontri ci sono state delle conseguenze concrete che hanno modificato le posizioni o che hanno aperto altre prospettive pure si è continuati a insistere in questa negoziazione in qualche modo tra interessi economici, interessi in mercato e interessi esienze climatiche ma io credo che si sia continuato a insistere che si sia proseguito ma si sia continuato a suonare lo stesso spartito cosa succede però avvicinandosi verso il secondo momento fondativo di questo sistema delle cop che è la cop 21 per la punta parigi che produrà l'accordo di parigi del 2015 ci si accorge leggendo i dati che rispetto all'obiettivo che era la stabilizzazione come abbiamo detto delle missioni, dette la concentrazione di gasa effetto serra in atmosfera ebbene queste politiche rimanevano appunto mostravano un lato di profonda inefficacia perché appunto la doppia promessa se volete di chioto era non è vero che o salvaguardiamo l'ambiente o mettiamo al centro lo sviluppo in realtà possiamo fare le due cose possiamo farci soldi riducendo le missioni creando dei mercati efficaci in questo senso la giustizia climatica concede il punto anche perché i rapporti di forza non si prestavano ad alto si poteva solo uscire sbattendo la porta e si ritende di non farlo a mio abviso facendo bene e è giusto non abbandonare quella quella rena politica in quel momento a mio modesto o parere e tutta via dopo circa dopo quasi un venteneo le missioni di CO2 qui valente non erano mai state così alte quindi apprescindere dal dibattito la redditività dei mercati carbonio che comunque è molto bassa rispetto all'aspettative dei primi anni 2000 rimane il fatto che l'obiettivo non solo non era stato raggiunto nei termini di una stabilizzazione il problema principale era che il tasso di emissione continuava a crescere quindi una che nemmeno si era invertito il trend alla crescita del tasso di emissione di fronte a questi numeri si apre un dibattito nel movimento per la giustizia climatica il dibattito sostanzialmente successivo all'accordo di parigi si conclude con la decisione di rompere la fornitura di legitimità politica che la giustizia climatica aveva implicatamente e svolto fino a quel momento il dibattito è che la figura di Cretatumberg è per il sociologo per la sociologa per chi si occupa, per chi studia questi fenomeni non è importante in quanto persona ci interessa poche nulla di da dove viene Cretatumberg cosa fa e cosa pensa ciò che è molto importante è che cosa ha rappresentato nella storia della giustizia climatica e le parole di Cretatumberg a la COP24 di Cattoviz in polonia nel dicembre del 2024 di con una cosa molto semplice, di con tre cose molto semplici la prima avete provato a ridurre le emissioni legiferando per almeno un 20 anni ma se prendiamo rio di Janero e era quasi un 30 anni non ci siete riusciti, nessura ancora, ma non siete più l'interlocutor della giustizia climatica perché una buona politica pubblica oprivata che sia ambientale climatica ha il criterio di urgenza come uno dei fondamentali, sei in vent'anni o le restri generosi non siete riusciti a ottenere il risultato sperato e nemmeno avete in verità evidentemente questa opzione di polisi deve essere modificata alla radigia secondo punto manteniamo come diciamo fin dall'inizio che il rapporto tra ecologie e economia deve essere invertito quindi non si fa ecologicamente ciò che l'economia permette di fare e il terzo punto, dice Greta Tumberg, è il trattanto semplice politicamente molto significativo e dice poi che la giustizia climatica dentro la convenzione quadro ha ricevuto la sua legittimità politica dalla partecipazione a quella rena se noi ne usciamo abbiamo bisogno di una nuova legittimazione e dove che si trova che si produce la legittimazione politica rispeta un opzione e di ruotura in quel caso ovviamente nelle piazze nelle strade concrete Greta Tumberg, il potere appartire al popolo ci vediamo in piazza sul valore performativo di quelle parole c'è poca discussione Greta bice questo all'inizio di dicembre del 2018 e a partir del March del 2019 il mondo è investito da un'ondata dicio a periclimatici che hanno una dimensione di massa assolutamente senza precedenti per qualsiasi movimento ecologista, anche meno ovviamente climatico e lì diciamo che si apre una fase magmatica che dura dal 2018 fino alla congiuntura pandemica che è un momento di progressiva radicalizzazione nel senso che nel momento in cui si lascia la rena ONU e quindi ci si lascia alle spalle la centralità del mercato e la centralità del rapporto trastati gli stessi dati che monitoravano la crisi climatica raccontano storie diverse perché fino al 2019 sostanzialmente i dati racconcernevano due dinamiche, una era le emissioni assoluti, cioè quali paesi emettono quanto e in quel quadro i cattivi nel ventonesimo secolo erano la cina e l'india, diventato primo e terzo e mettitore nel giro di un decennio o poco più l'altra storia era quella invece delle emissioni procapite, cioè quanto emette il cittadino la cittadina media dei vari stati in quel caso i colpevo e i cattivi della storia erano il cittadino medio americano la cittadina media della federazione russa, c'era poco spazio per altre narrazioni, quello che succede a partir dal 2019 che gli stessi dati vengono letti invece dicendo ma quanto emettono i diversi gruppi di reddito in cina nella federazione russa negli stati uniti in Venezuela e dobbunque altro e ci si accorge in realtà, qui voglio citarre perché è un'importanza cruciale nella elaborazione di questa idea Oxfam, i cui rapporti sulla climate inequality, sulla diseguaglianza climatica sono stati momenti fondativi per la riflessione ulteriore della giustizia climatica e gli grazie a questi rapporti si vede che il 50% più povero del mondo in realtà potrebbe per rispettare l'obiettivo ambizioso dell'accordo di parigi che lo ricordo con l'ambizioso è contenere a un grado e mezzo laumento della temperatura superficiale al 2000 rispetto al periodo preindustriale, bidate che il 2024 lo ho superato il grade mezzo di aumento della temperatura, però se uno si si scendesse al 2000 forse potranno rientrarci a determinate condizioni, comunque rimane che per rispondere efficacemente a quel obiettivo ambizioso il 50% più povero della popolazione mondiale potrebbe radoppiare, più che radoppiare le sue missioni. Il 40% mediano, che naturalmente io non conosco le persone che ci ascoltano e me nemmeno le persone che mi stanno ascoltando qui in sala ora, Francesco e Riccardo, ma se non siamo estremamente ricchi oppure se non siamo in severa difficoltà a raggiungere la fine del mese, noi qui in provincia di Bologne, nei miglior romani stiamo nel 40% mediano nelle statistiche globali, questo gruppo social, di questo gruppo di reddito, deve sì rivedere in maniera molto significativa i propri istili di vita, per adattarsi a quello obiettivo ambizioso e tuttavia non so se conoscete l'esperimento tedesco che per 3 mesi d'estate ha proposto a 9 euro l'abbonamento per tutti i mezzi pubblici, quindi sostanzialmente venivano nella gratuita, perché 9 euro per 3 mesi sono tre ore al metri vicini, alla gratuita era puramente simbolico, il prezzo e bene gli effetti in termini di contenimento e le missioni sono così incoragianti che sembrarebbe che alcune politiche pubblica ben congeniate a livello di mobilità e alcune politiche industriali ben congeniali, ben congeniate a livello di manifestura sarebbero sufficienti per questo gruppo di reddito, allinearsi, all'obiettivo ambizioso dell'accordo di parigi dove è che cascalasino e casca nel 10% in particolare all'interno di questo gruppo nell'un percento, i quali punto, e i cui consumi rappresenta non rispetto all'obiettivo un 110, 120, 130 e volte di più, quindi quello stile di vita evidentemente va modificato. E questa è stata la prima metamorfosi della giustizia climatica, da prima il clima in un ottica di centralità del mercato per quanto subita a prima il clima, ma oltre il mercato e si cominciava a incorporare la vecchia questione sociale che sembrava, una questione superata, a livello di environmentalismo e si è costruito a partire dal 2019 un nuovo calderone di elaborazione teoriche pratica che invece mette assieme, la giustizia sociale e la giustizia climatica in maniera, anche credo, è piuttosto interessante. Giusto per aumentare l'entropia di questo racconto, lo scenario bellico che stiamo attualmente vivendo, con le sue evoluzioni, le sue momenti, le sue fratture, come ha cambiato la situazione, come intervenuto in queste situazioni. E direi che la cambiata in profondità e per capirlo in maniera complessiva credo, va il galapena di soffermarsi un attimo su un elemento che la giustizia climatica a partire dal 2019 e direi, andando punto fino, allo scopio della guerra in Ukraine fino all'invasione russe e dell'Ukraine, quindi febbraio 22, un elemento che la aveva contraddistinta. E che era questa, la giustizia climatica era stata capace rispetto all'ampiezza dei fronti che si occupavano della crisi ecologica, pensate per quanto riguarda lo scenario italiano a tutti i conflitti territoriali. Il notave, il notponte, e la miriade di conflitti più o meno grandi che si opponevano al modello grandi opere, che è stato tipico dello sviluppo infrastruttuale di questo paese nel ventonesimo secolo, bene in quel momento la giustizia climatica aveva saputo operare a livello politico, quella che compaolo in peratore, che o la collega con cui abbiamo scritto alcune cose, abbiamo proposto di definire effetto sinetto. E cioè sostanzialmente si diceva "clima giustizia climatica", ma si incorporavano tanti pezzi di mobilitazione, quindi si riusciva ad essere inclusivi rispetto ad altri fronti di conflitto che non erano immediatamente riconducibili alla questione climatica, ma che in quella fase di espansione del numero di persone che sendevano in piazza, con quella parola d'ordine in qualche modo si era riusciti ad essere hospitali dal punto di vista politico. Tra l'altro uno degli effetti di questo effetto sinetto che uno delle conseguenze era stato l'avvicinamento delle istanze del movimento dei lavoratori con la giustizia climatica. Il caso classico di cui si discote molto è quello della G.K.N. campi-bisenzio in cui il collettivo di fabbrica scrive tre piani di reindustralizzazione tutti centrati sulle questioni ambientali e climatiche. E ce ne sono comunque tantissime anche nella nostra provincia, la vertenza amarelli accreva il core, in provincia di Bologna, ha visto una significativa partecipazione di Friday's For Future, lo stesso vale per la vertenza purtroppo terminata in maniera meno positiva di industria italiana e autobus. Quindi diciamo che in questo calderone in cui la giustizia climatica diventava la casa delle opposizioni sociali, ci sono verificate un sacco di convergenze. Questo è il termine che viene utilizzato all'interno dei movimenti. Convergenze ecco è sociali. A quali condizioni, la convergenze co-sociale può essere un'opzione praticabile per i soggetti sociali? La condizione è che un ampio spettro di forze politiche, anche quelle che non si riconoscono nell'opzione della convergenza ecco sociali, riconoscano però la legitimità, se non la necessità, di una certa forma di transizione ecologica verso un futuro in cui il sistema produttivo venga riconfigurato e in maniera sostenibile. D'accordo. Dentro questo scenario, l'argomento della giustizia climatica moltificace nella fase 2019-2022 era stato. Badate che la transizione ecologica ha trainata dal mercato? Le elite globali hanno provato a farla, fin dagli anni 90, hanno avuto il loro tempo, andavuto il loro spazio al momento risultano in efficaci, perché l'obiettivo non solo non è stato raggiunto, ma addirittura siamo più lontani. Dall'obiettivo di quando siamo partiti, sapete che il protocollo di chioto ha come anno base, il 1990. E c'è questo dato che effettivamente fa impressione perché sappiamo che tra il 1750 che è l'anno convenzionale delle steam di rilevazione dell'emissione di CO2 qui valente, al 1990, quindi sostanzialmente in quello spazio di tempo in cui la specie umana doveva rendersi conto, che aveva un problema climatico, è stata in messa meno CO2 qui valente, che tra il 1990 e il 2022. D'accordo, quindi come se è come ad dire, ci siamo accorti che un problema ci lo abbiamo, ora lo risolviamo e da quando abbiamo fatto quel passaggio il problema sia moltiplicato. Perciò l'argomente, la giudizia climatica era. L'obiettivo condiviso, spiege umana come causa della crisi climatica, dobbiamo stabilizzare le emissioni, ci ha provato il mercato, non ci è riuscito, proviamo a farlo con la società civile, con la cooperazione, con dei meccanismi non di mercato. D'accordo, in quel quadro, anche le forze che memo le conservatrici, in qualche modo guardavano con interesse a livello ideologico, nel mondo delle idee, di elaborazione, e la proposta della giudizia climatica, perché c'era un pragmatismo di fondo, cioè noi condividiamo un obiettivo, una strategia non ha funzionato, proviamo né un'altra, da qualcosa di sumo di molto lineare e molto espansì. L'irruzione dell'occenario bellico, a 2F, uno che riguarda le elite global. Cioè, chiaramente in versione differenziata da che la guerra ha come minimo due fronte, questo è realtà purtroppo ne ha più di due, ma al dirà di questo il punto di venta anche qualora rimanessimo interessati a una transizione ecologica, perché sia, ci interessa dopo che il nemico sarà messo in condizioni o nuocere. L'analisi del rapporto draghi, o di quello che verrà presentato dopo domani, il Clean Industrial Deal, che è il figlio, la figlia del Green Deal europeo, verrà presentato da o sull'afonderline, quindi non voglio commentare quello che si dice prima, però il rapporto draghi è stato invece di scusso, e al Parlamento, l'idea di subordinare l'obiettivo della decarbonizzazione, all'esigenza di riarmo, legate all'esigenza di aumentare la sicurezza europea, ovviamente rispetto alla transizione ecologica rappresenta un momento di ruotura molto forte. Che c'è, quindi, appartire dal rapporto bruntlande con la definizione, il conio del termine sviluppo sostenibile, la transizione ecologica o la strategia di pace. L'idea è, noi risolviamo il problema ecologico e così facendo riduciamo la necessità che i conflitti sulle risorse possano spocciare nel laboro. D'accordo, oggi invece alcuni pezzi di società pensano lo sporto di decarbonizzazione come subordinato, come enchillare, allo sporso invece di prepararsi alla prossima guerra o qualcuno dice armandosi, come dire, di ferirlano, il dibattito è aperto. Quindi, da un lato abbiamo che non più tutta la società o quasi condivide l'obiettivo della transizione ecologica, vedate che ci sono state ieri le lezioni in Germania, di nuovo non voglio commentarle troppo presto sarebbe fuori luogo, ma il punto è che la difficoltà del partito che sicuramente ha vinto, c'è, c'è su i conservatori per virgolette moderati, perché poi anche questi termini sono storicizzabili, il nostro ha qualche che significa moderato oggi era diverso con Merkel e Merkel, non è la stessa cosa, ma al di là di questo il punto è sarà più difficile trattare con i verdi la formazione di un governo di grosse qualizione, cosa che c'era, e in Germania trova guida sull'democratica fino all'altro ieri, perché il partito di destra moderata, il partito conservatore non ritiene più che le politiche ecologiche debbano essere al centro della agenda tedesca di europea. Aprecindere quindi dall'efficacia delle norme che i verbi tedeschi hanno supportato, questo è tutto un altro capitolo, e quest'emo parlando di una non condivisione di un obiettivo che fino a poco tempo fa consideravamo minimo, cioè che fosse desiderabile fare una certa transizione ecologica e poi si ragionava sulle forme, ma sull'obiettivo si era d'accordo. Poi concludo invece sull'ultimo cambiamento perché appunto, lo scenario bellico ha un effetto sulle elite globali che hanno cercato di governare il clima finora per altro sperdonate in ma questo importante, non banale come effetto secondario è la delegittimazione totale dell'ONU. La politica climatica globale con tutta la sua mancanza di efficacia, manteneva comunque una grande innovazione in innovatività politica sulla base del fatto che era a guida ONU, ma non solo molti laterati. Finda gli anni '90 era parte cipativa, la società civile, e quindi anche la giustizia climata era dentro, quella rena di polli, al netto di tutte le mancanze comunque rimaneva una politica condivisa a livello globale e sappiamo che è a quel livello che ci vuole per lo meno anche quel livello, per risolvere la crisi climatica, non lo si può fare a livello domestico e meno a livello solo locale. E poi andiamo a vedere rapidissimamente gli effetti sul movimento per la giustizia climatica, perché un conto è agire in un contesto in cui tutti dicono che quello che vuoi tu è positivo e al limite si discute su come tu vuoi arrivare lì. Un altro conto è dire adesso la faglia politica principale e la guerra, la giustizia climata non ripeto. Il passaggio ha una postura contraria alla guerra, da parte della giustizia climatica è stato del tutto naturale, perché si veniva da una storia legata al pacifismo, davvero pensate alle lotta anti nucleari degli anni '80, lo dico perché hanno molta che fare con la Germania e ne abbiamo rapidamente discusso, e beh, il pacifismo e l'ecologismo hanno marciato mano nella mano in Europa, a partire da quel momento, e tutta via una volta che si assume questa postura si smette di ottenere quel effetto sinetto che non si parla più a tutti, e parla una parte, la spiegazione della mancanza, della perdita e del carattere di massa, delle mobilitazioni della giustizia climatica si deve proprio a questo, guardate che non va dal mente, la stragrande maggioranza del Movimento, la stragrande maggiorata, tutto il Movimento climatico globale con l'eccensione di Freides for Future Germania ha adottato la parola d'ordine fine al genocidio in palestina. Greta Tumberg, oggi vi ha già ovunque, vi haggi con una chefia, d'accordo anche quando va a campi bisenzio per supportare la GKN e dice "l'unica condizione per una giusta transizione ecologica" è che il potere torni nelle mani di chi lavora e venga tolto, dalle mani di chi specula, d'accordo, lo facono una chefia al collo. Non è banale, questo passaggio naturalmente. In Germania Freides for Future è per tutte le ragioni storiche, assolutamente da rispettare di una eccezionalità del rapporto tra, si ristratedesca sostanzialmente, movimenti tedeschi e lascio a, tuttavia, in Germania questo passaggio non si è fatto, è importante, sia importante, ad oggi è impossibile pensare come disgiunte il tema delle questioni della guerra e la questione della giustizia climatica. E tuttavia, in termini di capacità e gemonica, direbbe Gramsci, è un passo indietro, sia fatto. Come si risolve questo problema? Naturalmente io non lo so, e io con i miei colleghi e i miei colleghi studiamo il fenomeno. D'accordo, quindi vediamo a cadere questo passaggio ma che l'evento bellico, qualifici, meta in forte difficoltà. La giustizia climatica a me pare un fatto, come se ne c'è, non lo so. So che i movimenti ne stanno discutendo compassione come nella loro natura e spero devo mettere che trovi in una quadra, ma questa mi pare la situazione attuale. Avete ascoltato? Oltri confini. Un podcast dell'università di Bologna e in sei puntate racconta i confini come il prodotto di specifiche storie, storie che riguardano tutti noi.

Podcast Summary

Key Points:

  1. La crisi climatica è una minaccia esistenziale di origine umana, caratterizzata da una "violenza lenta" con cause ed effetti distanziati nel tempo e nello spazio.
  2. La giustizia climatica, nata negli anni '90, definisce il riscaldamento globale come un problema di disuguaglianza globale, sia nelle responsabilità storiche delle emissioni che nella distribuzione degli impatti negativi.
  3. La governance climatica internazionale, nata con la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite (1992) e il Protocollo di Kyoto (1997), ha inizialmente privilegiato soluzioni di mercato, rivelatesi inefficaci nel ridurre le emissioni.
  4. Dopo l'Accordo di Parigi (2015), il movimento per la giustizia climatica, simboleggiato da Greta Thunberg, ha rotto con l'approccio istituzionale, cercando nuova legittimazione politica nell'azione diretta e nelle mobilitazioni di massa a partire dal 2019.

Summary:

La trascrizione presenta un'intervista al sociologo Emanuele Leonardi sulla crisi climatica e la giustizia climatica. La crisi è definita come una minaccia esistenziale di origine antropica, la cui natura di "violenza lenta" rende difficile percepire il nesso diretto tra cause (emissioni) ed effetti (eventi estremi), separati da decenni o secoli. La giustizia climatica emerge negli anni '90 come movimento e concetto, insistendo sul fatto che il nucleo del problema non è solo scientifico, ma di disuguaglianza: le nazioni storicamente industrializzate hanno maggiori responsabilità, mentre gli impatti più gravi spesso colpiscono chi ha contribuito meno alle emissioni.

La risposta politica internazionale, avviata con la Convenzione Quadro ONU (1992) e il Protocollo di Kyoto (1997), ha scelto di affrontare la crisi principalmente attraverso meccanismi di mercato, come i mercati del carbonio. Tuttavia, questo approccio si è rivelato inefficace, poiché le emissioni hanno continuato a crescere. Dopo l'Accordo di Parigi (2015), di fronte alla persistente inefficacia delle politiche, una parte significativa del movimento per la giustizia climatica, ispirata da figure come Greta Thunberg, ha operato una rottura. Abbandonando la strategia di partecipazione critica all'interno dei negoziati ONU, il movimento ha cercato una nuova legittimazione politica nelle mobilitazioni globali di massa, inaugurando una fase più radicale e magmatica a partire dal 2019.

FAQs

La crisi climatica è una minaccia esistenziale per la specie umana, certificata dal sapere scientifico, che deriva dalle azioni della specie umana stessa. Si esprime come una violenza lenta, con cause ed effetti disconnessi nel tempo e nello spazio.

La violenza lenta significa che le cause della crisi climatica sono disconnesse temporalmente e geograficamente dai suoi effetti. Ad esempio, le emissioni eccessive di oggi produrranno conseguenze che potranno manifestarsi anche a distanza di secoli.

La giustizia climatica è sia un movimento che un concetto, nato nella seconda metà degli anni '90. Sostiene che il riscaldamento globale è, nella sua essenza, un problema legato alle disuguaglianze globali, sia rispetto alle responsabilità storiche che agli impatti negativi.

È il principio secondo cui tutti i paesi affrontano la stessa crisi climatica, ma alcuni (le nazioni ad antica industrializzazione) hanno maggiori responsabilità storiche e quindi maggiori obbligazioni morali e politiche nel risolverla.

Il Protocollo di Kyoto scelse di centralizzare il mercato, creando mercati dedicati per dare un prezzo alle emissioni di CO2 in eccesso, considerate esternalità negative. Questo approccio fu criticato dal movimento per la giustizia climatica.

Greta Thunberg ha rappresentato una rottura, dichiarando che le negoziazioni ONU in vent'anni non hanno ridotto le emissioni e che la legittimità politica deve essere cercata altrove, nelle piazze. Questo ha inaugurato una nuova fase di mobilitazioni di massa dal 2019.

Chat with AI

Loading...

Pro features

Go deeper with this episode

Unlock creator-grade tools that turn any transcript into show notes and subtitle files.